Reddito minimo: se prendi il Panda-Italia vinci un milione di euro
Sandro Gobetti
Ecco una notizia su cui riflettere. La Commissione Europea ha promosso un bando per il 2012 destinato a tutti i 27 Stati membri per lo scambio delle best practice tra i paesi del continente in merito agli schemi di reddito minimo garantito. Ormai è cosa nota a quasi tutti (tranne al Governo italiano e forse nelle Università in cui i nostri governanti insegnano) che in moltissimi Stati europei vi sono schemi di sostegno al reddito (oltre ai sussidi di disoccupazione) destinati a contrastare il rischio della povertà e a garantire la dignità della persona. Misure che, tra risoluzioni, relazioni, indicazioni delle istituzioni sovranazionali, fin dal 1992 vengono definite fondamentali, con la raccomandazione di introdurle ai paesi che non le hanno ancora.
Il progetto in questione, molto oneroso per l’Unione europea (un milione di euro), ha come finalità la condivisione delle migliori pratiche tra i diversi paesi sui diversi modelli di reddito minimo in vigore, lo scambio di informazioni, la produzione di documenti, l’analisi delle diverse esperienze, l’elaborazione di eventuali proposte, la pubblicazione di tre libri in tutte le lingue del continente europeo per informare i cittadini in merito a questi modelli, per promuovere dibattiti, seminari e convegni per individuare ulteriori misure di sostegno e definire dei criteri comuni a partire dalle esperienze decennali di numerosi paesi europei.
Ora, una delle finalità del progetto è quella di far incontrare i paesi più virtuosi con quelli meno virtuosi e coinvolgere (un obbligo per partecipare al progetto) i paesi che non hanno un reddito minimo garantito affinché incentivino il dibattito e si adeguino agli schemi (migliori) già presenti in tutta Europa.
Cercare i panda in via d’estinzione non è difficile. Infatti da tutt’Europa arrivano richieste di partecipare ad associazioni o enti di studio italiano. Perché? Perché i paesi partecipanti devono essere almeno 5 divisi tra quelli che hanno una misura di reddito minimo e quelli che non ce l’hanno: ed oltre alla Grecia, l’altro paese a non avere un reddito minimo garantito è proprio il nostro. Dunque, avere tra i partner uno di questi due paesi aumenta il punteggio per vincere il progetto.
Gli italiani, sostanzialmente, sono corteggiati ed invitati a partecipare al progetto come gli "sfigati d’Europa"!
Eppure pare che tra tutte le indicazioni che arrivano all’Italia dall’Europa, questa dell’introduzione di un reddito minimo, sia l’unica che si fa finta di non conoscere. Anzi, l’8 marzo un gruppo di donne precarie chiese di incontrare la Fornero chiedendo l’introduzione anche in Italia di un reddito di base. La risposta è stata che cosi facendo gli italiani si sarebbero adagiati “a mangiare pasta al pomodoro” invece che lavorare. Forse che il ministro Fornero è convinta che in tutta Europa quelli che hanno un reddito minimo sono dei mangiatori di pasta al pomodoro?
Fatto sta che il ritardo italiano è costantemente messo in evidenza su tutti gli studi o le analisi continentali in merito agli schemi di reddito minimo.
Dunque, mentre l’Europa si impegna a promuovere progetti di scambio tra i diversi Stati membri per implementare gli schemi di reddito minimo con la promozione del dibattito e il confronto tra i sistemi migliori, l’Italia fa la parte dell’animale raro, si spera in via di estinzione. Andremo di nuovo a sentire come è piacevole in Belgio avere un reddito minimo che permette di uscire di casa a 18 anni, avere un sostegno all’affitto, o in Danimarca prendere un sussidio di disoccupazione pari al 90% di stipendio per tre anni finito il quale si ha accesso al reddito minimo, andremo a sentire come si vive in Irlanda con 800 euro al mese di reddito minimo, o come si vive con i 1200 euro di reddito minimo in Lussemburgo, quanto è semplice accedere ad un asilo in Olanda, come si viaggia avendo una tessera gratuita in quanto disoccupati, o quanto è utile per una donna avere un sostegno per i propri figli, etc.
E noi racconteremo che ora, anzi nel 2017, con l’ASPI vedremo finalmente gli effetti di una riforma che non cambia nulla della sostanza: di europeo infatti non c’è niente; il sussidio previsto non è universale, è limitato (e molto) nella durata, e dopo quello non vi è alcun altro sostegno. Così, mentre in Europa, terminato il periodo di indennità di disoccupazione si ha un reddito minimo, in Italia questa indennità è destinata a pochi e dopo non si riceve alcun sostegno. E anzi, un precario che lavora (e contribuisce) solo 3 mesi (e non le fatidiche 52 settimane) non ha nulla. Perché alcuni sì, altri no? Perché sono stati cattivi e dunque verremmo preventivamente messi dietro la lavagna? Sarà forse che dalla ”monotonia del posto fisso” (come ci dice Monti) dobbiamo evitare anche la monotonia del mangiare tutti i giorni ed essere considerati esseri umani?
Eppure l’Europa è chiara, un reddito minimo garantisce la protezione dal rischio povertà e, soprattutto in tempi di crisi,
riesce a salvare un minimo di dignità della persona. Basterebbe essere un paese europeo come gli altri per poterlo capire, ma a quanto pare essere cittadini di serie B è il triste destino che ogni governo, tecnico o politico che sia, destina agli italiani.
Non vorremmo pensare che pure in questo caso ci voglia una telefonata della Merkel.
(13 aprile 2012)
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