Rimasterizzata “Tripoli bel suol d’amore”
Ivano Sartori
Sulla Libia ci sarà modo di ragionare, recriminare e voltare gabbana nei giorni a venire. Non finirà presto. Afghanistan e Iraq insegnano che gli strascichi sopravvivono alle azioni belliche propriamente dette. Le guerre lampo che risolvono i problemi d’incanto, come la sculacciata che quando ci vuole ci vuole, esistono solo nei sogni dei creduloni e dei guerrafondai.
Per ora mi limito a constatare che, a pochi giorni dai festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, il nostro Paese celebra i cento anni trascorsi dall’invasione della Libia (iniziata dal liberale Giovanni Giolitti, sia detto per i deboli in storia, e portata a compimento dall’illiberale Benito Mussolini) ritornando sui propri passi.
«Sai dove s’annida più florido il suol?
Sai dove sorrida più magico il sol?
Sul mar che ci lega coll’ Africa d’or,
La stella d’Italia ci addita un tesor.
Tripoli, bel suol d’amore…
Tripoli sarà italiana al rombo del cannon».
Così cantava cent’anni fa Gea della Garisenda, futura moglie dell’industriale Borsalino, e le facevano coro, con spavalda bellicosità, i soldati italiani destinati alla quarta sponda.
«La grande proletaria si è mossa», scrisse all’epoca il poeta Giovanni Pascoli alludendo alla nostra povera nazione affamata di terre coltivabili che esportava contadini per dare da mangiare alle troppe pance vuote. E le terre arabili era più comodo andare a prenderle nella Tripolitania e nella Cirenaica del moribondo impero ottomano piuttosto che strapparle ai baroni del Sud e ai latifondisti del Nord.
Oggi che siamo ex proletari e di terra da lottizzare ne abbiamo in abbondanza e che il cibo arriva da chissà dove e chissà come, andiamo a succhiare quel petrolio che Ardito Desio intuì ma non riuscì a individuare nel grande «scatolone di sabbia» del deserto libico.
Se Francia e Gran Bretagna vanno alla guerra per l’oil bisogna accodarsi pena la perdita dell’occasione d’oro. Bisogna prenotarsi con i successori di Gheddafi. Fantocci o veri padroni in casa propria che siano.
Se il carburante costerà qualche vita libica, che volete che sia. Gheddafi ne ha uccisi tanti dei suoi, perché dovremmo avere degli scrupoli proprio noi? Tanto più che si tratta di miliziani non di soldati. Curioso, vero, come l’uso di un termine anziché un altro faccia cambiare valore alla vita umana? Mentre da noi, dal punto di vista venale, un repubblichino vale quanto un partigiano, un neofascista degli anni Settanta quanto un estremista rosso coetaneo e coevo, sulla quarta sponda un miliziano vale molto meno di un ribelle.
Che strano Paese il nostro. Non ha mai fatto una ribellione degna di questo nome e men che meno rivoluzioni, ma non si tira indietro quando si tratta di appoggiare, confortare e rifornire ribelli e rivoluzionari di mezzo mondo. Sempre che ci sia un tornaconto, beninteso. E il carburante per riscaldare le nostre case e dissetare i nostri Suv è una di quelle ragioni che non ammettono obiezioni. Anzi, è un’ottima ragione per armarsi e partire. Verso la solita Libia, con la quale, vuoi per certe furbizie italiane, vuoi per certi ricatti del Colonnello, non avevamo ancora terminato di saldare i conti. E adesso vuoi vedere che, cento anni dopo, andiamo ad aggravare il nostro debito? E vuoi vedere che manderemo imprese italiane a ricostruire?
Per farla breve, quella pompa di benzina che si chiama Libia sta per cambiare benzinaio e noi non possiamo essere gli ultimi a puntare sulla nuova gestione. Vogliamo esserci anche noi al tavolo delle trattative per godere di condizioni privilegiate quando andremo a fare rifornimento.
Sì, forse stiamo facendo un affare, purché la faccenda non si prolunghi e non si complichi (Berlusconi ci ha assicurato che non dovremmo subire ritorsioni, però non si sa mai).
Purché nella stazione di servizio gestita dagli ex ribelli di Bengasi amici di Francia e Gran Bretagna a noi non tocchi lavare i vetri e arrotondare le mance cambiando i tergicristalli tutt’altro che frusti alle signore sprovvedute. Insomma, purché non ci tocchi fare gli italiani che si arrangiano. Ricordando i bei tempi in cui si ballava il valzer con Gheddafi.
«Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini».
Sono versi della poesia X Agosto, anch’essa del Pascoli. Sarebbe ben triste, anzi catastrofico, se i nostri soldati dovessero tornarsene dalla Libia a becco asciutto.
(23 marzo 2011)
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