Scuola: la sindrome di Gentile e l’arcano degli “scatti di competenza”

Francesco Lizzani

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Il documento sulla "Buona Scuola" (sic!) conferma purtroppo quanto già si sapeva. Anche la nuova inquilina del dicastero di Viale Trastevere è stata fulminata dalla sindrome ricorrente dei suoi predecessori: la S.G.G (Sindrome di Giovanni Gentile). Ogni ospite del mausoleo trasteverino da un ventennio a questa parte pretende di lasciare la sua impronta nella storia della scuola italiana, e purtroppo ci riesce, ma in negativo (al contrario di quanto accadde, sembra paradossale, proprio nel ventennio, che ha disegnato la migliore scuola classica occidentale). Figuriamoci poi se a fargli da sponda abbiamo un nuovo Capo con ambizioni napoleoniche, ubiquitario e ipercinetico, ma non tanto da garantirgli la stessa concentrazione su tutti i campi di battaglia aperti…

Non siamo infatti soltanto al culmine di un piccolo ventennio di manie di grandezza, improvvisazione e ignoranza (in senso letterale: non conoscenza dall’interno, e perfino dall’esterno, della scuola, da parte di chi pretende di riformarla); ma si annuncia addirittura un rilancio alla grande del ciclo che ha ridotto l’istruzione italiana a una cavia in perenne manipolazione chirurgica, sotto le più abusate e luccicanti parole d’ordine: "merito", "eccellenza", "competenza" (finora degli studenti, ma adesso finalmente anche degli scatti stipendiali di carriera: gli "scatti di competenza"!), ec. Con esiti già collaudati e che alla mia generazione fanno rimpiangere il monopolio democristiano del dicastero, quando vennero perfino alla luce i Decreti delegati e almeno la scuola era sostanzialmente in mano a docenti e presidi, e non ai burocrati che gestiscono l’attuale falsa autonomia. E i ministri, indipendentemente dai loro meriti, possedevano almeno quella competenza minima garantita a priori a chi si trova a governare un’istituzione: una continuità di indirizzo, sostenuta da una sano, anzi cristiano, senso della misura. In assenza della quale si possono solo far danni.

Infatti: quale competenza dimostra di avere un ministro e un’intera onagrocrazia di nuovo in preda alla ben nota S.G.G, e che stavolta, cavalcando i pregiudizi dell’opinione pubblica più disinformata, lancia proclami contro la progressione stipendiale di anzianità? Ignorando (appunto) o facendo finta di ignorare (peggio) che l’Italia è l’unico paese in cui proprio tale progressione è del tutto irrisoria, anzi già in buona parte bloccata, rispetto a una media europea che, a parità di ore frontali, vede le retribuzioni di partenza (ovviamente più alte delle nostre) quasi raddoppiarsi nel corso della carriera. Ma chi pensano di prendere per fessi? In Italia dopo venti o trent’ anni di impegno in cattedra (e molto altro) si resta lontani dai 2000 euro al mese, insegnando magari greco e latino in un classico o matematica in uno scientifico: materie e abilità didattiche che richiedono ben altre "competenze" rispetto a quelle di qualunque altro impiegato di pari livello retributivo (solo per sfiorare il tema annesso: l’impiegatizzazione della funzione docente perseguita congiuntamente delle burocrazie ministeriali e dalla sindacatocrazia di stato, alimentati e alimento del ceto politico più parassitario dell’Occidente).

Non si pretende che le menti al comando comprendano la ratio della presenza degli scatti di anzianità in tutti i sistemi scolastici europei e non solo, e in paesi dove non vigono progressioni analoghe in alcun altro settore (compresa la magistratura): e ciò per lo specifico di una professione basata non solo sulle conoscenze, ma anche e proprio sulla competenza, ovvero sull’ esperienza che si acquisisce insegnando (lo sa chi insegna e lo sa chi impara). Ma anche senza capire, avrebbero potuto copiare, come sanno fare i nostri alunni più pigri. E invece vanno nella direzione esattamente opposta, quella del nuovo pharmakon (in senso greco) messo a punto: un mix di corsi di aggiornamento (minestra già somministrata illo tempore con profitto delle apposite clientele di "formatori"), corsi di recupero, supplenze tappabuchi, di tutto e di più salvo saper insegnare bene (su cui la foglia di fico di qualche generica allusione). Di sicuro emergono dunque parametri meramente quantitativi di lavoro impiegatizio aggiuntivo intramoenia e a cottimo, da lottizzare nell’ennesima prevedibile guerra tra poveri all’interno dei collegi docenti, conditi da ulteriori probabili gravami aggiuntivi di varia specie, che nulla hanno a che fare con la qualità dell’insegnamento in classe. E per edulcorare questo imbroglio, congegnato per nascondere l’unica verità di sempre (e cioè che non ci sono i soldi per riformare davvero la scuola, partendo dalla sua materia prima: gli insegnanti) si sbandiera demagogicamente l’assunzione dei precari, imposta unicamente dalle incombenti sanzioni europee. Provvedimento sacrosanto, ma anche utile a dividere la categoria su interessi contrapposti e a indebolire una sana reazione di protesta unitaria.

Una scuola pubblica divisa, depressa, ulteriormente demotivata, fa comodo a molti. Forse non è un caso che la Giannini si sia servita delle tribune cielline per anticipare gli arcani su cui si vuole fondare questa inedita meritocrazia degli "scatti di competenza". Che stavolta seppellirà forse per sempre la questione fondamentale. Quella di una retribuzione media dignitosa in luogo di quella attuale (una pensione sociale, un sussidio di sussistenza indegno di una professione che dovrebbe attirare le menti migliori, e invece non può che scoraggiarle). Perché se non siamo ipocriti dobbiamo ammettere che nel mondo attuale la misura oggettiva del prestigio sociale del lavoro è data dalla retribuzione, che è anche l’unica vera forza selettiva in entrata delle più forti motivazioni professionali (e che dovrebbe valere in modo almeno bilanciato, se non vogliamo una scuola prossima ventura completamente femmilizzata, magari con delle "quote azzurre"!). Ma per quale motivo la scuola che vogliono da sempre ancorare meglio al mondo in cui viviamo, e adesso, ahinoi, modellare per il prossimo mini-ventennio, dovrebbe fare eccezione a queste evidenze chiare a tutti? Per quale ragione, infatti, l’insegnamento dovrebbe rappresentare una professione ambita, al di là dei luoghi comuni sulla "vocazione"?

Al punto in cui sono giunte le cose, troppo remota appare la speranza che il pharmakon della "Buona Scuola" provochi gli effetti imprevisti di altre memorabili pozioni somministrate dall’onagrocrazia responsabile della distruzione dell’istruzione pubblica di questo ventennio: risvegliare dal coma la classe docente e condurla di nuovo in processione ri-abilitante a Viale Trastevere, come accadde all’epoca dello sprovveduto Berlinguer. Il clima generale del paese è troppo mutato, la rassegnazione domina ormai nella coscienza comune perfino dei diretti interessati ("ma in fondo con i tempi che corrono abbiamo ancora un lavoro sicuro…"); i "riformatori" di turno sono assai più furbi dei precedenti, e il veleno a lento rilascio della "Buona Scuola" assai meno visibile di tutti quelli finora inoculati. Ma poiché tale farmaco produrrà conseguenze irreversibili sulla sopravvivenza stessa della scuola italiana, o almeno di ciò che di buono vi sopravvive (comprese le materie ormai considerate "inutili", come la filosofia e le "lingue morte"), la questione non riguarda affatto solo una categoria professionale già abbondantemente demotivata.

Prima che sia troppo tardi occorre dunque
che della questione si faccia carico la classe dirigente del paese, a partire da quella intellettuale, e in primis gli esponenti dell’ordine di istruzione più alto del sistema, quello universitario, di cui non ci bastano più le querimonie sulle leve sempre meno istruite delle truppe sfornate dalla scuola superiore e sulla progressiva licealizzazione dell’istruzione universitaria. Osiamo invece immaginare una loro lettera aperta al Ministro e al Governo della "Buona Scuola" che smascheri la misitificazione degli "scatti di competenza" e ripristini il senso letterale dello slogan adottato, sull’unico fondamento che può sostenerlo: una vera considerazione della dignità professionale, e dunque anche economica, dei docenti. Prima che la scuola cessi definitivamente di essere quello che è previsto dalla nostra Costituzione: una istituzione, e non un "servizio", come troppi vorrebbero.

* docente di filosofia e storia al Liceo Plauto di Roma

(10 settembre 2014)



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