Se la “casta” espropria il diritto di fare politica

Pierfranco Pellizzetti

, il Fatto Quotidiano, 17 giugno 2010

«Fa politica!». E il messaggio sottinteso suona: «ma si vergogni!».
Quel demenziale tormentone che – al tempo che fu del Sergio Cofferati leader antagonista di una CGIL sul piede di guerra – Berlusconi e i suoi introdussero con successo nelle retoriche comunicative della Seconda Repubblica, finalizzate al solo scopo di screditare l’avversario.
Per inciso: che altro avrebbe dovuto e dovrebbe fare un sindacato, se non prendere posizione in materia di politiche industriali?

A conferma dell’intima berlusconizzazione di larga parte del ceto politico italiano, ecco che ora Enrico Letta fa proprio l’anatema berlusconiano indirizzandolo contro il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro, reo di aver espresso riserve sulle nuove disposizioni al varo in materia di intercettazioni. «Fa politica». E allora? Cosa ci sarebbe di così strano nell’esercitare il diritto legittimo di intervenire nel dibattito pubblico, punto focale della “politica”, su un tema di cui – tra l’altro – si ha una riconosciuta competenza diretta?

Ma ecco – a seguire – il secondo diktat: «prima di parlare si faccia eleggere». Davvero singolare questa idea che per esprimere una valutazione su temi di interesse generale (ma anche particolare) sarebbe necessario mettersi in coda davanti ai selezionatori di partito, blandire qualche ras e – così – riuscire a farsi inserire nell’elenco dei “designati” (come detta il ben noto Porcellum) a una carica elettiva.

Un’idea che sa tanto di corporazione blindata degli addetti ai lavori. Ma è anche lo specchio di un gravissimo involgarimento del modo vigente di concepire la politica. La sua riduzione alle categorie della peggiore chiacchiera da bar, altalenante tra l’immortale binomio “gnocca e motori”. Per cui “fare politica” diventa sinonimo di partigianeria, di atteggiamento da intriganti e mestatori. E chi ci si dedica con passione va subito sospettato di secondi fini, ovviamente meschini.

Non è certo casuale che sia proprio il ceto di quelli che campano di politica ad accreditare tale rappresentazione denigratoria della loro stessa primaria attività; che dovrebbe essere quella di organizzare la partecipazione delle donne e degli uomini alle scelte collettive. A conferma dell’avvenuto esproprio di democrazia che caratterizza lo stato dell’arte della nostra vita associata. Ma anche passaggio obbligato delle strategie difensive da parte di chi rifiuta il concetto stesso di controllo e ricambio esercitato attraverso il libero confronto. Ossia il fondamento e il cardine del reggimento liberaldemocratico.

Insomma, la parola d’ordine è il silenziamento generale. D’altro canto, se la politica come discorso pubblico tra cittadini informati viene ridotta all’afasia, non può che affermarsi l’altra idea: quella di politica come pura tecnologia del potere.

In effetti che cosa accomuna quanto faceva ai suoi tempi Cofferati e oggi fa Spataro, suscitando moti di indignazione da Berlusconi a Letta jr.? Partecipare a scambi di contenuti per concorrere all’attribuzione di senso e significati ai modelli di rappresentazione collettivi; per contribuire alla messa a fuoco di quanto è condivisibile, quindi pensabile. Il massimo filosofo politico europeo vivente – Jürgen Habermas – parla al riguardo di “sfera pubblica”; ossia la dimensione in cui l’azione comunicativa diventa deliberazione, dunque democrazia partecipata e inclusiva.

Operazione – in teoria – altamente meritoria in una democrazia rettamente intesa, ma che impiccia la principale attività degli odierni tecnologi del potere trasformatisi in persuasori di massa: controllare mediaticamente le coordinate linguistiche con le quali si rappresenta la situazione in cui siamo immersi, che non devono “remare contro” – demistificare – gli scenari artificiali di legittimazione degli equilibri vigenti, predisposti dalle officine del pensiero ufficiale.

Per cui la critica diventa necessariamente una pratica illecita. Si parli di criminalità organizzata (“Saviano denigra l’Italia denunciando il fenomeno camorristico”) come di crisi economica e relativi impoverimenti indotti (“così si diffonde il pessimismo”).
Affermazioni che solo in apparenza è stupefacente riscontrare anche in buona parte del fronte di opposizione. Proprio per le succitate pulsioni corporative.

Infatti queste reazioni non ci stupiscono più. Semmai – al tempo stesso – impongono di continuare ad esprimere indignazione quando uno spelacchiato giovanotto di provincia (magari con la patacca di “democratico” all’occhiello), con quell’aria un po’ così da studente secchione, si permette di “dare sulla voce” a chi interviene criticamente nel pubblico dibattito, intimandogli l’immediato silenzio. Lo dobbiamo fare perché – come disse Martin Luther King – «ciò che spaventa non è la violenza dei potenti ma il silenzio degli onesti». Un silenzio che ha come esito finale la passivizzazione davanti alle relazioni di potere. Quelle relazioni di potere che possono essere modificate soltanto grazie a libere discussioni.

(17 giugno 2010)

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