Se il potere dichiara guerra alla giustizia
Gian Carlo Caselli
, il Fatto Quotidiano, 21 gennaio 2011
Gibbon, grande storico dell’antica Roma, nel descrivere l’età di Commodo (in Declino e caduta dell’Impero romano), annota che in essa “l’attuazione delle leggi era diventata venale e arbitraria” e un potente benestante “poteva non solo ottenere l’annullamento di una giusta sentenza di condanna, ma anche infliggere all’accusatore, ai testimoni e al giudice la punizione che più gli piace”.
Nessuno crede che ciò possa ripetersi ai giorni nostri, ma la citazione è d’obbligo a fronte delle furibonde reazioni del presidente Berlusconi alle sue vicende giudiziarie, posto che proprio di “punizione” dei magistrati che di lui si occupano egli ha parlato. Intendiamoci: un processo penale a carico del premier non è mai cosa da poco né appartiene all’ordinaria amministrazione. Figurarsi se i processi sono più d’uno e riguardano fatti gravi. La valenza oggettivamente politica di simili processi e il loro effetto dirompente sono inevitabili. Casi analoghi sono accaduti e accadono anche sotto altri cieli.
Pensiamo al presidente Usa Clinton, l’uomo più potente del mondo, costretto da un giudice a fornire un campione organico da confrontare con la macchiolina che una scrupolosa fanciulla aveva diligentemente conservato sul suo abito. Un’umiliazione, al punto che (l’abbiamo letto recentemente) sembra che Clinton ne fosse rimasto talmente turbato da smarrire la preziosissima chiave di accesso all’arsenale nucleare del suo paese. Clinton, in altre parole, ha certamente dovuto inghiottire quantità industriali di bile, eppure mai una parola (neppure un sospiro) gli è uscito di bocca contro i suoi giudici.
Lo stesso dicasi, più di recente, del presidente israeliano Katzav, processato e condannato per stupro e molestie sessuali. Ovunque nel mondo, gli uomini pubblici coinvolti in inchieste o processi si difendono e reagiscono nei modi più diversi. Ma sempre rispettano la giurisdizione, sempre accettano che il controllo di legalità si eserciti anche verso di loro, perché credono sinceramente in quel cardine della democrazia che è rappresentato dalla legge uguale per tutti. Solo ed esclusivamente in Italia, da qualche decennio, succede tutt’altro, con lo scatenamento di una guerra frontale ai giudici e alla giurisdizione.
Soltanto in Italia l’esercizio dell’azione penale nei confronti del capo del governo ha determinato e determina la contestazione in radice del processo, da parte dello stesso leader e della sua maggioranza, e la delegittimazione pregiudiziale dei giudici, indicati come avversari politici autori di nefandezze varie. Autori, in particolare, di persecuzioni e complotti giudiziari che sarebbero dimostrati – alla fine – dal consenso elettorale, che avrebbe, evidentemente, l’effetto magico di azzerare responsabilità e processi.
In realtà i fatti sono altri: il complesso delle vicende giudiziarie relative al premier e l’esito (pur tormentato) delle stesse dimostra che si è trattato di accertamenti doverosi e che, conseguentemente, la continua evocazione del complotto giudiziario altro non è che lo sperimentato e studiato sistema per trasformare in verità, grazie all’ossessiva ripetizione, anche il falso grossolano.
Certo è che il crescendo degli attacchi alla magistratura, colpevole unicamente di fare il suo dovere, sembra ormai irresistibile. Le richieste di commissioni parlamentari di inchiesta contro i magistrati “ostili” si intrecciano con il proposito (proclamato a reti televisive praticamente unificate) di punirli. Con possibili gravi alterazioni del sistema vigente e connesso rischio di travolgere l’immagine stessa della giustizia. Chiunque abbia a cuore le sorti della democrazia non può assistere in silenzio a questo “spettacolo”.
(21 gennaio 2011)
| Condividi |
MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.
