Se la sinistra vince quando il Pd perde

Matteo Pucciarelli

Di Pietro sarà ruvido; avrà pure un italiano improbabile; sarà stato anche un disastro nella compilazione delle liste. Ma ha tutto il diritto di incavolarsi per il rifiuto di Bersani a partecipare all’incontro pubblico alla festa Idv di Vasto, insieme all’ex magistrato ovviamente, e con loro Vendola. Vale a dire i tre assi portanti della più probabile coalizione di centrosinistra che dovrà presentarsi alle prossime elezioni. "Se è un problema di giorno e orario lo sposto come vuole lui, ma se nicchia perché vuole guardare ancora verso Casini, allora non ci siamo", ha detto Di Pietro. E pare che non sia proprio un problema di giorno o orario.

La situazione attuale del centrosinistra è abbastanza deprimente. Perché ad oggi non si sa come sarà composta la coalizione. Né chi la guiderà. Un incredibile ritardo di cui nessuno, dentro il Pd, si cura. Mentre Di Pietro e Vendola premono, invece, per convolare "a giuste nozze" con le primarie. E il Pd? Aspettando Godot. Cioè i centristi dell’Udc, diventati l’oggetto del desiderio di entrambe le coalizioni.
Chissà poi perché, visto che in Parlamento quelle volte che il Pd ha ricalcato le orme di Casini and friends è stato sempre su temi sensibili che hanno fatto arricciare il naso alla base (ultimo caso: il voto contro la pregiudiziale di costituzionalità alla manovra).

D’Alema fa il mimo ai Giovanardi dicendo "no alle nozze gay", parere peraltro non richiesto: vagli a spiegare che il Rapporto Italia 2010 Eurispes dice che l’82% degli italiani considera gli omosessuali uguali a tutti gli altri…

La Cgil sciopera, e con successo. Ma il Pd come al solito si spacca: ci andiamo oppure no? La manovra finanziaria nel frattempo viene colta al volo dal centrodestra per attaccare i diritti dei lavoratori, cioè l’articolo 8. L’economia non tira? Bene, liberalizziamo i licenziamenti! L’opposizione del Pd è stata davvero temibile: attraverso lanci d’agenzia (di neanche tutto il partito).

L’eterna rincorsa al centro: ecco l’errore strategico e tattico che gran parte degli ex Pci ripetono da decenni ormai. Non basta essersi inglobati nei Ds i margheritini, formando così il Pd. Ora c’è bisogno urgente dell’Udc, anche a costo di sacrificare la sinistra. Eppure i fatti, quelli veri, al di là delle analisi politologiche, dicono che il Pd vince quando fa scelte nette e di sinistra tout-court (quindi mai); in compenso però vince tutto il centrosinistra. Perché la base democratica si è dimostrata in questi anni dieci volte più saggia e lungimirante della propria classe dirigente, invece attentissima a mendicare attenzione presso Confindustria e Vaticano.

Partiamo dal 2010. In Puglia il presidente della Regione è Nichi Vendola, comunista e omosessuale (nonostante Fioroni). Il Pd spinge per non ricandidarlo alla guida del centrosinistra, pressato dall’Udc (unico caso di presidente uscente del centrosinistra costretto a farsi da parte). Vendola non ci sta, conquista le primarie e sbaraglia (è il verbo giusto "sbaraglia": 73% vs 23%) il centrista Boccia, uno che rapisce l’immaginario – se va bene – di se stesso e della propria compagna (nel senso di fidanzata, la deputata del Pdl Nunzia De Girolamo). Così il leader di Sinistra Ecologia e Libertà si ritrova a sfidare il pidiellino Rocco Palese in una regione storicamente di centrodestra. Sono le stesse elezioni in cui il centrosinistra perde il Piemonte (in coalizione c’era anche l’Udc) e il Lazio. Invece Vendola vince e convince con una campagna elettorale connotata a sinistra, com’è nelle corde dell’ex rifondarolo. Senza Udc.

L’anno dopo è ancor più esplicativo. A Milano, roccaforte del berlusconismo, l’impresa impossibile è cacciare la Moratti. Il Pd punta tutte le sue carte sull’architetto Stefano Boeri, naturalmente un moderato; la sinistra (Sel e Rifondazione) sponsorizza l’avvocato Giuliano Pisapia. Uno che ha fatto l’operaio negli anni ’70 per capire che mondo fosse quello della fabbrica; uno che fece il suo primo comizio con Democrazia Proletaria. Non solo Pisapia vince alle primarie, ma addirittura conquista Milano, contro ogni pronostico.
Dopo una campagna elettorale fatta nelle periferie, parlando di solidarietà, ambiente e lavoro. E non curandosi troppo di palazzinari ed elite finanziaria. L’Udc non era in coalizione.

A Napoli il Pd, dopo le disastrose primarie annullate, propone il prefetto Mario Morcone. Un moderato in perfetta continuità con la gestione fallimentare Jervolino. Cioè invotabile. Di Pietro e Rifondazione non ci stanno e appoggiano Luigi De Magistris: anche il suo è un programma tutto spostato a sinistra. Così come per la gestione dei rifiuti: nessuna concessione alle grandi aziende dei termovalorizzatori ma la raccolta differenziata come stella polare.
Risultato: Morcone fuori, al ballottaggio va l’ex magistrato. Le dinamiche di voto dicono che in migliaia hanno votato le liste del Pd o di Sel, ma poi come candidato hanno optato per De Magistris. Il quale sceglie di non apparentarsi con i parenti-serpenti del Pd per il secondo turno. Contro il candidato del Pdl Gianni Lettieri va in scena il trionfo: 65%. Un altro schiaffo della base Pd ai propri dirigenti. L’Udc non era in coalizione.

Infine, Cagliari. Città in mano alla destra da decenni. Vincere sembra un miraggio. Il Pd pensa di provarci con un dinosauro della politica: Antonello Cabras, uno abituato a confrontarsi più con i pacchetti di tessere che con i cittadini. Sel appoggia Massimo Zedda: giovane e con un programma rivoluzionario. All’insegna del combattiamo il partito del cemento. Zedda non solo batte il barone Cabras, ma si mangia a colazione anche il candidato del centrodestra con uno strabiliante 59% finale. L’Udc non era in coalizione.

Giugno è tempo di referendum. Il Pd fa il prezioso da mesi. Nucleare ni, acqua boh, legittimo impedimento mah. Un traccheggiare estenuante. L’Udc era per il nucleare e per la privatizzazione dell’acqua. Grazie al cielo ai banchetti referendari i militanti del Pd c’erano già da mesi e mesi, a raccogliere le firme contro le privatizzazioni e le lobby dell’energia atomica. Qui Bersani ha un sussulto di lucidità e due settimane prima schiera il Pd a favore dei quesiti. Risultato: sfondato il tetto del 50% con i "Sì" al 95%. Non succedeva da 16 anni. E con innegabile furbizia Bersani ci mette subito il cappello sopra.

Ora, se uno non ci arriva con il pensiero ci può arrivare con le dimostrazioni pratiche: il centrosinistra vince quando comincia a confrontarsi e ad ascoltare la voce del proprio elettorato di riferimento. Che chiede scelte chiare, decise, nette, di discontinuità rispetto al passato e rispetto alla scala di valori dell’attuale "fare politica". Un elettorato che non si spaventa davanti a un programma connotato "a sinistra", ma che anzi si galvanizza. Lavoro, ambiente e sviluppo sostenibile, lotta alle disuguaglianze, diritti civili, democrazia diretta, questione morale, meno spese militari e più welfare. Non solo è "sinistra", è anche buonsenso. Quello che può convincere gli indecisi e può riportare alle urne i delusi dalla politica.

(15 settembre 2011)

Condividi Bookmark and Share



MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.