Ricordo di Robert McNamara

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di Jonathan Schell, da The Nation, traduzione di Laura Franza

Ho incontrato per la prima volta Robert McNamara nell’estate del 1967. L’incontro era stato organizzato da Jerome Weisner, all’epoca rettore del Mit. Io ero appena rientrato da un viaggio nel Vietnam del Sud dove, come reporter di The New Yorker, ero stato testimone della distruzione di fatto, da parte dell’aviazione americana, di due province, Quang Ngai e Quang Tinh. Seduto sul sedile posteriore degli aerei del Forward Air Control (Fac) [Controllo Fuoco Aereo] – piccoli Cessna che coordinavano i bombardamenti e gli attacchi a volo radente per mezzo di contatti radio tra le forze di terra e i piloti bombardieri – avevo avuto la misura della distruzione appena arrecata ed ero stato un testimone diretto della distruzione di interi villaggi proprio mentre avveniva. I piani d’azione erano chiari. Venivano dapprima lanciati sui villaggi dei volantini che dicevano "Dei vietcong si nascondono nei vostri villaggi in mezzo a donne e bambini innocenti … Se i vietcong in questa zona usano voi o i vostri villaggi a tale scopo, aspettatevi la morte dal cielo". E la morte dal cielo venne. Dopo di che, altri volantini venivano lanciati, informando gli abitanti "Il vostro villaggio è stato bombardato perché avete dato rifugio a dei vietcong … Il vostro villaggio sarà bombardato ancora se offrirete in alcun modo rifugio ai vietcong". I risultati erano altrettanto chiari. Come potei osservare dall’aereo circa il settanta per cento dei villaggi nella provincia di Quang Ngai furono distrutti. Tutto ciò, secondo uno degli eufemismi usati nella lingua franca della guerra in Vietnam, veniva definito "la guerra aerea". In realtà si trattava di un massacro aereo unilaterale, per lo più di civili. Avevo ventitre anni a quel tempo, e non avevo idea di cosa fosse un crimine di guerra, ma mi fu chiaro più tardi che si trattava di ciò di cui ero stato testimone, giorno dopo giorno. (Cinque mesi dopo la mia partenza, nel marzo del 1968, le truppe statunitensi perpetrarono la strage di Mi Lai, dove furono uccise circa 350 persone).

Weisner, che era amico di McNamara, credeva che lui dovesse sapere quello che io avevo visto, e lo scopo dell’incontro, che eravamo d’accordo restasse confidenziale, era quello di dirglielo. Io non lo sapevo, ma la sua perdita di fiducia nella guerra era già iniziata, tanto che il novembre successivo avrebbe lasciato la carica di ministro della Difesa per assumere la presidenza della Banca Mondiale. La ben nota figura, con gli occhiali lucenti senza montatura e i capelli ordinatamente tirati all’indietro, quasi fossero vetro filato, mi accolse sulla porta del suo immenso ufficio che si affacciava su uno degli ingressi del Pentagono, la cosiddetta River Entrance, e da cui si vedeva, in lontananza, il monumento di Washington. In quell’uomo percepii una prodigiosa, inarrestabile e inestinguibile energia che mi diede l’idea di non poter fermare neanche se l’avesse voluto. Mentre faceva una cosa sembrava già pensare alla prossima, o a quella dopo ancora. A riposo, sembrava muoversi più rapidamente di uno che corre. Appena cominciai il mio racconto, mi puntò con lo sguardo. La mia impressione fu che non fosse esattamente un buon ascoltatore, ma che potesse, in un modo tutto suo, essere un buon recettore di informazioni. Mi portò davanti a una carta geografica del Vietnam poggiata su un cavalletto nel retro del suo ufficio, e mi chiese di localizzare le aree delle distruzioni. Mi resi conto che la domanda era un test di prova che mi trovai a poter superare in modo eccellente, visto che avevo con me delle mappe mentre ero sugli aerei della Fac e avevo misurato i livelli di distruzione nell’intera provincia di Quang Ngai. Lui sembrò profondamente coinvolto, ma non fece commenti, mi chiese soltanto se non avessi qualcosa di scritto. Risposi di sì, ma che si trattava di materiale scritto a mano. Mi suggerì di farne una copia dattiloscritta, e mi sistemò in un ufficio di un generale in quel momento assente, se ben ricordo in Africa. Quello che non sapeva era che l’articolo era lungo quanto un libro. Ci vollero tre giorni per dettare il testo nel dittafono del generale, che poi riemerse perfettamente dattilografato, capitolo dopo capitolo, dalle viscere del Pentagono.

Portai a mano il materiale finito a McNamara, che mi ringraziò, ma non disse nulla di più sulla questione, né allora né dopo.

Ma c’è un seguito. Quindici anni dopo, nel 1982, mentre faceva ricerche per il suo classico sulla guerra A Bright and Shining Lie [in Italia uscito con il titolo Vietnam. Una sporca bugia] Neil Sheehan si imbatté in vari documenti relativi al mio manoscritto-dattiloscritto al Pentagono, e me ne portò delle copie. Da quei documenti risultava che McNamara inviò immediatamente quel materiale all’ambasciatore americano nel Vietnam del Sud, Ellsworth Bunker. Questi a sua volta ordinò ad un certo Hataway di rintracciare i miei percorsi nelle province di Quang Ngai e Quang Tinh, e inoltre chiese a Bob Kelly di scrivere un rapporto completo allo scopo di screditare il mio resoconto, e di fare in modo che la rivista Atlantic (dove Bunker erroneamente pensava stesse per essere pubblicato il mio lavoro) "negasse la pubblicazione". Un appunto di segnalazione di queste cose giunse a McNamara, al Sottosegretario di Stato Nicholas Katzenbach e all’assistente del Segretario di Stato William Bundy. L’ufficiale ‘in azione’ era il Segretario di Stato Dean Rusk. Quelli che io avevo intervistato, compresi i piloti del Fac, furono interrogati di nuovo e resero delle deposizioni giurate. Due piloti civili furono inviati a sorvolare la provincia e a controllare le mie valutazioni dei danni. L’obiettivo era quello di confutare pubblicamente i miei dati. Tuttavia, il rapporto conclusivo inopinatamente trovò che "le stime del signor Schell sono sostanzialmente esatte", e così non furono prese altre iniziative. In ogni caso, Robert McNamara, disilluso della guerra, annunciò le sue dimissioni da ministro della Difesa in quel periodo.

Forse frustrato dal fatto di non essere riuscito a trovare errori di sostanza nel mio resoconto, l’autore del rapporto scrisse alcuni commenti sulla stampa che involontariamente esemplificavano il pensiero distorto su cui poggiava la guerra intera. Io non ero al corrente, lui sostenne, di alcune circostanze attenuanti relative alle distruzioni di cui ero stato testimone. Io non sapevo, sostenne lui, che "La popolazione è totalmente ostile…". Invece, agli occhi dei vietcong, "i vietcong sono il popolo". Così il motivo principale per non combattere la guerra sin dal principio, ovvero il perfettamente ovvio odio della maggioranza della popolazione per l’invasione e l’occupazione americane, diventava, secondo tale ragionamento, la giustificazione per continuare la guerra.

Quando parlai ancora a lungo con McNamara, nel 1998, non fu del Vietnam ma di armi nucleari, tema sul quale eravamo d’accordo quanto eravamo in disaccordo sul Vietnam: entrambi credevamo che l’unica cosa decente e sensata da fare con la bomba atomica fosse sbarazzarcene. Il ripensamento di McNamara sulla questione nucleare fu clamoroso. Più di ogni altro membro del governo lui era stato responsabile per l’istituzionalizzazione della strategia primaria dell’era atomica, la deterrenza, altrimenti nota come reciproca distruzione assicurata. Ora voleva farne a meno. Ma in effetti, dopo di allora fummo più vicini anche sul Vietnam, visto che pubblicò, dopo due decenni di silenzio sulla guerra, il libro In Retrospect, nel quale ripudiava le sue precedenti giustificazioni della guerra, e a proposito delle amministrazioni Kennedy e Johnson scrisse le famose parole "Ci sbagliavamo, ci sbagliavamo terribilmente".

Rivelò anche una qualche emotività sotto la patina esteriore d’acciaio. Oggi sappiamo che a un incontro di governo tenutosi in occasione del suo addio alla carica di ministro della Difesa, pianse di fronte alla constatazione che i bombardamenti in Vietnam erano stati inutili. Stava forse pensando ai villaggi devastati nel Quang Ngai? Non lo so. In più di un occasione mentre confessava i suoi errori rispetto al Vietnam, la sua voce si è spezzata o si è fatta incerta e gli occhi si sono velati di lacrime. Come un certo tipo d’uomo della sua generazione, era emotivo senza essere introspettivo. Il suo libro era ‘retrospettivo’ non introspettivo – una riflessione in pubblico su una materia d’interesse pubblico, e non conteneva praticamente nulla di ciò che caratterizza una ricerca interiore. Nel tono e nello stile il suo libro, sebbene dovesse scaturire da un vasto serbatoio di sentimenti, mirava a una concreta e oggettiva analisi.

Molti critici hanno sostenuto, a ragione, credo, che si fosse trattenuto dal giungere a una completa comprensione, che avesse cercato di rimanere fermo alle rivendicazioni di nobili intenzioni che i fatti non potevano avallare. La questione è quanto siano realmente nobili delle intenzioni quando i fatti che mostrano come i risultati producono effetti orribili sono facilmente a portata di mano se non trascurati.

Avrebbe dovuto McNamara essere più apertamente coraggioso nel suo rammarico? Sì, avrebbe dovuto. Avrebbe dovuto esprimerlo prima? Certamente. Avrebbe dovuto dimettersi per protesta una volta capito che la guerra era inutile e sbagliata? Sì. Avrebbe dovuto non raccomandare mai la guerra o esserne a capo in prima persona, e avrebbe dovuto non esistere mai una guerra americana in Vietnam? Oh santo cielo!, sì. La storia americana recente privata del Vietnam? Che visione di un Paese migliore, raggiungibile ma persa!

Certo, se mettiamo su un piatto della bilancia i morti delle lacrime di McNamara e sull’altro i tre milioni di vietnamiti e i circa 60.000 americani, non c’è dubbio da quale parte penderà la bilancia.

D’altro canto, quanti personaggi pubblici della sua levatura hanno mai espresso il loro totale rincrescimento per i loro errori e follie e crimini? Mentre i decenni del ventesimo secolo scorrevano, i cumuli di cadaveri diventavano torri sempre più alte, su fino al cielo, e oggi continuano ad ammucchiarsi nel nuovo secolo, ma quanti tra coloro che comandano e che hanno fatto sì che queste cose accadessero hanno mai detto "Ho sbagliato" oppure "Avevo terribilmente torto" o hanno versato una lacrima per le loro azioni? Io posso fare un solo nome: Robert McNamara. Ne deduco che deve essere una cosa molto ardua da fare.

Se mai gli sarà dedicata una statua, cosa poco probabile, mostratelo mentre piange. E’ la cosa migliore che abbia fatto.

(12 luglio 2009)



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