Scola e il disegno di Ratzinger

Valerio Gigante

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Scola, alla fine ce l’ha fatta. Ce l’ha fatta nonostante il papa stesso avesse dichiarato di voler scegliere come vescovi candidati che abbiano almeno dieci anni prima della rinuncia canonica a 75 anni, perché possano svolgere un piano pastorale decente. E invece Scola, con i suoi quasi 70 anni di età, terrà pochi anni di “governo” della diocesi di Milano. Scola ce l’ha fatta nonostante rivestisse il ruolo di patriarca di Venezia, città da cui i suoi predecessori si mossero solo per essere eletti papi; ce l’ha fatta nonostante la sua storia ecclesiale fosse distante anni luce dalla linea teologico-pastorale seguita negli ultimi decenni dalla diocesi ambrosiana; nonostante da Milano, nel 1970, fosse stato addirittura allontanato, allora seminarista del Venegone, e costretto a farsi prete a Teramo; nonostante la sua smaccata appartenenza ciellina, che crea un oggettivo “conflitto di interessi” in una Regione dominata dal movimento fondato da don Giussani.

Scola ce l’ha fatta perché Ratzinger ha voluto che ce la facesse. Perché, come ha notato Zizola su Repubblica (30/6), questa nomina rappresenta bene «un pontificato che si narra come proiezione dell’autobiografia di Joseph Ratzinger nelle scelte istituzionali». Alieno da qualche "colpo di teatro" che pure Wojtyla ogni tanto si concedeva, Ratzinger persegue con lucida coerenza e determinazione il suo disegno di collocare ai vertici della Chiesa le persone di cui si fida, quelle con cui ha lavorato in passato, quelle che condividono la sua impostazione teologico-pastorale; quelle, insomma, che possano mettere al riparo la Chiesa da qualsiasi "deviazione" conciliare o di apertura al mondo contemporaneo. Per le altre semplicemente non c’è posto.

Benedetto XVI, al limite, si può concedere una cena a Castelgandolfo con il teologo "eretico" Hans Küng. Può addirittura dichiarare all’interno di un libro intervista che in casi eccezionali è consentito l’uso del preservativo. Ma si tratta di incontri informali e di parole che in nulla modificano i pronunciamenti magisteriali. Piccoli gesti mediatici, da dare in pasto alla stampa ed all’opinione pubblica per allontanare da sé l’immagine del severo custode della tradizione e del tenace antagonista della modernità. Ma la sostanza, dietro le forme e le apparenze, non è mai cambiata.

La nomina di Scola va in questo senso. E mette in una posizione di oggettivo rilievo il card. Scola all’interno del Collegio cardinalizio, almeno tra i cardinali italiani. Difficile fare pronostici per il futuro Conclave. Gli equilibri nella Chiesa mutano rapidamente. Ma attraverso la nomina di Scola non c’é dubbio che Benedetto XVI abbia indicato con chiarezza quale linea teologica e pastorale predilige. E quale figura di pastore la incarni al meglio. E ciò non potrà non avere ripercussioni nel breve come nel medio periodo nel governo della Chiesa.

* agenzia Adista

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