Santoro vs. Travaglio e i sofismi di certa critica

Angelo Cannatà



Sullo scontro Santoro/Travaglio, nella trasmissione televisiva Servizio Pubblico, si è detto già molto. Colpisce tuttavia il duro attacco di Francesco Merlo (la Repubblica, 18 ottobre), che si avvale di un sofisma particolare: il sillogismo approssimativo fondato su premesse non vere. “Santoro ha caricato sulle spalle di Travaglio l’intera storia della tv dell’insulto”. E’ così? Se si concede a Merlo che certi discorsi sono “insulti” non si esce dalla sua logica consequenzialità. Il punto è: giovedì sera abbiamo ascoltato argomenti o insulti? Inoltre: per davvero Santoro assomiglia “sempre più a Norberto Bobbio” e garantisce il dialogo, mentre Travaglio lo rende impossibile?

Io ho visto un altro programma, dove con “quella” conduzione (spiace criticare Santoro) si è ottenuto l’incredibile risultato di far apparire Burlando un politico serio, equilibrato e realista. Non va bene.

Bisogna dare spazio a tutte le opinioni. Vero. Ma senza far primeggiare quella palesemente falsa. Burlando è stato, o no?, per trent’anni – a diversi livelli di responsabilità – l’attore principale della politica ligure? Se è così, può uscire indenne/vincente/lungimirante, da un talk show che punti alla verità dei fatti? Se accade, qualcosa non ha funzionato. Da quando Santoro si è convertito all’idea che la conduzione di un programma sia neutrale rispetto al risultato che produce?

Questo è un punto che meriterebbe d’essere discusso. Con cura. E’ la causa vera dello scontro in diretta a Servizio Pubblico. Al di là degli esercizi di stile di Merlo (divagazioni letterarie), resta che lo scontro è figlio, in realtà, di una diversa idea di giornalismo.

L’ultimo Santoro lascia straparlare l’intervistato anche a costo della confusione più totale (di ruoli, compiti, funzioni, responsabilità); mentre a Travaglio interessa ascoltarlo, certo, ma per inchiodarlo – coi fatti – alle sue inadempienze ogni volta che prova a scaricarle su altri: se non è così non è Servizio Pubblico ma una soporifera puntata di Porta a Porta.
Scrive Merlo che Santoro assomigliava, giovedì, a Montanelli e Scalfari con la loro cultura liberale. Santoro tollerante, Travaglio no. Stupidaggini. Merlo non ha capito nulla di Montanelli e ancora meno di Scalfari, che pure vede da vicino.

Il grande Indro, giovedì sera, avrebbe lasciato lo studio di Santoro con largo anticipo rispetto a Travaglio e con molto più rumore (perdeva le staffe Montanelli, eccome!); Scalfari non avrebbe permesso – a nessuno – d’interrompere un suo atto d’accusa e le sue puntute precisazioni, tanto meno al politico responsabile oggettivo dell’alluvione di Genova. I giornalisti di razza fanno così. Hanno emozioni vere. E carattere. Grandi amicizie e storiche rotture – nel mondo del giornalismo e della cultura (politica, storica, filosofica… gli esempi sono infiniti) – hanno la stessa origine: la tempra morale, il radicalismo, idee forti e un carattere per difenderle.

“Mestiere crudele il giornalismo”, entra nelle vite delle persone, le smaschera, ne mostra il vero volto all’opinione pubblica. Non è facile. Ma se non è così non è giornalismo. Il legame di Travaglio con Montanelli è noto. Evidenzio il filo sottile – nonostante le grandi differenze – che lo avvicina a Scalfari. Un punto mi appare decisivo: la “Razza padrona”, nella trasmissione di Santoro, era incarnata da Burlando. Travaglio l’ha denunciata. Questo conta. Con buona pace dei sofismi di Merlo (e di molta critica), naturalmente.

(20 ottobre 2014)



MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.