Sanità pubblica: i principi di De Magistris, il cemento di Burlando
Pierfranco Pellizzetti
La pelle delle persone come ultima frontiera dell’affarismo politico; sempre di più nelle forme del cemento sulla salute. Anche perché un ceto medio di partito sostanzialmente pre-moderno non riesce a oltrepassare l’equazione elementare (da borghesuccio arrampicatore/accaparratore alla Mastro don Gesualdo): ricchezza uguale mattone. Il tutto facilitato dal fatto che trattasi di materia sensibilissima, di non facile ispezionabilità e – quindi – ben si presta alle operazioni illusionistiche.
Come banco di prova prendo la realtà in cui vivo: la Liguria amministrata dal governatore Claudio Burlando (e con questo tengo fede a una promessa che gli avevo fatto su Il Fatto Quotidiano del 2 febbraio scorso, nel corso del confronto a distanza che avevamo in atto).
, in risposta agli addebiti che gli stavo muovendo (“Nove domande a Burlando”, Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio): «Il risanamento dei conti della salute è stato certificato dai tecnici del ministero… i servizi sanitari territoriali sono cresciuti» (Claudio Burlando, “Le mie risposte sulla Liguria di oggi”, Il Fatto Quotidano, 30 gennaio). Detto così, tanto di cappello. Però così non è, nonostante la perentorietà con cui siffatta similverità viene proclamata. Perché – in materia di risanamento finanziario – entrano in gioco acrobazie e cosmesi contabili di decifrazione difficilissima.
Ad esempio l’alienazione per 120milioni del patrimonio immobiliare pubblico, operazione evidentemente non ripetibile; ancora, l’accensione di un mutuo che riceve a copertura le tasse automobilistiche per i prossimi quindici anni, sottraendo risorse alle future amministrazioni; in aggiunta, addizionali IRPEF e IRAP pari a 500 milioni nel quinquennio del ciclo amministrativo burlandiano (che ora si vanta alla Berlusconi di aver ridotto il peso impositivo a fronte dell’esatto contrario). Insomma, puro berlusconismo/tremontismo del gioco delle tre tavolette applicato alla gestione del pubblico denaro. Del resto Burlando è dalemiano, ossia quanto più si avvicina al cinismo sprezzante del Cavaliere nei confronti del corpo elettorale.
La stessa tecnica di esorcizzare la crisi economica negandola (molto milanese: lo faceva già il conte zio manzoniano con la peste). In questo caso applicata nel reiterare una qualità inesistente del servizio sanitario ligure, nella convinzione che il repetita iuvant certifichi come “vera” anche la più smaccata bugia. Berlusconi ripete di essere perseguitato e alla fine – magari per stanchezza – molti ci credono. Burlando snocciola inesausto il rosario sulle meraviglie degli standard sanitari raggiunti sotto la sua guida, generosa e capace.
Purtroppo per lui è difficile convincere i diretti interessati (i malati), quando i loro problemi, spesso drammatici, si scontrano con le dure repliche della realtà. E la realtà – ad esempio le liste d’attesa – si traduce in cifre da paura: 512 giorni presso l’ospedale genovese Galliera per un esame della MOC (osteoporosi) e 528 per una visita diabetologica, mentre occorrono (solo?) sei mesi nel Policlinico San Martino; un anno e mezzo per una mammografia al Centro di Senologia di Pammatone (e nel frattempo si può morire); dieci mesi per una visita allergologica al San Paolo di Savona. E così via. Insomma i dati dello sfascio; occultati – appunto, illusionisticamente – ripetendo incessantemente il contrario.
Fin qui si potrebbe parlare di camuffamenti dell’incapacità. Ma ecco fare capolino l’affarismo speculativo nelle forme del cemento sulla salute. Ossia l’utilizzo degli spazi (irrinunciabili) dedicati alla sanità pubblica, dirottati a tutt’altro uso. Privatistico, nell’accezione di “affari”.
Nel regno di Burlandia si comincia con il già citato ospedale Galliera, controllato dalla Curia (dunque beneficiario di onerosissime erogazioni, nonostante sia fuori dal sistema sanitario nazionale), dove si sta perseguendo la trasformazione in residenze private di alcuni edifici del complesso. Per inciso, è la prima volta che una istituzione pubblica sottoscrive proposte di privati che prevedono la variazione d’uso di proprietà destinate a servizi; col preciso e dichiarato intento di fare business. La stessa operazione di cui si vocifera insistentemente per il mega policlinico San Martino. Si prosegue sul tema “mattone e sanità” dirigendosi verso il ponente del capoluogo ligure, dove – come denuncia Legambiente – è in progetto la costruzione del nuovo ospedale nelle aree ex siderurgiche di Cornigliano; accanto ai forni delle acciaierie, la strada a mare, la ferrovia, il depuratore, il centro logistico e la prevista centrale elettrica.
Immaginarsi con quale gradimento, da parte di malati bisognosi di silenzio, per il fragore dei clacson, fischi dei treni e i tonfi delle bobine d’acciaio scaricate a terra. In più è prevista – per pareggiare i conti – la chiusura dell’ospedale di Sampierdarena, a meno di un km di distanza; tra l’altro un vero gioiello, dopo i numerosi investimenti erogati dalla Regione. Per farne cosa? Ma è chiaro: i soliti appartamenti a uso abitativo, in una città affetta da decrescita demografica e quindi già con una quantità notevole di interi palazzi sfitti. Così si arriva al Santa Corona di Pietra Ligure, ormai deaziendalizzato nonostante si attesti il contrario. Il ché comporta anche la centrifugazione di team medici che avevano raggiunto livelli nazionali d’eccellenza in settori particolarmente critici, come i parti a rischio.
Nel suo libro-intervista “Giustizia e Potere” (Editori Riuniti, Roma 2009), manifesto di una politica migliore per un Paese migliore, Luigi de Magistris affronta il tema d’obbligo della sanità italiana: «La sanità è diventata il luogo dove la politica fa clientele, appalti, voti… In materia di salute ho delle idee molto semplici, ma molto chiare, credo che la politica debba scomparire dalla sanità». E aggiunge: «Non è un caso che molti scandali della politica nascano proprio dalla gestione della sanità, penso agli ultimi casi Del Turco in Abruzzo, Vendola con quello che sta accadendo in Puglia, in Campania con Montemarano».
Eppure, se solo osi proferire verbo in materia, il Governatore Gerundio s’inalbera. Ma il re resta nudo, anche se nessuno osa dirglielo. Mentre cresce il numero di persone che – posti davanti all’alternativa tra i principi di Luigi De Magistris e le pratiche di Claudio Burlando – cominciano a non nutrire più dubbi.
(9 febbraio 2010)
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