Scola, un’indicazione per il conclave? Le opinioni di Alessandro Speciale, Marco Politi, Paolo Rodari, Andrea Tornielli e Vito Mancuso

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ALESSANDRO SPECIALE, vaticanista agenzia Asca

Benedetto XVI ha detto chiaramente – nel suo libro Luce del Mondo – che prenderebbe in considerazione l’ipotesi di dimettersi se si rendesse conto di non essere più in grado di svolgere al meglio il proprio ‘lavoro’. Quindi non è peregrino leggere le sue nomine alla luce di un potenziale futuro conclave – anche se spesso calcoli di questo genere si ritrovano rapidamente superati dagli eventi. La stima di papa Ratzinger nei confronti di Scola è evidente: lo ha fortemente voluto a Milano malgrado un’opposizione, strisciante e meno, diffusa nella Chiesa ambrosiana e non solo. Non credo però che si possa dire che sia il ‘suo’ unico candidato per la successione: non sarebbe nel suo stile, acutamente consapevole delle diversità che convivono per sua natura all’interno della Chiesa.

Piuttosto, volendo immaginare una ‘strategia’ di Benedetto XVI, si potrebbe dire che prova a mettere in luce alcuni uomini in cui lui crede: Scola, certo, ma anche Ravasi, Dolan, Turkson e così via. C’è poi un altro fattore da considerare: nel giro di qualche mese ci dovrebbe essere un altro concistoro – con nomina di nuovi cardinali – dopo quello del novembre scorso. Nel collegio cardinalizio ci sono molti buchi (con la recente morte del cardinale Sterzinsky, a marzo 2012 ci saranno 13 posti liberi): c’è bisogno di riequilibrare il club delle porpore verso il Sud America, l’Africa e l’Asia dopo una tornata di nomine molto Vaticano-centrica.

MARCO POLITI, scrittore e commentatore de "Il Fatto Quotidiano"

La nomina di Scola ad arcivescovo di Milano è la fotografia perfetta dello stallo in cui si trova il pontificato ratzingeriano. Il cardinale Scola non aveva bisogno della sede di Milano per essere “lanciato” come possibile successore di Benedetto XVI. Scola è già entrato nella lista dei papabili nel 2005 e la sede di Venezia è talmente prestigiosa da avere dato negli ultimi cinquant’anni ben due pontefici: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II.

Chi sta a Venezia come patriarca è posto naturalmente su un piedistallo, che attira su di sè l’attenzione dell’episcopato internazionale.

Angelo Scola, per di più, ha sviluppato negli ultimi anni un’intensa attività di relazioni culturali-religiose internazionali – soprattutto indirizzate verso l’oriente ortodosso, islamico e indiano – da meritargli una serie di rapporti ecclesiali non soltanto con i cardinali dell’occidente euro-americano (che lo conoscono per le sue posizioni dottrinali nel solco ratzingeriano), anche ma con esponenti importanti delle Chiese cattoliche e delle altre confessioni cristiane mediorientali e asiatiche.

Il suo trasferimento dalla sede patriarcale di Venezia all’arcivescovado di Milano, assolutamente irrituale per la tradizione canonica – testimonia l’incapacità o la non-volontà dell’attuale pontefice di scoprire nuove personalità da inviare in posti ecclesiali di rilievo. Fare, per così dire il “talent scout”, di presuli da portare in primo piano per le loro doti, scoprire le loro qualità, incoraggiare uomini di Chiesa ancora poco conosciuti a sviluppare le loro capacità di evangelizzazione e di guida pastorale fa parte dei compiti di un pontefice.

E’ significativo che Pio XII abbia deciso di portare alla sede di Venezia nel 1953 un diplomatico relativamente oscuro come Angelo Roncalli – futuro papa Giovanni XXIII – ma questo testimonia della lunga capacità dei vertici ecclesiali romani di saper selezionare una classe dirigente. Così come Giovanni Paolo II seppe “inventare” Carlo Maria Martini come arcivescovo di Milano nel 1979 (anche se poi rimase irritato dall’indipendenza della sua linea teologica).

Nel suo libro-intervista con il giornalista tedesco Peter Seewald, “Luce del mondo” pubblicato nel 2010, Joseph Ratzinger confessa di essere diventato con il passare degli anni più timoroso e prudente nelle sue scelte. La decisione presa per Milano riflette esattamente questo timore e un bisogno quasi ossessivo di circondarsi di persone a priori di assoluta sintonia (come è stato con la nomina del cardinale Bertone, ex segretario del Sant’Uffizio, alla Segreteria di Stato e con altre nomine curiali).

Benedetto XVI voleva far cessare il trentennale controcanto teologico e politico della diocesi ambrosiana, ma non solo non ha rispettato le indicazioni che emergevano dai sondaggi del nunzio in Italia (altro era l’identikit del vescovo che desideravano i cattolici milanesi), ma non è stato neanche in grado di individuare un “nuovo” nome di livello seppur appartenente alla sua corrente teologica.

E’ il sintomo di un pontificato che si va ripiegando su se stesso.

Altra cosa è il percorso futuro del cardinale Scola. Milano rappresenta soprattutto una sfida per lui. Sbagliato sarebbe incasellarlo troppo presto in un cliché. Scola è il porporato che a un Meeting di Comunione e liberazione a Rimini ha attaccato Famiglia cristiana, distanziandosi ruvidamente dalla linea antiberlusconiana del settimanale cattolico, ma Venezia è stata tra le diocesi più attive nel mobilitare la partecipazione al referendum sull’acqua. E la partita referendaria, lo sapevano tutti, aveva implicazioni politiche evidenti.

PAOLO RODARI, vaticanista de "Il Foglio"

Mi ha detto recentemente lo storico Alberto Melloni che "non c’è per un Pontefice nomina più importante di Milano. Perché la nomina è un’autostrada verso il papato e, quindi, decisiva più per la chiesa nel suo insieme che per la diocesi ambrosiana. Insomma, il sospetto che il successore di Tettamanzi possa fare la fine di un Achille Ratti (poi Pio XI) o di un Giovanni Battista Montini (poi Paolo VI) è grande”.

Condivido questa opinione. Anche se non sono sicuro che davvero in caso di conclave Scola possa farcela. Ritengo infatti che, quando sarà, i cardinali riuniti in conclave cercheranno un candidato più giovane, che abbia le forze per traghettare la chiesa per almeno due decenni. Però, senz’altro, la nomina di Scola dice molto alla chiesa anche in vista del prossimo conclave. E cioè dice che Benedetto XVI vuole che i fedeli siano affidati a pastori di sicura dottrina, di linea tradizionale ma nello stesso tempo capaci di dialogare col mondo senza averne paura.

Ratzinger – è il mio personale parere – non è per una chiesa conservatrice nel senso più deleterio del termine, e cioè chiusa al mondo e arroccata sui dogmi e su se stessa. È, invece, per una chiesa fedele alla sua tradizione ma nello stesso tempo capace di accogliere le diversità, le novità, le spinte anche più riformatrici. Scola, come un po’ tutti coloro che provengono dalla rivista teologica Communio fondata da Hans Urs Von Balthasar, Henry de Lubac e lo stesso Ratzinger, sembra avere nel suo dna la capacità dell’ascolto e dell’incontro con tutti e credo sia anche per questo motivo che in questi giorni molte personalità dichiaratamente atee o lontane dalla fede hanno espresso giudizi positivi su di lui.

ANDREA TORNIELLI, vaticanista de "La Stampa"

"Più di un osservatore legge la nomina di Scola a Milano come un’indicazione per il conclave. Personalmente ritengo che la designazione attesti la grande stima del Papa per il nuovo arcivescovo di Milano, e anche la volontà di affidargli un ruolo ancora più importante sulla scena della C
hiesa italiana ed europea. Ho molti dubbi, invece, a considerare la nomina come un’apertura dei "giochi" in vista della successione: innanzitutto perché Scola sarebbe stato comunque un candidato anche rimanendo a Venezia e soprattutto perché la storia dei conclavi, compreso l’ultimo, insegna quanto fragili siano destinate a essere certe previsioni. Tante troppe, sono le variabili da considerare. E sinceramente penso che Benedetto XVI abbia ritenuto di fare il bene della diocesi di Milano, non di mettere un’ipoteca sulla sua successione".

VITO MANCUSO, da “Repubblica”, 28 giugno 2011

La questione non è personale, è politica. A livello personale infatti la figura umana e cristiana del cardinale Angelo Scola merita sicuramente la stima di Benedetto XVI e la considerazione di tutti i cattolici italiani, è un fine intellettuale, dottore in filosofia e teologia con pubblicazioni importanti, e da Patriarca di Venezia si è dimostrato in grado di governare senza farsi appiattire sulla sua provenienza ciellina, e penso che lo stesso farà a Milano. Ma dicevo che la questione è politica, perché riguarda un’eredità trentennale e più in generale il ruolo del cattolicesimo democratico in Italia.

In questa prospettiva è impossibile negare che la nomina di Scola ad arcivescovo di Milano suona come un’umiliazione pesante, forse l’ultima, per il cattolicesimo democratico. Dopo gli episcopati di Martini e Tettamanzi la diocesi milanese era rimasta l’unico punto di riferimento nazionale per quei cattolici che ancora non hanno dimenticato le speranze conciliari di rinnovamento. Si poteva scegliere se continuare in quella linea, se moderarla o se contrastarla frontalmente. La scelta di Benedetto XVI è stata la terza. Solo così a mio avviso si spiega la sua scelta, mai vista nella storia, di trasferire un Patriarca di Venezia ad Arcivescovo di Milano, visto che da Venezia i Patriarchi sono sempre andati via solo per fare il Papa (Pio X, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I per stare al ’900).

Si va forse producendo a livello ecclesiale l’inverso di quanto avvenuto a livello civile? Cioè che la città simbolo del berlusconismo e del leghismo diventata con Pisapia la capitale di un possibile new deal italiano, ora, a livello ecclesiale, da simbolo del cattolicesimo democratico diventa la capitale di un cattolicesimo conservatore di stampo ciellino? L’equilibrio mostrato da Scola da rettore dell’Università Lateranense e da Patriarca di Venezia, e soprattutto la sua formazione intellettuale, non giustificano questi timori, né bisogna cadere nell’errore di ridurre Angelo Scola a Comunione e Liberazione. Le persone che pensano sono sempre di più della loro storia.

Di certo però con l’uscita di scena di Tettamanzi e l’arrivo al suo posto di un vescovo di formazione ciellina al cattolicesimo democratico non è rimasto più nulla, non un solo rappresentante dell’attuale gerarchia che lo rappresenti. Un tempo si avevano vescovi come Lercaro a Bologna, Pellegrino a Torino, Ballestrero a Bari e poi a Torino, Bettazzi a Ivrea, Tonino Bello a Molfetta, Giuseppe Casale a Foggia, Piero Rossano a Roma come ausiliare, e appunto Martini e Tettamanzi a Milano, che costituivano un punto di riferimento per i cattolici progressisti di questo paese.

A eccezione di Bettazzi e Tonino Bello, nessuno di loro fu uno spirito particolarmente innovativo né tanto meno si produssero pubbliche dialettiche, impensabili nelle gerarchie ecclesiastiche italiane che sono sempre state tra le più conservatrici al mondo. Tuttavia si sentiva che le istanze più aperte al cambiamento avrebbero trovato in quei vescovi per lo meno una possibilità di essere ascoltate, di essere comprese come reali esigenze della vita concreta, senza essere bollate a priori come eresie. Non era granché, ma a volte in una famiglia basta solo l’impressione di essere ascoltati per mantenere il desiderio di appartenenza. Oggi non c’è più nessuno così tra i vescovi delle principali diocesi italiane, ai cattolici progressisti di questo paese è stata tolta anche l’ultima possibilità di avere un punto di riferimento nella gerarchia, e non so se questo sia davvero il volere dello Spirito Santo che ha sempre amato il pluralismo visto che di Vangeli ne ha ispirati quattro, e non uno solo.

Questo è il significato politico della nomina di Angelo Scola ad arcivescovo di Milano, e dicendo politico intendo prescindere del tutto dalla sua figura umana e intellettuale, per la quale vale quanto detto all’inizio. Nel messaggio alla diocesi di Milano il cardinale Scola ha manifestato il suo “intenso affetto collegiale” ai cardinali Martini e Tettamanzi. Riluttante fino all’ultimo perché non voleva essere distolto dagli studi biblici, Martini arrivò a Milano e si mise ad ascoltare la città comprendendo a partire dal basso di cosa essa aveva bisogno: da specialista di critica testuale lesse la città come un antico codice biblico e ne diede la corretta esegesi, tant’è che per tutti, credenti e non, egli fu la più alta autorità morale negli anni difficili del terrorismo e di tangentopoli.

Lo stesso processo è avvenuto per il cardinal Tettamanzi, teologo moralista senza la minima aria di progressismo diventato a Milano un esempio di profezia perché di fronte al volto più duro e meno cristiano della società non ha mai dimenticato la solidarietà e l’appello della Bibbia al diritto e alla giustizia. Dopo un biblista e un teologo moralista, ora è la volta di un teologo sistematico. L’intenso affetto collegiale per i suoi predecessori porterà il cardinale Scola a proseguire nella loro direzione? Oppure è stato scelto dal Papa togliendolo da una sede come Venezia per operare rispetto a loro una netta discontinuità? Oppure la statura personale di Angelo Scola saprà inventare qualcosa di nuovo? Quello che è sicuro è che Milano, e con essa l’Italia, ha bisogno di uomini che credono nel dialogo e lo favoriscono.

(7 luglio 2011)

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