“Red” Miliband e i giovani turchi italiani
Emilio Carnevali
Tra pochi giorni sarà nominato il nuovo leader del partito laburista inglese. Sullo sfondo della sfida fra i due fratelli Miliband un dibattito che coinvolge anche la sinistra italiana.
È più simpatico, più giovane e soprattutto (più) di sinistra. Ecco perché nella contesa per la leadership del Labour fra i fratelli David e Ed Miliband (figli del celebre storico marxista Ralph) abbiamo sempre fatto il tifo per il secondo. La novità è che ora Ed sembra aver scavalcato il favoritissimo fratello maggiore nelle preferenze degli elettori (gli aventi diritto al voto per le primarie del partito sono i parlamentari, i semplici iscritti e i membri delle organizzazioni affiliate – ovvero organizzazioni sindacali). Il merito è del cosiddetto “alternative voting system”, meccanismo che prevede la possibilità di indicare l’ordine di preferenza fra i candidati (che sono cinque: oltre ai fratelli Miliband sono in gara Ed Balls, ex ministro dell’Istruzione, Andy Burnham, ex ministro della Sanità e Diane Abbott, la prima parlamentare nera nella storia del Regno Unito) e dunque di contabilizzare il gradimento complessivo di ogni nome senza limitarsi alla “prima preferenza” (che vedrebbe in testa David con il 36% dei voti). È il sistema elettorale già in vigore in Australia per le elezioni del parlamento e che sarà introdotto anche in Gran Bretagna se a maggio avrà successo il referendum popolare fortemente voluto dai Liberaldemocratici, da sempre contrari al maggioritario secco.
Nel corso della sua campagna Ed ha avuto il merito di sollevare alcune questioni di cruciale importanza per il futuro della sinistra, non solo inglese. “Dobbiamo definitivamente uscire fuori da un luogo comune consolidato”, ha detto il giovane Miliband nel corso di una lunga intervista rilasciata al New Statesman a fine agosto: “Secondo questo schema se tu parli dei valori del laburismo, se parli davvero delle cose in cui credi, sei in qualche modo destinato a perdere le elezioni”. E infatti Ed – al di là di quale sarà l’esito delle primarie contro un avversario certamente più attrezzato di lui per la scalata alla leadership laburista – ha costruito la propria travolgente rimonta facendo delle accuse che gli venivano mosse il proprio punto di forza: “Sono felice di essere definito un socialista” – lo stesso ‘insulto’ che dall’altra parte dell’oceano la destra del Tea Party lancia verso Barack Obama. “Il mio socialismo consiste nel voler continuare a criticare le ingiustizie del capitalismo. Non si tratta di abbattere il capitalismo, ma esistono varie forme di capitalismo… Il mio socialismo non consiste in un ‘piano’ per una società perfetta, ma non rinuncia alla ricerca di una società più egualitaria e giusta”. Queste ed altre affermazioni gli sono valse l’epiteto di “Red” Miliband da parte del Sun (il tabloid di Rupert Murdoch che in passato aveva fortemente appoggiato Tony Blair prima di saltare sul cavallo del vincitore Cameron).
La verità è che Ed Miliband ha puntato giustamente il dito contro una cosa che anche in Italia abbiamo avuto modo di conoscere fin troppo bene: “la subalternità culturale” della sinistra nei confronti del pensiero conservatore e neoliberista.
È lo stesso tema affrontato in un lungo e interessante documento redatto da un gruppo di giovani dirigenti Pd – firmatisi (infelicemente) “Giovani Turchi” – fra i quali il responsabile economia del partito Stefano Fassina (in un dibattito dominato da tanta sciatteria e da tante “dispute sul nulla” era da salutare con un certo sollievo il tentativo di sviluppare un ragionamento di sistema, dotato di quel tanto di respiro necessario per andare un po’ oltre le categorie del marketing politico. Purtroppo il sollievo è stato stroncato sul nascere quando l’iniziativa è stata risucchiata dal solito, sterile tritacarne delle fazioni): “Negli ultimi venti anni”, si legge in ogni caso nel testo del documento, “in tutti i paesi occidentali, si è assistito a un gigantesco spostamento di ricchezza dai salari ai profitti. In Italia, i redditi da lavoro sono cresciuti del 4 per cento, i redditi da capitale del 44. Questa è la verità essenziale, la radiografia della Seconda Repubblica. E la ragione del perché i suoi difensori sono tanti, e tanto agguerriti? Il loro principale punto di forza sta nell’essere riusciti a espellere progressivamente dall’area della legittimità non solo gli obiettivi, ma gli stessi strumenti di una politica alternativa: dall’intervento pubblico alla valorizzazione del lavoro, fino all’idea stessa di una politica industriale. Nulla è sfuggito alla campagna di demonizzazione di questi vent’anni, che ci ha raccontato un paese pullulante di energie imprenditoriali che aspettavano solo di essere liberate dai vincoli soffocanti dello Stato e della politica, e prima ancora da sindacati, contratti e diritti dei lavoratori”.
Parole assai condivisibili, come condivisibile è l’auspicio di lasciarsi alle spalle la stravecchia sinistra nuovista che abbiamo conosciuto a cavallo del millennio: “Una sinistra che dica tante bellissime e giustissime cose, purché non disturbi i principali beneficiari dell’assetto economico e sociale esistente. Che tenga buoni i lavoratori più forti, attraverso i servizi degli enti bilaterali, mentre smantella il welfare universale. Che offra agli esagitati, ai disperati e ai poveracci il surrogato di mille nobilissime battaglie per altrettante giustissime cause, per tutte le buone cause del mondo, meno che per la loro. Che si rivolga al popolo con il linguaggio della più estrema radicalità o del più soave lirismo, purché non gli metta in testa idee di mobilità sociale, redistribuzione della ricchezza e men che mai di una redistribuzione del potere”.
(16 settembre 2010)
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