Sanità Usa, una vittoria all’ultimo respiro

Marco d'Eramo

, il manifesto, 23 marzo 2010

Una straordinaria vittoria. Un incredibile sospiro di sollievo. Un paradosso politico. Con questi tre esiti si è concluso per Barack Obama il violentissimo corpo a corpo, durato più di un anno, sulla riforma sanitaria.

Straordinaria la vittoria lo è di sicuro: è riuscito dove avevano fallito tutti i presidenti, da più di 60 anni. L’unico paragone possibile nel secondo dopoguerra è con Lyndon Johnson che nel 1965 riuscì a imporre Medicare, cioè un sistema sanitario universale sopra i 65 anni. Certo, si dirà che la riforma è un vero pasticciaccio: il testo supera le 2.000 pagine; che lobbies farmaceutiche e ospedali si stropicciano le mani: Big Pharma a American Medical Association hanno sostenuto questa legge mentre si erano opposte con violenza a quella di Hillary Clinton nel 1993; che anche domani 19 milioni di americani resteranno ancora privi di copertura sanitaria. Vi sarà tempo di parlarne.

Quel che conta oggi è che è stato sfatato un tabù ideologico su cui i repubblicani avevano puntato tutte le loro carte. Il tabù che vede gli americani contrari sempre e comunque a ogni intervento pubblico. Che questo tabù fosse un mito, lo si sapeva da tempo: basti pensare a quanto sono popolari Social Security e, appunto, Medicare, che neanche Bush è mai riuscito a smantellare. Ma era un mito che aveva fatto vincere tante elezioni ai repubblicani, a partire da Reagan, con il suo slogan «rendere lo stato così piccolo da poterlo gettare nel cesso», un mito al cui credo si era convertita una maggioranza di deputati e senatori democratici.

Ora, per quanto escluda il benché minimo accenno a una public option, questa legge dimostra però che è possibile far approvare dal Congresso un’estensione, pur timida, dell’intervento pubblico. Inimmaginabile è poi il sollievo per un presidente che su questa legge si è giocato tutto il futuro politico e che sembrava sul punto di affondare insieme alla riforma, quando a gennaio ha perso in Massachusetts lo storico seggio senatoriale dei Kennedy.

Per vincere, Obama ha dovuto impegnarsi in prima persona, quel che non aveva fatto (forse a torto) nei primi dieci mesi di discussione, rinviare viaggi all’estero, corteggiare uno per uno i peones della Camera, attaccare (anche qui per la prima volta) le assicurazioni. Stava per colare a picco Obama, insieme all’obamismo. E invece ha vinto. Contro una parte del partito democratico: ancora domenica 34 suoi deputati gli hanno votato contro.

Ma Obama ha vinto la riforma sanitaria anche contro se stesso: e qui sta il paradosso politico. L’ha vinta contro lo spirito bipartisan di cui si era proclamato alfiere: non un solo deputato repubblicano, su 176, ha votato per la riforma. Mai si era vista un tale muro contro muro. Il paradosso è quindi che Obama ha conseguito il suo obiettivo politico rinunciando alla propria impostazione politica. Sulla propria pelle, Obama sta imparando che nessuna riforma seria è bipartisan, tanto meno le tre che lo aspettano al varco: quelle dei controlli sulla grande finanza, sugli immigrati e sul mercato del lavoro.

(23 marzo 2010)

Bookmark and Share



MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.