Riforma Gelmini, la decadenza del sapere

Giorgio Parisi

, il manifesto, 14 dicembre 2010

Oggi, nella mobilitazione generale contro la crisi, saranno ancora in piazza gli studenti universitari contro la legge Gelmini. Questa legge sembra avere lo scopo di far spendere il meno possibile allo Stato, senza badar troppo alla qualità del prodotto. È un risparmio oltretutto assai miope: la legge si apre con una norma che prevede che solo le università che hanno conseguito la stabilità e sostenibilità del bilancio possono sperimentare propri modelli funzionali e organizzativi; si tratta in realtà di una sorta di punizione collettiva del tutto illogica. Come se non fosse possibile proprio con un’appropriata sperimentazione ridurre le spese.

È una legge prolissa e, nonostante che sia ricca di disposizioni minute, per essere applicata ha bisogno dell’emananazione di una cinquantina di decreti, alcuni dei quali sono rimandati fino a quando non si troveranno le risorse necessarie per la loro attuazione. È difficile capire che cosa uscirà fuori da questa legge, molto dipenderà dallo spirito con cui saranno scritti i decreti, ma l’inizio non è molto incoraggiante: basta guardare la norma in cui si prevede che le borse di studio sono sostituite da buoni-studio (da restituire parzialmente dopo la laurea).

Gli studenti che avranno conseguito la laurea con il massimo dei voti ed entro i termini di durata normale del corso, saranno esentati da questa restituzione, ma solo nei limiti delle risorse disponibili. Nello stesso spirito, coloro che aspirano a diventare dottori di ricerca saranno estasiati di sapere che il loro titolo potrà essere abbreviato come «Dott. Ric.», ma saranno più tristi quando scopriranno che le università potranno mettere a concorso posti per conseguire un dottorato, anche senza bandire borse di studio: infatti è stata abolita la norma attuale che obbligava le università a finanziare borse di dottorato in numero maggiore o uguale al 50% dei posti disponibili. Il diritto dei soggetti a beneficiare di un provvedimento viene sistematicamente sostituito con la possibilità da parte dell’amministrazione di un atto liberale, risorse permettendo.

La stessa scomparsa dei diritti soggettivi riguarda i ricercatori a tempo determinato (per un tempo massimo di sei anni). La loro istituzione è sbandierata da parte della Gelmini come una modernizzazione che instaura in Italia pratiche prese in prestito dalle migliori comunità accademiche estere (la cosidetta tenure track).
In realtà le cose sono molto diverse: nel mondo anglosassone il vincitore di una posizione a tempo determinato con tenure track, ha diritto di chiedere di essere valutato prima della fine del contratto: se la valutazione è positiva, l’università ha l’obbligo di assumerlo a tempo determinato.

Invece da noi la valutazione dovrebbe essere effettuata solo «nell’ambito delle risorse disponibili per la programmazione»: ovvero l’università decide a priori in maniera insindacabile chi valutare. I tanti che non verranno valutati per mancanza di risorse o perché non graditi ai potentati locali si ritroveranno in mano (alla soglia dei quaranta anni) un ambitissimo «titolo preferenziale per l’ammissione ai concorsi nelle pubbliche amministrazioni».

L’opposizione aveva proposto un emendamento che prescriveva l’accantonamento preventivo delle risorse necessarie per l’assunzione in ruolo e l’obbligatorietà della valutazione. In questo modo i vincitori di un posto di ricercatore a tempo determinato avrebbero avuto la garanzia di essere assunti in caso di valutazione positiva del loro operato, ma l’emendamento è stato respinto e i futuri ricercatori a tempo determinato sono rimasti in balia delle future finanziarie e dei rapporti di forza nei dipartimenti universitari.

Almeno adesso, quando un giovane vince un posto di ricercatore, ha la garanzia del futuro: con questa legge si rimane precari per altri sei anni. Anche senza parlare dell’ingiustizia commessa verso queste persone, una punizione assurda verso coloro che cercano di contribuire al progresso culturale del nostro paese, la norma è fortemente penalizzante verso le università italiane in quanto rafforzerà notevolmente il flusso dei nostri giovani verso paesi più ospitali, come per esempio la Francia, in cui i ricercatori raggiungono di norma una posizione a tempo indeterminato prima dei trentun anni, età in cui da noi si aspirerà solamente ad entrare nel tunnel di sei anni di precariato.

La Gelmini presenta come fiore all’occhiello la nuova disciplina per la selezione dei professori universitari. Al posto dei concorsi universitari, spesso (ma non sempre) macchiati di nepotismo, viene istituito un infernale meccanismo di abilitazione nazionale e di successiva chiamata degli idonei da parte delle università. È del tutto evidente che molto velocemente tutti coloro che respirano verranno abilitati, e che le università potranno pescare in maniera arbitraria e deresponsabilizzata in una pletorica lista di abilitati.

La situazione è resa drammatica dalla drastica riduzione dei finanziamenti: contrariamente a quanto alcuni esponenti della maggioranza sostengono alla televisione e sui giornali, ignorando bellamente le cifre ufficiali, il finanziamento dell’università è calato del 7% dal 2009 al 2011 (di più del 10% se teniamo conto anche dell’inflazione), bloccando di fatto il turn-over e la possibilità di dare spazio ai giovani al posto dei tanti anziani che vanno in pensione. Assistiamo a una decadenza dell’università pubblica italiana che in pochi anni potrebbe diventare irreversibile: se le giovani generazioni lasciano l’Italia o la cultura, creano un buco che non può essere riempito.

(14 dicembre 2010)

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