Ricchi e civili per sempre?

Bruno Amoroso

Una riflessione e un commento sull’articolo di Federico Caffè “”.

e Giuseppe Amari

E’ difficile fare qualche nota di commento, seppure di presentazione, ad uno scritto di Caffè. Si rischia facilmente di appannarne la lucida esposizione, la chiarezza del concetto, la sottigliezza dell’analisi.

Anche il tentativo di aggiornarne il contenuto, si scontra sia con la sua straordinaria capacità profetica, sia con il persistere degli endemici vizi del “sistema in cui viviamo”; una definizione alternativa a quella del capitalismo usata da Keynes e da Caffè per evitarsi la fatica tassonomica nei confronti di un sistema dalle notevoli capacità trasformatrici e spesso camaleontiche.

L’ Italia con la “gobba”; un’espressione spesso usata da Caffè, anche per mettere in guardia, economisti e non, dal seguire acriticamente ricette importate dall’estero. Una consapevolezza, quest’ultima, che avrebbe evitato, per fare un’esemplificazione estesa anche alla politologia, di perseguire la cosiddetta teoria del “ciclo politico” da parte dell’ultimo governo di centrosinistra con una maggioranza risicatissima e quindi assolutamente instabile, dimenticando che quella teoria economica e politica nasce e si pratica in paesi dove i governi godono di una naturale e istituzionale stabilità.

E per continuare con l’esemplificazione, che utilità possono avere le numerose esercitazioni sugli equilibri della teoria dei giochi, cooperativi o meno, evolutivi e non, quando “giocano” al contrario, anche con voluta o intrinseca incapacità, le stesse autorità ordinative, di garanzia e di controllo e la giustizia opera con i tempi che conosciamo?  

Le difficoltà, poi, aumentano quando, come nel saggio caffeiano, si parla del difficile e pur necessario incontro tra diritto ed economia; saggio occasionato da un seminario tenuto all’università di Roma in onore di un suo prestigioso e caro collega, insegnante di diritto commerciale, Giuseppe Ferri. Difficoltà il cui superamento presupporrebbe  una conoscenza ed un’esperienza interdisciplinare almeno non troppo lontana da quella di Federico Caffè.

Ci limiteremo quindi solo ad alcune considerazioni di contorno per capire meglio il quadro concettuale, anche alla luce di qualche altro scritto di Caffè, in cui si situa il saggio presentato; che nasce sul tema specifico del salvataggio dell’azienda in crisi, ma che Caffè estendere all’intero “ciclo vitale” dell’impresa inserendolo nell’ambito delle più generali crisi economiche e finanziarie.

Nel riproporre una voce profetica quando la profezia si è realizzata e, persistendo l’errore, si realizzerà di nuovo, c’è sempre la speranza che la suddetta voce possa forse ricevere migliore accoglienza di quando fu formulata per la prima volta.

E’ infatti mortificante constatare come le cosiddette piramidi societarie, l’esteso e continuo uso di società off shore, di anonime fiduciarie e dei paradisi fiscali, le truffe e baraonde finanziarie le più scoperte (solo quando miseramente falliscono), le fusioni “risanatrici”, i salvataggi aziendali in ultima istanza con i soldi pubblici, con sicumera spesso dei responsabili, ma sempre con critica feroce ai sindacati e ai lavoratori per voler difendere posti inutili, quando non si mai voluta fare una serie programmazione che desse dignitose alternative occupazionali, la polemica se sia giusto o meno salvare le banche in crisi, continua ad essere il “sistema in cui viviamo” ed oggetto di ricorrenti perché immemori discussioni.

Certo, si potrebbero aggiungere, oggi, elementi che avrebbero aggravato lo sdegno di Caffè come la depenalizzazione del falso in bilancio, lo scudo fiscale per il rientro dei capitali dall’estero che, insieme ai ripetuti condoni, gli avrebbe richiamato alla mente il mancato cambio della moneta dell’immediato dopoguerra.

Avrebbe denunciato con ancora maggior forza la progressiva deregolamentazione normativa perseguita in un contesto economico sempre più complesso ed internazionalizzato ed intrinsecamente instabile. Incertezza, più che rischio: e quindi fronteggiabile più con norme certe ed esigibili in tempi certi che con formule stocastiche.

Avrebbe certamente ironizzato sulla “liquidità” (liquidazione?) sociale, di valori, ma anche norme e regolamenti a fronte di un enorme, accentrato “consolidamento” di strutture oligopolistiche multinazionali che hanno sottratto potere non solo al consumatore e al lavoratore e quindi al cittadino tout court, come agli Stati nazionali.    

Quanti giuristi, insieme agli economisti teorici della “corretta” governance e della “responsabilità sociale”, hanno garantito sulle capacità autoregolamentatrici interne all’azienda, all’industria, al mercato e quindi della società?

Altrettanto amaramente avrebbe constatato il degrado delle autorità di garanzia e sorveglianza come la SEC e l’Antitrust negli stessi paesi che per primi le istituirono, e il mancato serio decollo in Italia delle medesime, con la diffusione dei conflitti di interesse, corruzione e di carenze (volute) di ogni genere.

Per non parlare delle recenti vicende che hanno interessato la “sua” (e di Paolo Baffi) Banca d’Italia ai tempi della vicenda Fazio, Consorte, Fiorani.

Le critiche al sistema delle partecipazioni statali e alle facili e spregiudicate operazioni societarie sarebbero oggi sostituite dalla mesta considerazione che, come quel sistema fu costruito con il pubblico risparmio e sull’onda dell’emergenza risanatrice industriale, così fu tranquillamente (?) liquidato sotto l’emergenza del risanamento dei conti pubblici, senza alcun disegno di politica economica e industriale[i]. Addirittura spacciando per vigore concorrenziale il passaggio spesso tra un monopolio pubblico ad uno privato.

Persino la gestione di servizi pubblici con l’ingresso di uno o due operatori, controllati da qualche “debole” autorità di garanzia, è stato spacciato per un ritrovato spirito concorrenziale. Lo stesso Adamo Smith arrossirebbe!   

Ricordiamo una delle frasi centrali del saggio di Caffè: “La pretesa ‘libertà ed autonomia’ del sistema produttivo si è storicamente basata sul dramma umano della disoccupazione, questa va pertanto considerata come tale e non come un provvidenziale fattore di risanamento che risolve automaticamente problemi che, in realtà, dipendono dalle nostre decisioni responsabili”.  

E una di queste scelte era quella di considerare lo Stato come “occupatore di ultima istanza”. Un’espressione ripresa da Caffè nientemeno che da un articolo dell’Economist, ma accolto con scandalizzata sorpresa.

Un recente studio economico è stato intitolato “Ricchi per sempre?” [ii];  nel senso che l’autore ci mette in guardia dal presumere che non si possa regredire, ma al massimo ristagnare, dal livello di benessere raggiunto.  

Forse Caffè aggiungerebbe alla luce della peggiorata situazione etica, sociale, giuridica ed economica odierna  “… e civili per sempre? ”  

L’economia civile che è la scienza coltivata da Caffè, come dai suoi amici Sylos Labini (Economia politica), Sergio Steve (Scienza delle finanze), Pietro Onida (Economia aziendale), per ricordare altri tre eminenti colleghi, docenti universitari a Roma, è la scienza economica che si esercita al livello del faticosamente raggiunto stadio di maturazione civile, sia etica che giuridica [iii]. Stadio autorevolmente sancito dalle carte costituzionali e dei diritti umani, dalle normative più avanzate del diritto nazionale ed internazionale.

Quei diritti umani solamente nei quali a Norberto Bobbio sembrava intravedere un segno del progresso della civiltà, ancorché sempre in pericolo e rimesso in discussione.

L’economia civile (ma uguale discorso potrebbe farsi per la produzione normativa [iv]) si esercita nell’ambito di quei valori di raggiunta civiltà, ma ha anche il compito di garantirne le condizioni economiche di permanenza e la loro espansione[v].

Oggi Caffè sicuramente avrebbe fortemente criticato il tentativo imperialistico dell’ Economics che ha fruttato anche qualche premio Nobel (Gary Becker), di invadere altri campi come la filosofia morale e lo stesso diritto; si vedano ad esempio le teorizzazioni dell’ Economia del diritto con un’inversione dei fattori del più antico Diritto dell’economia. Esportando l’antropologia dell’ homo economics.

Caffè reclamava non solo l’incontro tra le due discipline, e per altro tra tutte quelle sociali evitando i rispettivi imperialismi, ma anche una loro collaborazione solidale, come mutualmente solidali sono le libertà umane[vi]. “All liberties were jontly liable”, lo scrisse nel profilo di un liberale come Einaudi che non sempre, però, quel “liable” tenne ben presente.   

Ebbene, il terreno elettivo di collaborazione tra le discipline economiche e giuridiche “civili” che l’articolo di Caffè ci suggerisce, anche con richiami espliciti, è senza dubbio quella della Costituzione.  

E’ noto, anche se non sempre se ne ricordi, che Caffè diede un contributo di grande rilevanza ai lavori che portarono alla definizione della Carta Costituzionale, a cominciare dalla sua stretta collaborazione con Meuccio Ruini e dalla sua partecipazione alla Commissione economica della Costituente [vii].

L’impegno, successivo alla promulgazione della Carta, di Federico Caffè per l’economia, come di Piero Calamandrei per il diritto, fu quello di realizzare la parte programmatica di una democrazia più avanzata e democratica e che vedesse il concorso partecipe e consapevole delle masse popolari. [viii]

Una battaglia piuttosto isolata, ma nel netto rifiuto del trade-off tra efficienza ed equità .

Infatti, a ben vedere, quel rifiuto è forse il principale filo conduttore della parte economica della Costituzione [ix]. Ma il senso di fraternità riscontrabile in Caffè lo troviamo anche dalla lettura attenta del testo costituzionale. D’altronde è ben nota la confluenza in esso delle tre correnti ideali e politiche principali del Novecento: quella liberaldemocratica, quella socialista e quella cristiana sociale [x]. La mortificazione anche di una sola delle tre porta a distorcere lo spirito complessivo della Carta.     

Il prevalere di un asse conservatore, dopo il breve periodo della partecipazione di tutte le forze antifasciste al governo che fece però in tempo a concludere la fase costituente, pregiudicò sostanzialmente quella della Ricostruzione ponendo una pesante ipoteca nei confronti dello sviluppo successivo.

Non vanno dimenticate le disparità sociali e territoriali e le “migrazioni bibliche” del dopoguerra, sul piano interno con congestioni e desertificazioni dei luoghi, e sul piano internazionale sollecitate pubblicamente da Alcide De De Gasperi. Un’ipoteca che ancora ci portiamo appresso.  

Non è qui il caso di riproporre in dettaglio le critiche che Caffè mosse alla sinistra di Togliatti e di Nenni, di aver perduto l’occasione della Resistenza al governo, per fare, non la rivoluzione chiaramente “impossibile”, ma per non aver voluto sostenere con forza quelle riforme che altri paesi del fronte occidentale avevano intrapreso come il cambio della moneta, un’imposta patrimoniale, la istituzione del consigli di fabbrica, le nazionalizzazioni di alcuni complessi economici e finanziari, il controllo del credito, ecc.[xi]

Parliamo invece della successiva mancata realizzazione di tanta parte della Costituzione economica. D’altronde anche sul fronte istituzionale lo stesso ordinamento regionale rappresentò la conclusione di una non facile battaglia.  

Caffè, una volta, ebbe l’occasione di affermare polemicamente: “Così, oggi ci si trastulla nominalisticamente nella ricerca di un ‘nuovo modello di sviluppo’ . E si continua ad ignorare che esso, nelle ispirazioni ideali, è racchiuso nella Costituzione; nelle condizioni tecniche, è illustrato dall’insieme degli studi della Commissione economica della Costituente” [xii] .

Commissione alla quale, nonostante una richiesta ufficiale del suo presidente Giovanni Demaria, e fatta propria dal ministro per la Costituente Pietro Nenni, non fu permesso di continuare a dare un contributo come organo di supporto tecnico all’Assemblea Costituente e quindi agli indirizzi per Ricostruzione [xiii].

E, sempre Caffè, in altra occasione: “A trenta anni precisi dalla firma della Carta costituzionale si può chiedere ai responsabili della politica economica che, nelle loro scelte quotidiane, ricordino più spesso (in verità imparino a ricordare) che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini?” [xiv].

Quando pronunciava tali accorate parole ci trovavamo di fronte ad una lettura “dicotomizzata” della Costituzione. Nel senso che si esprimeva riverenza alla prima parte purché appunto rimanesse sulla carta  mentre ci si guardava dall’usare molti strumenti ed istituti pur presenti nella seconda parte. Anzi, su questa seconda parte, si esercitavano, anche a sinistra, improvvide e sempre più numerose proposte di modifica; come se non ci fosse stata da parte dei padri costituenti una profonda visione unitaria[xv].

Ma ora, forti anche della pluridecennale desuetudine di tante norme, della non utilizzazione di tanti istituti [xvi], oltre che della già denunciata dimenticanza della prima parte, si pone formalmente in discussione anche quest’ultima.  Si chiede infatti la soppressione dell’art. 1 (La Repubblica fondata sul lavoro) e dell’art. 41 (tutela dell’iniziativa privata quando non contrasti con l’utilità sociale). Per non parlare dell’art. 21 sulla libertà di espressione e di informazione. Mentre Marchionne e Sacconi si muovono sul piano dei diritti del lavoro sempre più fuori della Costituzione, appunto “dopo [ o fuori? ] Cristo”[xvii].

Tanto che un giurista come Stefano Rodotà ha recentemente parlato di decostituzionalizzazione della Repubblica.

Naturalmente tutto ciò è stato possibile perché preceduto ed accompagnato dall’indotto degrado antropologico di tanta parte della società, già profeticamente denunciato a suo tempo da Pasolini e proseguito da allora a ritmi accelerati[xviii],  e dalla entropia di quella che è stata chiamata la “libertà “attiva”, perché poco esercitata e non fatta realmente esercitare[xix].

Ben conosceva Caffè, come il suo amato Keynes, la forza degli interessi costituiti, ma non andava  neppure sottaciuta la responsabilità degli intellettuali, troppo numerosi direttamente o indirettamente subalterni o al loro servizio. Ma avevano anche fiducia nella “forza delle idee” e degli intellettuali indipendenti, ancorché meno numerosi, al “servizio del cittadino” [xx], non solo nazionale, ma oggi soprattutto internazionale in una visione cosmopolita dell’economia quale la ebbero loro stessi, e del diritto come la ebbe Immanuel Kant.

Oggi Federico Caffè, agli economisti e ai giuristi, lancerebbe, ancora più accorato, il suo avvertimento nel caso di un mancato concorso solidale tra diritto ed economia sul terreno della civiltà: Ricchi e civili per sempre? 

Note


[i] Caffè sostanzialmente criticava che alcune manovre spregiudicate di manager pubblici alterassero il confine tra proprietà pubblica e privata senza che, in modo trasparente, se ne analizzassero le ragioni e di conseguenza potessero consapevolmente deliberare le istituzione democratiche. Per una dettagliata storia delle Partecipazioni statali e delle critiche di Caffè si veda Lo Stato imprenditore, di Bruno Amoroso e Ole Jess Olsen , Laterza, 1978.

[ii] cfr. Ricchi per sempre? Una storia economica d’Italia (1796-2005), di Pierluigi Ciocca, Bollati Boringhieri, 2007.

[iii] Secondo Zamagni e Bruni “l’idea centrale, e di conseguenza, la proposta dell’economia civile, è una concezione che guarda all’esperienza della socialità umana e della reciprocità all’interno di una normale vita economica, né al lato, né prima, né dopo”. In sostanza non basta il richiamo al mercato come fonte di efficienza e allo Stato per la necessaria funzione distributrice come fonte di equità, ma è necessario anche quello alla più ampia categoria della reciprocità che, oltre al contratto dello scambio di merci equivalenti sul mercato, considera anche il dono e lo scambio di beni compresi quelli relazionali che affondano nel principio della fraternità (che si differenzia dalle forme di paternalismo o filantropismo che possono essere presenti nella mera solidarietà). Quello della fraternità essendo un principio spesso dimenticato a fronte degli altri due della libertà e della uguaglianza. Tre principi che devono coesistere per una società veramente civile. (Cfr. Luigino Bruni, Srefano Zamagni, Economia civile, efficienza, equità, felicità pubblica, Il Mulino, Bologna, 2004).   

[iv] Ce lo rammenta la tragedia di Antigone. Quando la legge positiva di Creonte confligge con quella naturale di Antigone e del comune sentire (il coro). Dove però la legge naturale, oggi, non può essere quella del “sangue e della terra”, o di una divinità in quanto tale che non è universalmente comune, ma appunto quella dei diritti umani faticosamente convenuti e ufficialmente dichiarati con le varie Carte dei diritti e nelle Costituzioni democratiche.  

[v] Tutto ciò ha evidenti implicazioni epistemologiche. Caffè condivideva l’opinione di Myrdal secondo il quale non potendo evadere comunque dai nostri presupposti di valore era questione di onestà intellettuale renderli espliciti. Il progresso (o regresso) o comunque l’indirizzo dell’economia civile come disciplina dipende dunque dall’evoluzione di quei valori e di quei diritti. Ma considerazioni simili possono farsi per discipline giuridiche. Non è un caso che Francesco Paolo Casavola presentando alcuni saggi costituzionali afferma “ … la straordinaria evoluzione della scienza costituzionalistica europea, non è più in ritardo rispetto ai grandi eventi del mondo, ma in totale sincronia con essi, fino a poterne prevedere i processi formativi con l’osservazione razionale e con il principio della speranza”. (Cfr. G.P. Casavola, “Costituzionalismo tra statualità nazionale e mondialità politica”, Presentazione a Lo Stato costituzionale, di Peter Haberle, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma. 2005). La filosofia morale e la diffusa coscienza degli avvenimenti storici sono dunque alla base o comunque parte essenziale dell’evoluzione di quelle discipline.          

[vi] Tale consapevolezza dovrebbe sollecitare specifici programmi di ricerca interdisciplinari.

[vii] Per una descrizione più dettagliata di quel contributo sia permesso il richiamo alla postfazione di uno degli autori al volume Federico Caffè, un economista per gli uomini comuni, a cura di G. Amari e N. Rocchi, Ediesse, Roma, 2009.   

[viii] Piero Calamandrei qualche anno dopo la promulgazione avrebbe affermato : “ … L’Assemblea costituente scelse un tipo di Costituzione lunga, cioè contenente anche una parte ordinativa; la quale però, invece di essere volta ad effettuare una trasformazione delle strutture sociali, si limitava a prometterla a lunga scadenza, tracciandone il programma per l’avvenire” (Cfr. P. Calamandrei, “La Costituzione”, in AA.VV. Dieci anni dopo. 1945-1955, Laterza, Bari, 1955, pp. 212-215). Umberto Terracini, Presidente della Assemblea Costituente, poco dopo la promulgazione della Carta, scriveva su un opuscolo divulgativo “Le norme scritte nella Costituzione rimarranno sulla carta, non si realizzeranno automaticamente, se i lavoratori stessi non agiranno, non veglieranno affinché gli organi dello Stato le svolgano in nuove leggi, e l’amministrazione pubblica non eseguisca ciò che queste leggi disporranno” (Cfr. U. Terracini, “La Costituzione e i diritti del lavoro”, in Costituzione della Repubblica, Roma, s.d. ma 1948)        

[ix] Si rifiuta cioè la concezione dei due tempi e dei due luoghi. Prima l’efficienza prima e poi la redistribuzione a carico dello Stato o anche di privati (filantropismo pubblico o provato). Si accetta la democrazia politica ma non quella economica. Si veda anche quanto detto supra in nota 3.     

[x] Norberto Bobbio riconosce nella Costituzione “una sintesi mirabile: […] sinteticamente la Costituzione italiana è una costituzione ispirata all’idea liberale, integrata dagli ideali socialisti, corretti da ideali cristiano-sociali. Disegno composito di una società futura”. (Cfr. Bobbio, Pierandrei, Introduzione alla Costituzione, Laterza, Bari, 1982). Ma si veda anche Dossetti in nota 15.  

[xi] Tra gli scritti di Caffè: “1945-75:  gli stessi errori? Intervista a Federico Caffè di ‘Sinistra 77’”; “Un riesame dell’opera svolta dalla Commissione economica per la Costituente”; scritti riprodotti in Federico Caffè, un economista per gli uomini comuni, a cura di G. Amari e N. Rocchi, Ediesse, Roma, 2007, p. 306 e seg. e p. 297 e seg. Si veda ancora “Storia e impegno civile di Giovanni Demaria”, riprodotto in Federico Caffè, un economista per il nostro tempo, op. cit., p. 127 e seg. Un’analisi convergente con le posizioni di Caffè è quella di Marcello De Cecco “La politica economica durante la ricostruzione 1945-1951, in L’Italia 1943-1950, La ricostruzione, a cura di Stuart J. Woolf, Laterza 1974. Ma si vedano anche gli altri saggi. Una altra analisi critica convergente è anche quella di Antonio Gambino, L’ Italia del dopoguerra: dalla liberazione al potere DC, Laterza, Bari, 1978.  

[xii] Cfr. F. Caffè, “Storia e impegno di Giovanni Demaria”, art. cit.

[xiii] La lettera di proposta di Giovanni Demaria a Pietro Nenni e di questi a Umberto Terracini si può leggere in appendice al volume Federico Caffè, un economista per il nostro tempo, op. cit, p. 983 e seg. 

[xiv] In Lettere di Fabbrica e Stato, Cendes, n. 1417, ottobre, novembre 1977.

[xv] Naturalmente si è consapevoli di alcuni aspetti discutibili (e discussi) nella seconda parte della Costituzione e non si pensa ad una sua intoccabilità. Già subito dopo la sua approvazione si cominciò a parlare di eventuali modifiche cercando anche di far inclinare l’equilibrio raggiunto da una parte o dall’altra delle varie componenti ideali e politiche che concorsero a formarla. Nelle stesse carte lasciate da Caffè ci sono appunti manoscritti e dattiloscritti di modifiche suggerite da Meuccio Ruini; ma sui quali si legge l’autografo: “Ripensare per difenderla”. Quello che sembra chiaro è che le attuali proposte sono ancor più viziate da interessi particolari e avvengono in un clima politico e intellettuale, per non dire etico, lontanissimo da quello che dovrebbe. Non è inutile a tal proposito ricordare alcune parole di Giuseppe Dossetti, con cui Caffè collaborò ai tempi delle Cronache sociali, che uscì dal suo ritiro spirituale, per difendere la Costituzione già allora messa seriamente in discussione: “ … Questo patto non è stato un qualunque compromesso o un semplice effimero espediente, ma il risultato di una sinergia costruttiva … che l’ottica mondiale della necessaria ricostruzione imponeva, malgrado tutto, ai Costituenti. Questi potevano essere, sì, suscettibili a tutte le tentazioni banalmente compromissorie, ma erano anche più profondamente e intimamente necessitati, tanto dalla lezione del tragico passato, quanto dall’urgenza e dall’imponenza dei compiti dell’immediato futuri, a cercare un accordo più stabile, al di là delle loro immediate preferenze: accordo di validità universale, oltre il nostro ambito nazionale, e quindi ancorato a principi generali di umanità e di civiltà più vastamente intesi, capaci in qualche modo di interpretare il comune sentire umano dopo la grande catastrofe della guerra (tant’è vero che la prima parte della nostra Costituzione enuncia principi e garanzie sui diritti e libertà fondamentali della persona umana che possono stare alla pari dei più maturi enunciati al riguardo elaborati nelle sedi internazionali, con le successive dichiarazioni sui diritti umani) … Per queste ragioni la nostra Costituzione, malgrado tutte le sue imperfezioni, poté elevarsi alla dignità di un vero Patto nazionale, in cui sono confluite le tre grandi tradizioni politiche del nostro Paese: quella liberale, quella cattolica e quella socialcomunista”. (Cfr. G. Dossetti, “I valori della Costituzione” (1995), Prefazione di Francesco Paolo Casavola, Istituto italiano per gli studi filosofici, Quaderni del trentennale 1975-2005, n. 5, Napoli, 2005). Non è un caso se F. P. Casavola in altra occasione abbia scritto: “Se assumiamo le rivoluzioni liberali come il primo evento da cui ha origine il deuteroagonismo Stato cittadino, va identificata invece la causa storica del nuovo costituzionalismo nella Dichiarazione universale dell’uomo del 1948”. (Cfr. G.P. Casavola, “Costituzionalismo tra statualità nazionale e mondialità politica”, cit. ).

[xvi] Per esemplificare, è la Repubblica che “dirige, disciplina, coordina il credito” e non viceversa; sono le istituzioni democratiche che decidono i piani urbanistici e non la rendita fondiaria ed edilizia, così per la sanità e per la previdenza. La legge determina i “programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”; la proprietà privata può essere spropriata per motivi di interesse generale; Determinate categoria di impresa che si riferiscono a “servizi pubblici essenziali o a fonti di energia” possono essere nazionalizzate o affidate a comunità di lavoratori o a utenti, ecc.

[xvii] Tanto che Luciano Gallino di recente sollecita “ il ritorno ad un conflitto di classe che si esprima con gli strumenti della democrazia e però mandi in soffitta l’idea reazionaria che per avere e mantenere un lavoro bisogna sottostare a qualsiasi condizione un’azienda si sogni di imporre perché il mondo è cambiato, la globalizzazione lo esige, la competitività ce lo impone, ecc. Tutto sommato sarebbe una novità interessante nel deserto della politica italiana … Sarebbe paradossale se un efficace contributo al suo ritorno venisse proprio dall’azienda, la Fiat, che negli ultimi mesi ha fatto di tutto per presentarlo come un residuo arcaico della rivoluzione industriale”. (Cfr. Luciano Gallino “Se Marchionne rilancia il conflitto di classe”, La Repubblica, 22 agosto 2010).  Ma come il solo ritorno al conflitto di classe, pur necessario, non sia sufficiente lo dimostrano le considerazioni effettuate nel testo.

[xviii] ”Ogni degradazione è graduale”, dice Erasmo da Rotterdam. Cfr. “Chi ama la guerra non la conosce “, in Adagia, Einaudi Torino 1980. La famosa denuncia di Pier Paolo Pasolini fu formulata, come è noto, nel “Il Processo”, articolo su Il Corriere della Sera del 24 agosto1975; riprodotto in P.P. Pasolini, Lettere luterane, Einaudi, Torino1976. Per la sua lancinante attualità vale la pena riprodurne i capi di accusa. Capi di accusa che, oggi, allungherebbe e aggraverebbe di molto. “Dunque: indegnità , disprezzo per i cittadini, manipolazione di denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di un nazione straniera, collaborazione con la CIA, uso illecito di enti come il SID, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punire gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità questa aggravata dalla totale sua inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come si usa dire, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono ‘selvaggio’ delle campagne, responsabilità dell’esplosione ‘selvaggia’ della cultura di massa e dei mass-media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari anche distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori”.      

[xix] La libertà non consapevolmente e attivamente esercitata finisce per avvilire le istituzioni democratiche o peggio (rendendoli “comitati di affari”), ma senza quelle istituzioni i cittadini finiscono perdere la qualifica stessa di cittadini e per cadere sotto regimi totalitari.

[xx] “Egli era consapevole di quanto numerosi fossero gli afflitti e i diseredati e di quante poche fossero le persone impegnate a rendere loro giustizia”. Sono parole di Caffè dedicate alla commemorazione di Fausto Vicarelli un altro suo caro amico e collega della Università di Roma, prematuramente scomparso. (Cfr. F. Caffè, “Ricordo di Fausto Vicarelli”, Economia politica, n.11 novembre 1986. Riprodotto in F. Caffè un economista per il nostro tempo. Op. cit. p. 748).

(17 settembre 2010)

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