Sacconi: quando il furore ideologico frena la crescita
Guglielmo Forges Davanzati
La manovra finanziaria appena approvata, come rilevato dalla gran parte dei commentatori e da Confindustria, è interamente finalizzata a cercare di ridurre l’indebitamento pubblico, e il Governo intende rinviare a un successivo intervento l’adozione di misure di politica economica per la crescita. Il Fondo Monetario Internazionale stima, per il prossimo anno, un tasso di crescita dell’economia italiana inferiore a un punto percentuale, ed è probabile che il tasso di crescita nel quarto trimestre del 2011 abbia segno negativo.
Le cause della bassa crescita italiana, che risale ad almeno un decennio, sono molteplici e, fra queste, le piccole dimensioni aziendali della gran parte delle nostre imprese sembra costituirne una delle più rilevanti. Ciò per due ragioni. In primo luogo, le imprese di piccole dimensioni, di norma, sono poco innovative, soprattutto perché – avendo difficile accesso al credito bancario e disponendo di margini di profitto bassi – non sono nelle condizioni di finanziare l’adozione di nuovi processi produttivi e/o di nuovi prodotti. In tal senso, la nostra struttura produttiva non è tale da produrre significativi incrementi di produttività. In secondo luogo, il ‘nanismo imprenditoriale’ è, di norma, associato a bassi salari e a elevato rischio di fallimento, con conseguenze negative sul tasso di disoccupazione in particolare nelle fasi recessive. In questo contesto, essendo mediamente bassi i salari, sono bassi i consumi e, a seguire, è debole l’incentivo ad accrescere gli investimenti. A ciò si aggiunge che, salvo rare eccezioni, le imprese di piccole dimensioni operano prevalentemente su mercati locali e, dunque, non essendo presenti sui mercati internazionali non contribuiscono alla crescita del Pil attraverso le loro esportazioni. Il problema è accentuato nel Mezzogiorno, dove, su fonte Svimez, circa il 90% delle imprese esistenti ha meno di nove dipendenti. Ha contributo non poco a definire questa struttura produttiva – e dunque a decretare l’inefficacia delle politiche industriali – la retorica del “piccolo è bello”, che ha dominato per lunghi anni il dibattito di politica economica in Italia, e che torna periodicamente a legittimare improbabili invocazioni alla cooperazione fra capitale e lavoro, che costituirebbero il tratto distintivo della piccola impresa e, dunque, il tratto distintivo della struttura produttiva italiana.
Va rilevato che il ‘nanismo imprenditoriale’ italiano è stato (ed è) anche incentivato dalle politiche di precarizzazione del lavoro. Ciò per la seguente ragione. I lavoratori con contratti a tempo determinato, in ragione dell’elevata incertezza in ordine al rinnovo del loro contratto, tendono a comprimere i loro consumi correnti, per eventualmente attingere ai risparmi accumulati durante il periodo di lavoro in caso di licenziamento. A parità di altre circostanze, ciò genera una domanda di beni e servizi inferiore a quella che potrebbe generarsi in condizioni di maggiore regolamentazione contrattuale. Conseguentemente, le imprese tendono a reagire comprimendo la produzione e, dunque, ad assestarsi su soglie dimensionali più basse di quelle che potrebbero raggiungere nel caso in cui la domanda fosse più alta. Vi è di più. La precarizzazione del lavoro tende anche a ridurre la produttività, per la seguente ragione. In assetti produttivi nei quali la produzione è il risultato della cooperazione fra lavoratori all’interno di un team, la produttività del lavoro dipende in modo significativo dal grado di cooperazione fra lavoratori, che, a sua volta, si traduce nel passaggio di informazioni e, più in generale, nella loro attitudine alla reciprocità. In condizioni nelle quali è elevato il grado di incertezza in ordine al rinnovo del contratto di lavoro, è ragionevole ritenere che la cooperazione fra lavoratori si riduca. In tal senso, la ‘flessibilità’ contrattuale tende a promuovere la competizione (o il conflitto) fra lavoratori, riducendo la produttività del team.
A fronte di questa evidenza, il Ministro Sacconi sta predisponendo ulteriori misure di flessibilità contrattuale. Ci si riferisce, in particolare, alla norma che vieta il licenziamento senza giusta causa – cardine dello Statuto dei lavoratori – che potrà essere agevolmente aggirata da “accordi locali” fra impresa e sindacato. Si può notare che questo dispositivo – rendendo di fatto più facili i licenziamenti – e per di più applicato in fase recessiva non potrà produrre altri risultati se non un aumento della disoccupazione e, contestualmente, introdurre ulteriori incentivi per le imprese a non accrescere le proprie dimensioni. E a seguire: riduzione dei consumi, riduzione della produttività, disincentivo alle innovazioni. In definitiva, un provvedimento – definito “rivoluzionario” dalla propaganda governativa – dal quale non ci si può attendere altro che un ulteriore freno alla crescita. Nulla di tutto questo, però, nelle previsioni del Ministro Sacconi. La ratio che ispira questo provvedimento, a suo avviso, sta nella convinzione che le ‘nuove’ relazioni industriali sono (o devono essere) ispirate a principi di collaborazione fra datori di lavoro e lavoratori, secondo una logica per la quale il conflitto non è fra capitale e lavoro, ma è ‘orizzontale’, fra lavoratori precari e lavoratori iperprotetti. Dove questi ultimi sono responsabili delle peggiori condizioni di lavoro dei primi. Volendo dare credito ‘scientifico’ a questa tesi, si può ricordare la celebre tesi del Premio Nobel per l’Economia Paul Samuelson: “in un mercato perfettamente concorrenziale, non importa chi assume: il capitale può assumere lavoro, così come il lavoro può assumere capitale”. Ma Samuelson si riferiva a mercati perfettamente concorrenziali: nulla di più lontano dal mondo nel quale viviamo.
Con ogni evidenza, la linea Sacconi si muove nella direzione – già intrapresa da molti anni in Italia – di mettere le nostre imprese in condizioni di competere comprimendo i costi di produzione e, in particolare, i costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori. Una linea che non tiene conto del fatto che la precarizzazione del lavoro riduce i consumi e riduce la produttività. Ovvero, in ultima analisi, una linea di politica del lavoro che non fa altro che accentuare la recessione.
(14 settembre 2011)
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