Roma, dal Galilei occupato un solo grido: No al degrado!
Anna Maria Bruni
Dall’istituto Galilei i ragazzi denunciano lo stato di abbandono della loro scuola: mura scalcinate, muffa, topi morti, mentre le aule ristrutturate sono inaccessibili perché vengono affittate a privati, e 30mila euro vengono spese per telecamere a circuito chiuso, che violano la loro privacy.
E’ un elenco spaventoso quello che gli studenti dell’Istituto Galilei di Roma, tecnico-industriale e liceo scientifico-tecnologico, occupato dal primo mercoledì di dicembre, snocciolano sotto i nostri occhi increduli. E si riassume in un’unica denuncia, che va sotto il titolo “degrado della scuola pubblica”. Che travolge i ragazzi che vi studiano, semplicemente perché usufruiscono di un servizio pubblico, e non sono portatori di facile profitto. La gestione del Galilei da parte del preside Eugenio Leone (ora ahinoi anche reggente al liceo Cavour) è un esempio di “pratica dell’obiettivo” del “contenimento della spesa pubblica”, le cui “disposizioni” sono poi state indicate con la 133 del 2008. Dalle mura scalcinate ai fili elettrici scoperti, dai topi morti nella sala caldaia al veleno per topi lasciato nell’ex-bar, giusto accanto al presidio medico (chiuso per l’occasione), dalle aule allagate alle mura ammuffite, i cui calcinacci sono caduti mentre i ragazzi erano in classe per la lezione d’informatica, e dove i lavori di riparazione sono stati avviati, dopo le ripetute denunce, proprio il giorno dell’occupazione. Questo è il quadro desolante che ci si presenta davanti agli occhi visitando la scuola. Tanto più impressionante quanto più i ragazzi mostrano di sapere di che cosa parlano, e la serietà della loro occupazione.
Anzi, precisano su quell’intervento tardivo, “sono state montate le impalcature, ma non sono ancora iniziati i lavori”. C’è educazione, e dignità, nel loro modo di mostrare i danni dell’edificio che fa parte della loro vita quotidiana per cinque anni almeno cinque ore al giorno; qualità che emergono peraltro dal contrasto con atti che stridono fortemente con l’accoglienza, la cura e il rispetto che generalmente si pretende da loro, anche nel momento in cui hanno democraticamente scelto l’occupazione, sostenuta da quattrocento studenti su quasi ottocento che frequentano i due corsi di studi. Di dodici bagni, gliene hanno lasciati aperti solo tre, le aule sono tutte chiuse a chiave, lasciando loro libero accesso solo a tre sale, e dulcis in fundo, è stato spento il riscaldamento.
E a questo trattamento tutto speciale per l’occupazione, si aggiunge quello abituale: un’aula “bellissima, completamente ristrutturata e attrezzata – racconta Aurora, IV liceo, rappresentante del Consiglio d’Istituto” – che il preside affitta regolarmente a privati, e che noi avremo utilizzato forse due volte”. E lo stesso vale per l’aula magna, ristrutturata ma non accessibile ai ragazzi, dice Simone, V scientifico, responsabile dell’occupazione, con il piglio di chi sta tenendo saldamente in mano le redini dell’organizzazione, o per il teatro, inaccessibile, o per il laboratorio musicale o per un altro spazio “autogestito”. Tutti spazi non accessibili. E ancora le aule, dotate tutte di lavagna interattiva, alle cui finestre interne (è un edificio liberty a due ali con cortile interno) sono state apposte sbarre come se il pericolo, eventualmente, non venisse da fuori ma da dentro. Come se il pericolo fossero loro.
Forse perché denunciano la spesa sorprendente di 70mila euro, per dotare le aule di lavagne interattive, che poi “i docenti utilizzano al 30 per cento, nonostante la formazione”, forse perché denunciano altre “30mila euro per l’impianto di telecamere a circuito chiuso”. Una spesa che poteva ben essere dirottata verso la ristrutturazione interna, muri, vetri rotti, impianto elettrico, sostituzione delle tubature, che hanno rivelato “un caso di amianto”, continua Aurora, oltreché – hanno scoperto – essere una “palese violazione della privacy – sottolinea Valerio, IV tecnico-industriale, anche lui rappresentante del Consiglio d’Istituto – perché oltre ad essere sempre accesa (non solo la notte quindi), le registrazioni vengono trattenute per 48 ore invece che 24, come prescrive il codice della privacy”.
Forse perché denunciano che “i bagni sono più puliti ora che siamo in occupazione e ce li puliamo da soli”, dice Aurora, che racconta il disagio di trovarsi in una ex-scuola maschile che non è stata adeguata ad accogliere le ragazze, e quindi ancora priva di spogliatoi femminili. Forse perché oltre a denunciare lo stato di abbandono della scuola, mostrano una capacità di riflessione e una volontà di partecipazione che sono alla base della cittadinanza, che la scuola per prima dovrebbe esaltare. Ma la stessa organizzazione delle lezioni è arbitraria, e non consente proprio “quell’immaginazione del proprio futuro che nasce dall’appassionarsi a quello che si studia”, dice Simone. Loro comunque ci stanno provando. Hanno organizzato i turni, e avviato diverse iniziative: cineforum, lezioni alternative – una di matematica che ha tenuto una studentessa universitaria della Sapienza su “funzioni e curiosità matematiche” – racconta Simone, e altre da lunedì “interlicei” con il Newton, precisa Sara, che viene da lì ma sta dando loro una mano. E poi vorrebbero “fare laboratorio”, recuperando quelle ore che il ddl ha già sottratto alle prime, che invece “sono fondamentali per un tecnico-industriale”, dice Igor. Inoltre hanno avuto assemblee di discussione e confronto anche con studenti del Newton, dell’Augusto, del Russel, fra i quali i “giovani democratici”, “con i quali però è chiara la volontà comune – sottolinea Simone – di non far passare il ddl, e “sfiduciare” il governo”. E poi ancora tante idee in cantiere, di cui ci anticipano un concorso fotografico aperto a tutti, che lanceranno a breve su Facebook, “il berluscanesimo dal ’92 ad oggi”.
Per il resto, rimane un punto di fondo: il peso specifico delle loro richieste, la loro possibilità di incidere nelle scelte della scuola, in particolare in quelle di bilancio, per poter indirizzare la spesa. Ma prima di tutto conoscerla, visto che non sanno neanche dove e come vengono spesi i soldi ricavati dagli affitti ai privati. In una parola, avere voce in capitolo nel gestire la scuola. Un punto non semplice da sciogliere, dal momento che la loro partecipazione agli organi collegiali è marginale per legge, come se non fossero loro i protagonisti. Ma questo, come precisa Valerio, dipende come sempre dalla partecipazione. Se non si ha un ruolo decisionale, “bisogna conquistarselo con i numeri, bisogna essere tanti”. E già questa occupazione, nelle loro intenzioni, potrà lasciare il segno: un documento fatto di richieste precise, da consegnare ai loro rappresentanti. E questo sarà solo l’inizio. Per loro, che non hanno nessuna intenzione di vivere in questo modo.
Ma se questo è lo stato della scuola e, come denunciano i ragazzi, decide tutto il preside, è ora che anche docenti e genitori diano una prova di cittadinanza.
(6 dicembre 2010)
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