Riformare il capitalismo: una risposta a Turci
Salvatore Biasco
Non c’è e non può esserci una distinzione, concettuale o politica, tra socialismo e “comunitarismo”: una società comunitaria, mutualistica e cooperativa è una società in cui la logica del mercato è temperata e corretta dall’autorità delle istituzioni pubbliche, e dunque dello Stato. Una risposta a Lanfranco Turci a proposito di “Come riformare il capitalismo”.
Sono grato a Lanfranco Turci per l’attenzione che dedica al mio libro, con una attenta e vivace. Gli sono anche grato perché dalla sua lettura capisco che probabilmente qualcosa é da cambiare nel mio libro se una persona così viva intellettualmente e piena di passione e acume politico, come lui é, é indotta a trarre conclusioni che sono lontane dalla mia ispirazione.
Mi riferisco soprattutto alla presa di distanza, che mi attribuisce, dalla esperienza socialdemocratica e dagli insegnamenti che se ne possono trarre per l’oggi. Derivo ciò innanzi tutto dalle sue perplessità sul fatto che avrei sostituito un ideale comunitario a uno socialista, generate da un equivoco dovuto alla terminologia che uso (tra l’atro, solo nel capitolo “italiano”). Lo derivo anche da un giudizio (che mi viene attribuito) circa la radicalità dell’esperienza storica socialdemocratica, contrapposta a un programma più pragmatico di introduzione di elementi di socialità nel meccanismo capitalistico, che io propongo.
Mentre tutte le domande che Turci pone in chiusura sono importanti e pertinenti (e, ahimé, vorrei avere una risposta sicura per esse), l’ultima non lo é. Affrontando problemi di identità del Pd, come faccio nell’articolo sull’Unità, che riprende frasi del libro, non potevo riferirmi a una concezione “socialista” della società, che é un’indicazione un po’ troppo generica e indefinita (e che in Italia ha anche connotati negativi per il general public), né all’identità socialdemocratica che, sebbene ha certamente implicazioni più definite, indica una specifica forma mentis solo per pochi intellettuali, ma significa purtroppo poco per le masse, a causa della storia anomala della sinistra, che non ha mai conosciuto una opzione socialdemocratica vera e propria.
Uso altri termini. Nel modo in cui Turci riporta il punto sembra quasi che proponga tanti kibbutz o tanti comitati operativi di circondario come l’obbiettivo di costruzione della società che dovrebbe appartenere alla sinistra. Non si spiegherebbe altrimenti la contrapposizione che lui pone tra socialismo e comunitarismo. Per me una società “comunitaria, mutualistica e cooperativa” (sono i termini che uso alternativamente) é una società in cui sono esaltati i legami collettivi (sempre), dove la coesione sociale é una priorità, dove la logica del mercato é temperata e corretta dall’autorità dello Stato, dove quest’ultimo é un mediatore attivo tra interessi e aspirazioni diverse (ma anche il depositario dell’interesse nazionale, verso il quale tende di far convergere tutti i gruppi sociali, non mortificando la partecipazione e esaltando la responsabilità). Non vado avanti nei connotati, perché penso che questi bastino a capirsi.
E’ ovvio che questa impostazione debba essere riprodotta a vari livelli nel corpo della società, anche in azioni e proposte simboliche. Deve essere sempre presente nel segno delle politiche e dell’organizzazione sociale che quelle politiche presuppongono. Nel macro quanto micro. Già dall’inizio del libro, a pagina 14, definisco i caratteri che qualificano in più o in meno una società democratica [1]. Avrebbe dovuto bastare. A me i termini usati sembravano i più evocavi per l’Italia, ma nel futuro starò attento affinché la loro scelta non diventi fonte di malintesi, addirittura generando dubbi sulla mia ispirazione agli orientamenti socialdemocratici.
Anche l’altro punto non é come mi viene attribuito. Ho solo inteso rimarcare che allora la socialdemocrazia poteva avere un’idea compiuta di società, da narrare e perseguire realisticamente; oggi questo compito é più complesso, perché più complessa é la società. Tuttavia, un programma in cui la sinistra si proponga di spingere in avanti la frontiera dei caratteri sociali da introdurre nel meccanismo capitalistico – in un processo ideale e di azione politica che non ha mai fine perché ad ogni avanzamento l’obiettivo si allarga e si ripropone su altri fronti – a me sembra un programma fin troppo radicale. Certo bisognerà tener pur sempre conto che la logica capitalistica pone dei limiti (che comunque occorre tentare di forzare) e che una forza di governo non trova legittimazione senza la capacità di dimostrare che é in grado di mantenere dinamica l’economia e la società. Ma questo é ciò che i socialdemocratici (quando al governo nel periodo d’oro) hanno sempre saputo. D’altra parte, quanto io indico come indirizzo per le forze socialiste europee (indirizzo a cui dedico un intero capitolo, che ritengo una componente essenziale della pars construens) é un programma di mutamento profondo dei connotati del sistema in cui viviamo. E’ un programma anche fin troppo rivoluzionario (ma, come sostengo, guai a non essere guidati da un “programma massimo”). Quel programma é tutt’uno con la consapevolezza che il sistema capitalistico é instabile e diseguale e che perno della sua stabilità é la fiducia collettiva che solo lo Stato può generare. Si tratta di una consapevolezza cui dovrebbe tendere la costruzione teorica.
E qui veniamo alla questione del paradigma scientifico. Non penso che un programma politico possa trovare ispirazione primaria solo sul piano delle opzioni morali o dei giudizi di valore, specie in un mondo in cui la cultura dominante e il senso comune sono quelli affermatisi col nuovo capitalismo. L’ispirazione primaria non può non essere in una solida interpretazione dell’economia e della società (che possa essere contrapposta a quella dominante). Personalmente, vorrei una sinistra che combatta la battaglia delle idee e dei modelli di economia (per questo ho scritto il libro), mentre, al contrario, ha assorbito l’dea che non vi sono alternative, se non modeste, all’esistente. Senza quella battaglia – e forse anche un pizzico di utopia -non si cambia il senso comune.
Nel mio libro faccio notare – come puro dato di fatto – che nelle circostanze in cui un humus culturale diffuso é divenuto storicamente elemento di propulsione degli eventi vi é sempre stata una sistemazione astratta che ne é stata l’ancoraggio (magari ignota alle masse che di quell’humus sono il soggetto, ma non ignota alle elite). Penso che a ciò non potrà fare eccezione una controrivoluzione futura e auspicata. Volendo non lasciare la questione alla pura enunciazione – ma inoltrandomi a indicare qualche passaggio su cui si può costruire una visione rivale a quella dominante (che ritenevo anch’esso un contributo alla pars construens) – potrei aver dato l’impressione che il compito attenga agli accademici e agli specialisti. Se Turci ha tratto quella impressione ha ragione di esser perp
lesso. Confesso che anch’io mi sono chiesto se non finivo per darla, il che mi induce a pensare che in una prossima eventuale edizione quelle indicazioni sul paradigma alternativo saranno eliminate o poste in appendice. Non é quello che intendevo.
Il cuore di una costruzione teorica alternativa é il partito politico della sinistra (con la P maiuscola). Il partito politico é committente implicito di cultura e teorie. Con le sue opzioni, le sue necessità politiche, la sua capacità di organizzare e selezionare la cultura, la sua esigenza e capacità di sintesi (e anche con la sua esperienza e radicamento) crea una domanda, un consumo, uno stimolo, una pressione culturale. Guida e corregge l’ispirazione degli intellettuali e crea il terreno fecondo a una elaborazione di cui é il perno. Stabilisce un ping pong tra mondo dell’azione e dell’astrazione sintetica. Ma se tutto questo non c’é, non c’é neppure il resto. Prendiamo l’Italia: un partito allo sbando (come lo é stato finora, domani non so; é d’obbligo non essere pessimisti e forse qualche motivo c’é), un partito subordinato culturalmente, sempre alla rincorsa di intellettuali a la page (quelli che ripetono con buon eloquio i luoghi comuni); un partito che, non avendo una cultura solida, non riconosce nemici culturali, quale pathos culturale può mai diffondere e trasmettere? Io non intendo essere preso alla lettera nelle mie linee di ricostruzione dell’ “economia politica” [2], ma solo sollevare un problema e indicarne il cuore.
Ultima questione sollevata da Turci riguarda la riduzione delle diseguaglianze in cui sinceramente non afferro completamente i motivi delle sue perplessità. Non penso che sia in disaccordo sul fatto che senza raggruppamenti sociali che lottino per realizzare maggiore giustizia sociale é difficile conseguire l’obiettivo. Affermo che la diseguaglianza non é solo nel potere squilibrato tra lavoratori e imprese, ma in condizioni più generali della vita di ciascuno – nelle opportunità offerte, come nella faticosità stessa della quotidianità (certamente legata alle condizioni sociali), relativa a abitazione, trasporti, capacità di consumo, protezione della salute, opportunità per i figli, orari e onerosità dei lavori, tranquillità soggettiva, ecc..
Per una buona fetta della popolazione tutto ciò non é un problema, ma per un’altra tocca aspetti di vita nei quali si consuma una diseguaglianza forte con la parte agiata. Questo non giustifica – e l’ho scritto, quindi non può essere ciò che Turci mi imputa – l’abbandono del luogo di lavoro e della politicizzazione del rapporto di lavoro come terreno di contesa politica. Ma il luogo di lavoro non basta. Non basta, senza la presa di coscienza dei meccanismi stessi che producono quelle diseguaglianze, per la cui consapevolezza vi é necessità di cambiare la cultura comune, in primo luogo quelle convinzioni diffuse che la società é aperta e che le questioni si risolvano individualmente. Sebbene non ritenga che su questo possano esserci disaccordi con Turci, tuttavia colgo che qualcosa non lo convince. Forse un certo onirismo su questo punto, che é probabile ci sia (confesso e nego al tempo stesso che sogno, finché permangono queste diseguaglianze, che vengano gettate le uova alla prima della Scala, che le vetrine di via Condotti vengano imbrattate che chi va al check in per le Maldive trovi dei contestatori, anche se talvolta, non nascondo, che potrei essere oggetto di questo sentimento).
Forse, se leggo bene tra le righe del suo commento, Turci coltiva una scetticismo che del cambiamento di cultura di massa possa essere agente il partito politico (sempre con la P maiuscola). Potrebbe avere ragione. Ma questo non esclude che come militanti e intellettuali dovremmo combattere per affermare la direzione in cui vorremmo spingere il partito che dovrebbe rappresentare la base della piramide sociale (in una sintesi generale). A un certo punto mi sono posto la domanda “perché quella piramide non si é spezzata politicamente in due tronconi, sopra e sotto, e le diseguaglianze non son divenute motore del cambiamento sociale?”. Ho risposto: é una conseguenza della cultura dominante, ormai diffusa in tutti gli strati, e delle ricadute sociali e di potere che ne derivano, nonché del disarmo verso la ricchezza attuato dalla sinistra e quant’altro; la diseguaglianza si combatte anche sul piano culturale. Può darsi che la risposta debba essere più complessa; accetto qualsiasi altra risposta e conclusione. Ma quella domanda sul perché le diseguaglianze non siano oggi motore della società é cruciale per la ricostruzione di un programma politico della sinistra e per ricostruire la sua missione.
Turci discute scetticamente più che la pars construens del libro il “dover essere” che indico alla sinistra. C’é una mia storia che può garantirlo sulla mia collocazione e ispirazione analitica. Mi sono formato a contatto (non solo ideale) con il laburismo britannico degli anni ’60 e ’70 e ho ha subito il fascino delle esperienze storiche delle socialdemocrazie nordiche (e tedesca), che poi ho studiato. Non ho cambiato riferimenti ideali. Certo, ho visto la base sociale e il sostrato antropologico e di conformazione della società, nonché il contesto dell’economia mondiale, mutare radicalmente. E sullo sfondo di ciò, la mia ricerca si é indirizzata a individuare ciò che é ancora vivo (ed é tanto) dell’insegnamento socialdemocratico. La domanda che mi sono posto implicitamente é se la convinzione (diffusa anche nella sinistra non blairiana) che quel modello debba, invece, essere archiviato e consegnato alla storia non sia in sé l’evidenza di una sconfitta culturale epocale che ha concesso al modello vincente di presentarsi (o venire percepito) come privo di sostanziali alternative. Da qui prende le mosse il libro.
NOTE
[1] “Per quanto sia arbitrario porre in scala gli elementi di democrazia in campo economico e arrivare a un giudizio sintetico, possiamo convenire di considerare più democratico un sistema: •quanto maggiori siano le possibilità di scelta individuale e collettiva in merito ai vari aspetti dell’assetto sociale ed economico; •quanta più partecipazione quel sistema consenta; •quanta più capacità di controllo abbiano i singoli sui processi che su di loro ricadono; •quanta più socialità di qualsiasi forma sia incorporata nel processo produttivo; •quanto più protetti siano i rischi sociali; •quanto maggiore sia l’equilibrio di poteri in campo economico; •quanta maggiore sia la trasparenza in tutti campi dell’agire economico; •quanto minore sia l’area del conflitto di interessi di coloro le cui scelte coinvolgono terzi; •quanto più il sistema sia protetto dall’incertezza economica e preservato da crisi e oscillazioni.” (pag 14)
[2] Tra parentesi, i passaggi di quella ricostruzione, che sono puri tentativi di fissare dei paletti, fanno i conti con tutte le
(5 febbraio 2013)
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