Renzi, un gavettone nel referendum

Stefano Milani

L’acqua non porta bene a Matteo Renzi. Sei mesi fa il sindaco di Firenze la invocava da Palazzo Vecchio, ma dal cielo cadde solo in versione ghiacciata. Trenta centimetri di neve che mandarono in tilt l’intera città e più di qualche accidente al primo cittadino e alla sua giunta per come affrontarono l’emergenza. Una settimana fa un nubifragio si è abbattuto in riva all’Arno trasformando per qualche ora la città di Dante in Venezia. E ora il referendum numero due, quello relativo alla remunerazione del capitale per gli investimenti nei servizi idrici, per cui Renzi si è smarcato dal Pd (non è che sia una novità, intendiamoci) dichiarando al mondo intero: “Io voto No. Togliere la remunerazione del 7 per cento sulle gestioni vuol dire condannare gli acquedotti italiani a non fare investimenti: oggi la mano pubblica non ha risorse per intervenire”. Echissenefrega, hanno risposto in coro i suoi concittadini a cui tanto garba il Renzi (è il sindaco più amato d’Italia) ma che gli preferiscono di gran lunga la bolletta con meno zeri. Per conferma chiedere a quel 65,1% di fiorentini (tra i più referendari dello Stivale) e, tra questi, al 95,8% che ha detto Sì, abrogando la norma che dava carta bianca all’imprenditore privato di lucrare sul bene comune.

Renzi il rottamatore, mettendo quella croce sul No, ha voluto fare il democristiano. E lasciare le cose come sono. In Toscana, infatti, è già in vigore un sistema “misto” di servizio idrico, diviso tra pubblico, privato e in mano a consorzi misti. Nel 1994 fu varata la legge Galli che consentì alle spa di entrare e spartirsi la torta. Prima di allora c’erano oltre duecento gestori, quasi tutti in mano ai Comuni. Dopo la legge, i gestori diventano sette a maggioranza pubblica e con una forte partecipazione (tra il 40 e il 48%) privata. Risultato? “La Toscana è tra le prime regioni in Italia per costo delle bollette. Non solo, con l’arrivo dei privati i servizi non sono migliorati, le tariffe sono aumentate, gli investimenti non ci sono stati”, denuncia la Cgil. A pagarne le spese i cittadini che stufi ieri sono andati, con il certificato elettorale sotto il braccio, a chiudere il rubinetto ai privati.

Un No che per il primo cittadino ha causato un mini-tsunami politico, riuscendo nell’impresa di scontentare tutti, ma proprio tutti intorno a sé: il partito, gli alleati, i suoi (ex) amici rottamatori e i fiorentini. Ma non ha rimpianti, anzi a urne chiuse (e Facebook aperto) rilancia la posta: “Lo rifarei domattina. Per un politico è più importante essere coerente che essere di moda”. Forse una notizia: che Renzi abbia finalmente deciso di scendere giù dalla passerella?

(14 giugno 2011)

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