Referendum e giochi di prestigio. Le insidie del referendum elettorale
Michele Ainis
, Corriere della Sera, 16 settembre 2011
La disperazione gioca brutti scherzi. E la legge elettorale vigente da tre legislature (il Porcellum) ha innescato una situazione disperante: parlamentari degradati al rango di vassalli rispetto ai signori di partito, due Camere senza più alcuna autorità, e per sovrapprezzo un premio di maggioranza da Enalotto, che finisce per drogare le elezioni. Da qui l’ultima trincea: il referendum. Siccome il Parlamento chiacchiera ma non cava mai un ragno dal buco, siccome ai leader politici sotto sotto questa legge elettorale piace, che siano i cittadini a sbarazzarsene. E infatti la fila dietro ai banchetti delle firme s’allunga di ora in ora. Chi va a firmare lo faccia ad occhi aperti: sapendo di partecipare a un gioco di prestigio.
Non che gli altri referendum del passato fossero limpidi come acquamarina. Se è per questo, la storia delle consultazioni popolari è tutta punteggiata da trucchi e da malizie. A cominciare dalla formulazione dei quesiti, che in Italia da decenni vengono scritti usando le forbici anziché la penna a sfera. Per quale ragione? Perché la nostra Carta ammette soltanto il referendum abrogativo: per cancellare, non per aggiungere. Ma se una legge dice «Berlusconi non ha la barba», qualcuno può sempre chiedere d’abrogare per via referendaria il «non»; e allora toh!, al presidente del Consiglio crescerà una bella barba nera. Da ciò quesiti più lunghi d’un lenzuolo, da ciò una pioggia di coriandoli normativi sottoposti a referendum, un aggettivo di qua, una virgola di là.
Ora siamo all’ultima trovata: la reviviscenza. Significa che il comitato promotore punta le sue carte sulla resurrezione del sistema elettorale antecedente (il Mattarellum: maggioritario per tre quarti, proporzionale per un quarto), in seguito all’abrogazione del Porcellum. Come a dire che abrogando la Costituzione tornerebbe in vigore lo Statuto albertino. E senza tener conto che la Consulta, fin dalla sentenza n. 29 del 1987, ha escluso l’ammissibilità di referendum totalmente abrogativi d’una legge elettorale, per non esporre gli organi elettivi alla paralisi. Se l’ha esclusa, è perché in tali occasioni non rivive la legge preesistente: altrimenti non si formerebbe alcun vuoto normativo.
In realtà l’unico caso di reviviscenza, a rigor di logica, è l’abrogazione di una legge meramente abrogativa. Funziona così: la legge A dice «Piove». Il giorno dopo la legge B dice «È abrogata la legge A». Il giorno dopo ancora la legge C dice «È abrogata la legge B» (e allora sì, piove di nuovo). Ma non è questo il nostro caso, dato che il Porcellum non si limitò a cancellare il Mattarellum, vi ha sostituito una disciplina tutta nuova. E infatti i promotori, temendo la mannaia della Consulta, raccolgono adesioni pure su un altro quesito: 1954 parole, il triplo di quelle che state leggendo adesso, per eliminare a una ad una le disposizioni del Porcellum. Ma non c’è differenza se t’uccido tagliandoti la gola o invece facendoti a pezzetti. E oltretutto che cosa accadrebbe se la Corte costituzionale ammettesse ambedue i quesiti, e se successivamente il corpo elettorale votasse «sì» per l’uno e «no» per l’altro? Il Porcellum, da morto, si trasformerebbe in zombie; ma forse lo è già adesso.
Sia detto con tutta la stima e la simpatia per il comitato promotore: con quest’idea della reviviscenza il loro referendum è diventato un reverendum, per renderlo ammissibile ci vuole l’acqua santa. Poi, certo, si può sempre sperare che la Consulta sia sensibile al clima che monta nel Paese, come gli stessi promotori ti sussurrano all’orecchio; ma se fosse questo il suo metro di giudizio, tanto varrebbe mandarci un meteorologo. E noi? Tocchiamo ferro, e firmiamo senza farci illusioni. Usiamo questo referendum come una petizione, un gesto di dissenso, una protesta collettiva. Dopotutto sono così poche le occasioni in cui ci è data la parola.
(16 settembre 2011)
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