Rivolte arabe e guerra in Libia: botta e risposta tra Jean-Luc Nancy e Alain Badiou
Jean-Luc Nancy
COSA CI DICONO I POPOLI ARABI
, da Liberation, 28 marzo 2011, traduzione di Laura Franza
I popoli arabi ci stanno dicendo che resistenza e rivolta si sono incrociate ancora una volta. e che la storia va avanti al di là della Storia. Ed essi lo fanno, come è giusto, con tutte le implicazioni buone e cattive che tali imprese comportano. Quantomeno hanno lanciato un segnale irreversibile e che possiamo sperare produca degli effetti anche in altre zone dell’Africa, anche sull’odioso perpetuarsi del dramma dell’antico paese di Canaan. In uno dei luoghi dove meno ci si aspettava che attecchisse la rivolta, un capobanda (ufficialmente un capo di Stato) la reprime, pronto a distruggere tutto ciò che riterrà necessario del suo supposto popolo.
Contemporaneamente altri Stati ricorrono vigorosamente alla forza contro i propri rivoltosi, magari con l’aiuto di un potente vicino arabo. Gli insorti di Bengasi chiedono aiuto: cosa non semplice, che comporta rischi evidenti, sia pratici che politici. Calcolare e affrontare questo genere di circostanze implica responsabilità politica. E’ quindi questo il momento di invocare confusamente i rischi collaterali e i sospetti interessi (più o meno nascosti), i principi di non ingerenza e le pesanti colpe di un ‘Occidente’ del quale ci si chiede ragionevolmente se non ne facciano parte la Libia stessa, l’Arabia Saudita o la Siria, per non dire della Cina e della Russia?
Le anime belle della sinistra e i raffinati strateghi di destra hanno gioco facile nel sospirare o nel protestare, sia in Europa o nei paesi arabi: bisogna capire in che mondo siamo. Giustamente non siamo più semplicemente in quel mondo occidentale arrogante, sicuro di sé e imperialista. Oh! Non è certo perché si sia dato una linea di condotta, il povero ‘Occidente’: è semplicemente in fase di fusione, di quella fusione da cui nasce un altro mondo, dove il sole non sorge e non tramonta mai, un mondo dove è contemporaneamente giorno e notte ovunque e dove bisogna reinventare il modo di vivere insieme e in primo luogo di vivere tout court.
Allora sì, bisogna controllare al massimo i colpi destinati a bloccare il bieco assassino del popolo, ma sì, bisogna colpirlo – lui ovviamente, non il popolo. Non possiamo più invocare da una parte la sovranità mentre da un’altra la svuotiamo di contenuti e di legittimità attraverso tutte le interconnessioni – le migliori come le peggiori – di un mondo globalizzato. Al popolo in questione e a tutti gli altri, a tutti noi, dopo spetterà il compito di vegliare affinché altri o essi stessi non ricomincino i giochi del petrolio, finanziari, del mercato d’armi, che avevano consentito l’arrivo e protetto al potere questo fantoccio come molti altri. Spetta ai popoli, sì: ed è sicuramente a noi, popoli d’Europa o d’America, cui spetta tale compito.
Non è una rotta facile da mantenere. Ma è in gioco cosa vogliamo vivere e il modo in cui lo vogliamo, con una asprezza cui noi non eravamo abituati. Ecco cosa i popoli arabi ci stanno dicendo.
LETTERA APERTA DI ALAIN BADIOU A JEAN-LUC NANCY
, 4 aprile 2011, traduzione di Laura Franza
Sì, caro Jean-Luc, la tua posizione a favore di un intervento ‘occidentale’ in Libia è stata per me davvero un’amara sorpresa.
Non hai notato sin dall’inizio la palpabile differenza tra ciò che sta accadendo in Libia e ciò che accade altrove? Come sia in Tunisia che in Egitto abbiamo effettivamente visto riunirsi grandi masse popolari, mentre in Libia non c’è nulla del genere? Un mio amico arabista nelle ultime settimane si è dedicato alacremente a tradurre i cartelli, gli striscioni, i poster e le bandiere che tanto hanno contraddistinto le manifestazioni in Tunisia e in Egitto: non ne ha trovato neanche uno in Libia, nemmeno a Bengazi.
Un tratto che colpisce fortemente dei ‘ribelli’ libici, e mi sorprende che tu non l’abbia notato, è che non si vede una sola donna, mentre in Tunisia ed Egitto le donne erano ben visibili. Tu non sapevi che i servizi segreti francese e inglese stavano organizzando già dall’autunno scorso la caduta di Gheddafi? Non ti stupisce il fatto che, diversamente da tutte le altre rivolte arabe, in Libia siano venute fuori armi di provenienza ignota? Che bande di giovani cominciassero immediatamente a sparare raffiche in aria, cosa inconcepibile altrove? Non ti ha colpito l’emergere di un sedicente ‘consiglio rivoluzionario’ guidato da un ex complice di Gheddafi, mentre in nessun altro luogo le masse che si erano ribellate si sono preoccupate di nominare della gente a titolo di governo sostitutivo?
Non ti sei accorto come tutti questi dettagli, e molti altri ancora, si accordino con il fatto che qui, e in nessun altro paese, sono state chiamate in aiuto le grandi potenze? Che gentaglia tipo Sarkozy e Cameron, i cui scopi sono patentemente sordidi, siano stati applauditi e acclamati? – e tu gli hai dato subito il tuo appoggio. Non è in sé evidente che la Libia ha consentito a questi poteri un accesso, in una situazione altrimenti del tutto fuori dal loro controllo? E che il loro scopo, totalmente chiaro e totalmente classico, era di trasformare una rivoluzione in una guerra, mettendo il popolo fuori gioco e aprendo la via ad armi e soldati – visto che queste sono risorse che tali potenze monopolizzano? E’ un processo che si svolge ogni giorno sotto i tuoi occhi, e tu sei d’accordo? Non vedi come dopo il terrore portato dagli aerei, saranno fornite armi pesanti di terra, insieme a istruttori, carri armati, strateghi, consiglieri e caschi blu, e in questo modo ricomincerà la riconquista (mi auguro non definitiva) del mondo arabo da parte del dispotismo capitalista e dei suoi Stati servi?
Come puoi proprio tu fra tutti cadere in questa trappola? Come puoi accettare che un qualsivoglia tipo di missione ‘di soccorso’ sia avvalorato proprio da quanti ritenevano che la vecchia situazione fosse quella buona, e che vogliono assolutamente rientrare nel gioco, con mezzi violenti, partendo da motivazioni legate al petrolio e all’egemonia? Puoi limitarti ad accettare soltanto l’ombrello ‘umanitario’, l’osceno ricatto in nome delle vittime? Ma i nostri eserciti uccidono più gente in tante parti del mondo di quante il boss locale Gheddafi sia in grado di fare nel suo paese. Cos’è questa fiducia che improvvisamente si allarga ai peggiori macellai dell’umanità contemporanea, ai responsabili del mondo mutilato che ben conosciamo? Tu credi, tu puoi credere, che questa gente rappresenti la ‘civiltà’, che i loro mostruosi eserciti possano essere eserciti di giustizia? Sono stupefatto, lo confesso. Mi domando che c’è di buono nella filosofia se non l’immediata critica radicale di un’ avventata opinione di tal fatta, forgiata dalla propaganda di regimi come sono i nostri, che rivolte popolari in zone per loro strategiche hanno posto sulla difensiva, e che cercano la rivincita.
Scrivi nel tuo articolo che ‘dopo’ spetterà a ‘noi’ (ma di chi parli, se oggi tra ‘noi’ includi Sarkozy, Bernard-Henri Levy, i nostri bombardieri e i loro fautori?) assicurarci che petrolio e mercato delle armi, e simili, non facciano ritorno. Perché ‘dopo’? E’ adesso che dobbiamo assicurarcene, impedendo alle grandi potenze, per quanto possiamo, di interferire nei processi politici in corso nel mondo arabo. Così facendo è possibile che tali potenze, finalmente fuori gioco p
er qualche settimana, non possano reintrodurre – sotto il deteriorato nome di ‘democrazia’ e i pretesti morali e umanitari che hanno usato sempre fin dalle prime conquiste coloniali – petrolio e altri affari, ovvero molto semplicemente gli unici affari cui queste potenze sono intessate.
Caro Jean-Luc, in circostanze di questo tipo non ha senso per te o per me uniformarci al coro di consensi occidentale che dice: ‘noi dobbiamo assolutamente restare quelli che si fanno carico di ogni cosa che accade’. Noi dobbiamo sollevarci contro tale coro, e dimostrare che il vero obiettivo dei bombardieri e dei soldati occidentali non è in alcun modo quel disgraziato di Gheddafi, un ex cliente di quegli stessi che ora si stanno liberando di lui come un ostacolo ai loro più alti interessi. Perché l’obiettivo dei bombardieri è decisamente la rivolta popolare in Egitto e la rivoluzione in Tunisia, è il loro carattere inaspettato e intollerabile, la loro autonomia politica, in una parola: la loro indipendenza. Opporsi agli interventi distruttivi delle potenze significa aiutare l’indipendenza politica e il futuro di queste rivolte e rivoluzioni. E’ qualcosa che possiamo fare, e un imperativo senza condizioni.
Saluti affettuosi.
Alain
(8 aprile 2011)
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