Sartre, la ragione dialettica e il Movimento 5 Stelle

Angelo Cannatà

Tra i libri utili per capire il presente segnalo Critica della ragione dialettica, il Saggiatore, 1963, di Jean-Paul Sartre; molte pagine proiettano una luce interessante sul M5S, sulle dinamiche che – da qualche tempo – l’attraversano.

Il M5S è stato (è) rivoluzionario: ha rinunciato ai rimborsi elettorali; i parlamentari devolvono metà degli stipendi per le piccole e medie imprese; difendono l’articolo 18; sostengono la magistratura. Grillo, tuttavia, ha commesso errori, governa il movimento con le espulsioni, ha fatto gaffe pesanti: “La mafia è stata corrotta dalla finanza, prima aveva una sua morale…”. Luci e ombre. Ciò detto, alcune domande: il M5S uscirà dalla crisi? Quali effetti produrranno le epurazioni? Col Direttorio il movimento si istituzionalizza. D’accordo. Può farlo senza perdere l’identità? La dialettica tra libertà del singolo e necessità del gruppo è governabile, come, fino a che punto?

E’ qui che viene incontro Sartre. I parlamentari grillini, prima di entrare nel movimento erano per lo più, per usare il linguaggio della Critica, una pluralità di solitudini irrelate. Il movimento è l’uscita dalla serialità-inerte, in nome di un principio di responsabilità, di un pericolo comune, di un bisogno: “il gruppo si costituisce e si definisce per l’oggetto comune che determina la sua praxis” (Cr, II, p.16). E’ un punto importante. Nella fase iniziale, aurorale, spontanea – scrive Sartre – il movimento è vincente, inarrestabile: i cittadini ritrovano la capacità di agire “secondo un fine”, di farsi protagonisti della storia. Si scoprono liberi e intersoggettivamente aggregati, “la parola d’ordine non è obbedisci! Chi mai obbedirebbe?” (Cr, II, p. 42), è la praxis comune che diviene auto regolatrice: nessuno ordina e nessuno esegue, tutti sono nello stesso tempo sovrani e gregari. Nel linguaggio grillino: “uno vale uno”. Dove, con tutta evidenza, la reciprocità è mediata dal movimento. Sartre parla di “gruppo in fusione”. Ma al di là dei termini, qui interessa “la cosa”, ovvero, che la compattezza del movimento è data dal suo essere vivente, in atto. E’ la fase della folla oceanica a piazza San Giovanni, delle persone che s’identificano – tra loro e con Grillo – s’immedesimano in quei gesti in quelle parole: gruppo in fusione.

Poi, dopo la rivoluzione arriva termidoro. Sartre guarda alla rivoluzione francese e a quella sovietica. L’Italia non ha vissuto eventi di questa portata. E tuttavia il M5S ha assunto, nel Paese, il ruolo di una rivoluzione pacifica: è stato vissuto così da milioni di persone, ed ora – senza la fase giacobina – è il momento di termidoro. Di Battista, Di Maio, Fico, Ruocco, Sibilia. Il direttorio. E’ un passaggio obbligato per un movimento che – per dirla con Sartre – tenta di restare tale senza disperdersi di nuovo nella inerte-serialità.

E tuttavia infinite sono le difficoltà di questo passaggio cruciale. La tensione rivoluzionaria iniziale, infatti, non dura in eterno, “cade l’evidenza del telos comune” e il gruppo-movimento tende a salvare se stesso. In che modo? Proponendosi come fine per i suoi membri, trasformandosi in organizzazione, in istituzione (Direttorio), attraverso “l’atto formale del giuramento”, scrive Sartre, o la legittimazione di trentamila click del web, dice Grillo.

Sennonché qualche problema “questa” legittimazione lo crea: la decisione di dar vita al politburo di 5 persone “viene presa dalla trojka Grillo/Casaleggio/Casaleggio jr e sottoposta alla ‘rete’ in confezione a pacchetto chiuso… meglio faceva solo Stalin” (Flores d’Arcais). Una rivoluzione, dunque, dagli esiti complessi e contradditori. Gravi le epurazioni. La violenza contro il nemico esterno (l’esteriorità, nel linguaggio di Sartre), viene interiorizzata dal gruppo in fusione che si istituzionalizza: il gruppo mantiene la fratellanza tra i suoi membri, ma a prezzo di un crescente terrore, di un controllo dei comportamenti individuali. Sartre pensa ai grandi eventi della storia. Certo. Ma anche la rivoluzione grillina è ossessionata, oggi, dalle epurazioni: “Era un sogno, sta diventando un incubo”, dice Barbanti, deputato M5S a rischio espulsione (Repubblica, 30 novembre).

Tema delicato la conciliazione della libertà individuale con la necessità, il rispetto delle regole, che l’“Organizzazione” porta con sé. E’ il nodo che i 5Stelle devono sciogliere (hanno perso, tra espulsioni e abbandoni, quindici senatori e sette deputati). Scrive Sartre: l’organizzazione vede nei soggetti liberi da una parte il proprio strumento di esistenza; dall’altra un problema per la sua unità. E’ questo il punto. Istituzionalizzare il movimento attraverso il Direttorio è per i 5 Stelle un passaggio necessario – gestito con modalità errate, l’abbiamo visto – ma rischioso: l’esito dipende dai protagonisti: se “istituzionalizzare la sovranità” (Cr, pp.250-257), significherà soltanto aumentare la disciplina, il controllo, l’autorità, è la fine: il movimento verrà abbandonato dai cittadini. E dagli eletti: in ciascuno già prevale la paura “che il gruppo si dissolva, e che il gruppo lo dissolva”. Sembra il destino dei “gruppi in fusione”, divenire strutture alienanti e repressive (Sartre). Il contrario di ciò che volevano essere: il movimento vive “un’inesorabile tendenza al suicidio” (Travaglio).

C’è da sperare tuttavia che le cose prendano una direzione diversa; che il movimento arresti il processo di autodistruzione in atto; che capisca le dinamiche interne al gruppo e le governi; che i 5 Stelle si aprano al dialogo. L’elezione del presidente della Repubblica è un’occasione per nuove alleanze e una politica di giustizia e libertà. Persa anche questa opportunità non resta che il rimpianto (“Vogliamo la redistribuzione della ricchezza, il salario di cittadinanza”), per quello che avrebbe potuto essere – il movimento – e non è stato.

(2 dicembre 2014)



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