Se anche a Damasco crolla il muro di Berlino
Francesco Peloso
Nel libro “Il giorno dopo la primavera” l’intellettuale libanese Samir Frangieh racconta la vicenda politica e umana che ha segnato la sua biografia e quella del suo Paese. Un percorso storico inscindibilmente legato con quanto avveniva negli Stati vicini, dove le ‘primavere arabe’ rompevano una rassegnazione della società civile che sembrava destino ineluttabile.
“In un certo qual modo la nostra Primavera dei Cedri, quella del 2005 (le proteste di massa che seguirono l’assassinio del presidente libanese Rafiq Hariri, ndr), è stata la Danzica araba, e Tunisi è stata la nostra Berlino; noi non avevamo il muro di cemento armato, ma come i popoli d’oltrecortina vivevamo dietro il muro della paura. E quando Bouazizi si è immolato, all’isolamento è subentrato il legame, l’empatia… E abbiamo capito che come è stata la violenza a costare a noi libanesi tre decenni di guerra civile, è stata questa stessa violenza a costare agli arabi cinque decenni di dittature, nel corso dei quali siamo stati messi al bando dalla storia, rimanendo soli con la repressione, la corruzione, i poteri dinastici”. Con queste parole Samir Frangieh, uno dei massimi intellettuali libanesi da tempo impegnato nella costruzione di un tessuto democratico e civile nel suo Paese, ha descritto con rapida sintesi il processo iniziato più di due anni fa in Tunisia e tuttora in corso. Si tratta di quella primavera araba trasformatasi poi in un insieme di ‘primavere’ arrivate dopo lunga attesa in un Medio Oriente dove la rassegnazione della società civile sembrava destino ineluttabile, in cui il ruolo delle polizie segrete e la presenza minacciosa dei tanti ‘partiti di Dio’ parevano costituire il dato storico immutabile con il quel fare i conti. La primavera si è trasformata in molti fiumi che hanno ripreso a scorrere rivitalizzando le strade e le città arabe, da piazza Tahrir ad Aleppo, aprendo conflitti, facendo sognare costituzioni e libertà, rovesciando dittature, portando infine alla luce – all’interno dei singoli Paesi – il divario e lo scontro fra fanatismo religioso e laicità, fra una fede aperta alla modernità e le correnti fondamentaliste.
Dalla militanza comunista al dialogo interreligioso
Frangieh, classe 1945, ex comunista, cristiano, prima esponente di spicco della sinistra libanese durante la lunga guerra civile che percorso il Paese (1975-1990), poi pioniere del dialogo interreligioso, è oggi esponente del movimento “14 marzo”, la coalizione di forze musulmane e cristiane che si oppone alla presenza siriana in Libano e si batte quindi per la piena indipendenza. In un libro uscito in questi giorni, Frangieh racconta la vicenda politica e umana che ha segnato la sua biografia e quella del suo Paese. Un percorso storico inscindibilmente legato e intrecciato con quanto avveniva negli Stati vicini e confinanti, vale a dire in quel mondo arabo considerato da una parte sempre unitariamente come fosse tutto sommato una realtà compatta, e dall’altro pieno di infinite divisioni etniche, religiose, politiche e sociali, che da questa parte del Mediterraneo si fa sempre fatica a scorgere. Frangieh è stato intervistato – dando vita più a una sorta di dialogo aperto che a una sequenza di domande risposte – da Riccardo Cristiano, giornalista di lungo corso appassionato ed esperto della realtà araba nelle sue diverse varianti. Cristiano ha frequentato negli ultimi tre decenni il Medio Oriente, è stato insomma a lungo sul campo, come si dice, e in particolare in quel Libano che a volte è sembrato riassumere tutti gli incubi, i rebus e le speranze di un mondo arabo – appunto – apparso fino a non molto tempo fa incapace di assumere su di sé la responsabilità della propria storia. Dal lungo colloquio fra i due, svoltosi a più riprese, è venuto fuori un volume – “Il giorno dopo la primavera”, Riccardo Cristiano dialoga con Samir Frangieh, edito da Mesogea, con prefazione di Andrea Riccardi e postfazione di Younis Tawfik – di fatto scritto a quattro mani in cui non mancano le pagine di raccordo, le schede informative sugli avvenimenti passati, le cronologie necessarie per muoversi in quel ginepraio di eventi e di guerre, di innumerevoli leader e autobombe che è stato il Medio Oriente nell’età contemporanea.
La guerra fredda finisce anche in Medio Oriente
Ma cosa c’entra il muro di Berlino con il Medio Oriente? Il riferimento all’89 nasce da una lettura complessiva degli eventi successivi alla fine della guerra fredda e alla conseguente ridefinizioni degli equilibri geopolitici mondiali. In termini generali si possono elencare almeno alcuni dei cambiamenti avvenuti che da fanno da sfondo agli eventi della Primavera araba. La prepotente influenza nordamericana sull’America Latina si è ridimensionata in considerazione delle mutate esigenze strategiche di Washington; per molti Paesi della regione questo ha significato il primo affermarsi di governi di sinistra o di centrosinistra e di una messa in discussione di modelli sociali ed economici che parevano destinati a durare in eterno. Così l’Europa nella sua faticosa costruzione unitaria si è allargata ad oriente, l’unità della Germania ha rivoluzionato il vecchio continente; allo stesso tempo un mondo multipolare ha cominciato a prendere forma con l’emergere di nuovi soggetti politici ed economici globali; fra questi la Cina, l’India, il Brasile; abbiamo inoltre assistito al ‘ritorno’ di una Russia che, sotto la guida di Vladimir Putin, ha ‘saltato’ il processo di democratizzazione provando a riassumere una dimensione ‘imperiale’ a partire da quelle regioni che un tempo facevano parte della vecchia Unione sovietica. Fra l’altro, e non è un caso, Mosca è il più tenace alleato del regime siriano di Bashar Al Assad.
A questa sequenza di fatti e di stravolgimenti, era mancato fino ad ora il Medio Oriente. L’area araba, del resto, grazie alla dinastia Bush, veniva coinvolta nel corso del ventennio successivo all’89 in un drammatico conflitto petrolifero-ideologico con l’obiettivo di affermare in chiave planetaria la potenza americana dopo la scomparsa dell’Urss. Così in forza della guerra al fondamentalismo – il nuovo nemico globale – sono stati alimentati regimi ‘laici’ la cui realtà era invece quella di antiche satrapìe violente e oppressive, con le carceri – fuori da ogni retorica ma guardando agli innumerevoli rapporti delle agenzie internazionali – traboccanti di oppositori e di cittadini inermi.
“La storia – spiega Frangieh in un altro passo del libro – raramente prende l’autostrada. Il cammino storico è più tortuoso e accidentato. Se l’Europa non è stata all’altezza della sfida posta dal 1989, questo non vuol dire che il vostro problema fosse eterizzare il Novecento. E questa volta il Novecento, il secolo della guerra fredda, dei muri, dei genocidi, finisce davvero, si conclude anche nell’ultimo angolo di mondo dove resisteva, cioè qui da noi”. “Ora – afferma ancora Samir – bisognerà gestire la novità, ma intanto prendiamo atto che la Primavera ha abbattuto il muro che dalla metà dello scorso secolo ci ha diviso dal resto del mondo, dall’Occidente e dalla modernità”. La violenza brutale elevata a sistema – come spiegava Frangieh &ndash
; aveva segnato il potere di Ben Ali in Tunisia, di Gheddafi in Libia, di Mubarak in Egitto (che arrivava a commissionare un feroce attentato contro la Chiesa copta di Alessandria il primo gennaio del 2012 pur di alimentare un falso pericolo terroristico-islamista e rimanere al potere). Poi è arrivata la volta di Damasco, il conflitto più sanguinoso – oltre 60mila morti fino ad oggi – che potrebbe cambiare definitivamente la storia di questa parte del mondo. “L’opera – osserva in proposito Frangieh – non è ancora finita, l’ultimo sigillo lo avremo con la caduta di Damasco. Sarà un evento di grande rilievo non solo in senso politico e geopolitico, ma anche simbolico”. La Primavera, del resto, dalle strade insanguinate e piene di macerie della Siria, guarda alla Penisola araba, alle monarchie intangibili dove pure, come un fenomeno carsico a più riprese sono esplose proteste, rivendicazioni e manifestazioni – si pensi a quelle per l’emancipazione femminile – poi rientrate o represse. Ma le braci non sono spente.
Il nazionalismo malato e la deriva fondamentalista
Ma uno dei problemi di fondo con i quali deve fare i conti oggi la Primavera araba in termini di consenso internazionale è il timore, in parte fondato nella realtà in parte luogo comune, del pericolo islamista, cioè del fondamentalismo religioso come ‘mostro’ pronto a prendere il potere dopo la caduta dei dittatori ‘laici’. Si tratta di quella “grande paura” diffusa con perizia mediatica e ideologica dai teorici neoconservatori repubblicani che sostennero le campagne militari di George W. Bush; un filone di pensiero che trova oggi alleati naturali quanto sorprendenti nei sostenitori dell’antimperialismo duro e puro di casa nostra per i quali Assad è nientemeno che il difensore (sic!) dei palestinesi contro Israele. Ci ha poi pensato lo stesso Bashar a chiarire come stanno le cose facendo bombardare dal suo esercito, in questi mesi drammatici, i grandi campi palestinesi che si trovano in Siria pur di fermare l’avanzata dei ribelli verso la Capitale.
Ma il problema è anche più ampio e nel libro trova una significativa trattazione. Frangieh e Cristiano affrontano il nodo storico del nazionalismo arabo novecentesco, nato prima come istinto indipendentista e divenuto col passare degli anni una forma “di nazionalismo malato”, cioè ideologico. Un nazionalismo che ha imboccato quasi sempre la via del partito unico cancellando le infinite gradazioni sociali e culturali dei singoli Paesi per promuovere un modello totalitario costruito sul principio ‘una nazione, un partito, un leader’. Questo, in definitiva, spiega Frangieh, è stato il partito Ba’ath in Siria ma anche in Iraq. Un simile sviluppo del nazionalismo ha avuto ripercussioni forti anche sulla religione degli arabi. l’Islam, perseguitata nei suoi movimenti a cominciare dai Fratelli musulmani, ha conosciuto un processo di progressiva estremizzazione diventando esso stesso, in alcune sue correnti, ideologia e poi terrorismo. La Primavera araba, emerge dall’analisi compiuta nel volume, ha mandato all’aria lo schema ‘nazionalismo contro fondamentalismo’ e ha lanciato una sorta di “ideologia della vita quotidiana”. “La gente ha cominciato a porsi domande semplici, essenziali: quali sono i diritti delle donne? E’ giusto torturare i detenuti? Io conto qualcosa? Si tratta di domande così semplici da risultare rivoluzionarie, che ci consentono di tornare all’inizio del Novecento, questo secolo dannatamente storto”.
Il merito della Primavera, dunque, è anche quello di aver fatto ripartire la storia collettiva degli arabi: “Finalmente – dice Frangieh – sapremo riannodare il filo del nostro discorso, del nostro confronto tra laici e religiosi, tra cristiani e musulmani, tra progressisti e conservatori, ripartendo dal punto dove quel filo è stato spezzato, prima che tutto questo accadesse, quando l’Islam non aveva la minima idea di essere incompatibile con la democrazia”. Non c’è un ottimismo di maniera in questa e in altre riflessioni, risulta ben chiaro che il processo aperto è un faticoso e tremendo work in progress che vedrà passi indietro, conflitti, battaglie. Ma il cammino è iniziato.
I ceti medi scomparsi e il ruolo dei cristiani
C’è’anche, naturalmente, un discorso sociale, di classe, nel ragionare dei due autori, come del resto ci sono state potenti motivazioni economiche legate alle condizioni di vita dietro l’esplosione delle insurrezioni arabe. In particolare si mette in luce la difficoltà di costruire i “ceti medi” in questi Paesi. Questi ultimi, rileva Frangieh, sono stati distrutti “dai regimi”, dai governi autocratici, “sono loro che hanno creato questa società con due classi, i loro accoliti ricchissimi e tutti gli altri poverissimi. A tutto questo non si pone rimedio in un giorno”. Significativo è poi il ruolo che, nell’analisi proposta, viene assegnato alle piccole ma antichissime comunità cristiane della regione. La funzione dei cristiani, si spiega, può essere quella di diventare il “link”, il trait-d’union, fra le diverse minoranze – etniche, nazionali e religiose – che in un momento di cambiamenti radicali sono percorse da reciproche paure e diffidenze. I cristiani “non devono restare alla finestra in un impossibile equidistanza tra regimi e insorti” devono invece prendere le parti di chi “invoca la libertà, sono gli unici che possono farlo rassicurando tutti gli altri, sciiti, sunniti, drusi, curdi”. In questo senso vanno anche le parole che Andrea Riccardi scrive nella prefazione al libro, quando parla di una “Chiesa degli arabi che trova la sua identità più efficace nell’essere minoranza al servizio di tutta la società. Questo tratto fondante della sua vocazione va espresso con passione proprio nella stagione di grandi cambiamenti come quella che viviamo”. Una lezione respinta dai patriarchi delle varie chiese di rito latino o orientale cresciute all’ombra dei regimi in Siria o altrove, fra privilegi e legami con i palazzi del potere, e altrettanto poco consona per i commentatori clericali occidentali ben acquartierati nel torpore di un cristianesimo vissuto come ideologia identitaria e reazionaria estranea agli arabi e incapace di farsi parte di una cittadinanza più ampia e matura in un mondo multireligioso e multiculturale.
(9 gennaio 2013)
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