Se l’Italia premia la malauniversità
di Tomaso Montanari*
Il prossimo 23 febbraio si deciderà sul rinvio a processo per il direttore del SUM, Aldo Schiavone, per l’ex rettore dell’Università di Firenze e per l’attuale rettore della Federico II di Napoli, oltre che per alcuni altri illustri docenti dell’istituto (Guido Martinotti, Leonardo Morlino e Alberto Varvaro). Tutti costoro potrebbero essere imputati di abuso d’ufficio in concorso. In sostanza, si dovrà decidere se la procedura con la quale sono stati chiamati ad insegnare al SUM sia stata corretta.
Una seconda inchiesta della Procura di Firenze, tuttora in corso, mira ad accertare se nella gestione di oltre duecentomila euro da parte del professor Schiavone si possa ravvisare il reato di peculato.
Ma a cosa serve l’Istituto Italiano di Scienze Umane di Firenze?
Sarebbe sbagliato, oltre che vano, pensare che a questa domanda possa rispondere la magistratura. È naturalmente compito di quest’ultima chiarire se davvero le chiamate e le spese del SUM siano state gestite in modo illegale e se i suoi bilanci siano onesti, ma certo essa non potrà esercitare quella critica intellettuale e istituzionale cui sono invece obbligati gli umanisti universitari, e in primo luogo quelli che insegnano negli atenei federati all’istituto di Palazzo Strozzi a Firenze.
Dico subito che a mio avviso il SUM non è una buona idea realizzata male, ma è una cattiva idea.
Un istituto completamente dedicato alla formazione dottorale e postdottorale può certo avere un senso, ma a patto di avere un’identità precisa. Dovrebbe essere dotato di rilevanti strutture proprie (nel caso di un istituto umanistico, ad esempio una grande biblioteca di ricerca a scaffale aperto accessibile dalle otto a mezzanotte), di un collegio che induca gli studiosi in formazione ad un continuo scambio intellettuale, di un corpo docente straordinariamente attivo nella ricerca, e quindi giovane e dinamico.
L’Institute for Advanced Studies a Princeton, l’Ecole Pratiques des Hautes Etudes a Parigi o le Scuole Normali di Parigi e di Pisa sono esempi concreti di ciò che intendo dire, e sono lì a ricordarci che è certo possibile realizzare progetti del genere, ma anche che ci vogliono molti decenni prima che questo ‘qualcosa’ possa essere ritenuto ‘eccellente’, e che non è automatico che questa ‘eccellenza’ si conservi.
Il SUM, che non ha una biblioteca o un collegio, preferisce invece autodefinirsi in questi termini: «Un’università statale dedicata all’alta formazione e alla ricerca nelle scienze umane e sociali. Promuove e coordina programmi di dottorato, post-dottorato e master di secondo livello, aperti a studenti provenienti da tutto il mondo. Organizza e sviluppa progetti di ricerca. Si avvale di una peculiare struttura a rete, cui partecipano le Università di Bologna, Firenze, Milano-Bicocca, Napoli "Federico II", Napoli "L’Orientale", Napoli "Suor Orsola Benincasa", Roma "La Sapienza", Siena. Attraverso questo modello, unico in Europa, il SUM valorizza il carattere policentrico della tradizione culturale e universitaria italiana».
È dunque evidente che esso non nasce come un istituto che fa ricerca ed educa gli studenti a crescere in quella ricerca viva e condivisa, ma piuttosto come un’agenzia che federa, collega e appunto ‘valorizza’ realtà già esistenti. In altre parole, chi studia al SUM non entra nella vita di una scuola, ma viene smistato in percorsi formativi ad essa preesistenti, e in notevole misura da esso indipendenti e incontrollabili (il che forse spiega il numero così basso delle domande suscitate dai suoi bandi).
Il fatto che questo modello ‘a rete’ sia unico in Europa (e, se è per questo, anche in America) dovrebbe essere non un motivo di vanto, ma una spia preoccupante. Il rischio è che un organismo del genere assomigli più ad un piccolo ministero che non ad un istituto di alta formazione, e che esso finisca con l’esaltare e quintessenzializzare i peggiori difetti della rete che lo sostiene.
E non è un rischio teorico.
L’università italiana è chiusa e autoreferenziale, e recluta pensando in termini di appartenenza tribale e spartizione da ‘manuale Cencelli’. Ebbene, la sostanziale autochiamata del rettore, e il fatto che non si sia aperta una fase di vero scouting internazionale per le posizioni di ruolo, procedendo piuttosto ad una lottizzazione strettamente nazionale che soddisfacesse (certo attraverso studiosi di fama) gli atenei della rete, rendono il SUM una rappresentazione icastica delle peggiori pratiche accademiche italiane.
L’università italiana è vecchia anagraficamente, gerontocratica, e premia sostanzialmente solo l’anzianità. Ebbene, il corpo docente stabile del SUM ha un’età media di quasi 64 anni, e nessuno dei suoi membri ha meno di cinquant’anni. È dunque inevitabile che appaia una sorta di pensionato di lusso per accademici di rango, piuttosto che un luogo consacrato alla formazione dei più giovani.
L’università italiana ha dimostrato una gravissima irresponsabilità nella gestione amministrativa. Ebbene, il SUM ha scelto la politica garibaldina di dimensionarsi sulla dotazione iniziale una tantum, ben sapendo che non sarebbe stato possibile consolidarli per ogni anno successivo: la tattica è stata in sostanza quella di creare sistematicamente un deficit, pretendendo che poi il Ministero corra a sanarlo, consolidandolo per così dire a piè di lista (lo si evince dalle pagine 25-27 della Valutazione triennale del SUM elaborata dal Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario).
Se a tutte queste osservazioni si aggiungono le inquietanti notizie provenienti dalle cronache giudiziarie, ci si chiede se non ce ne sia abbastanza per sottoporre a radicale revisione questo esperimento.
E invece, notizia fin qui del tutto sfuggita agli organi di stampa, il SUM è l’unica università italiana che si veda davvero premiata dalle dotazioni finanziarie appena rese note: come era stato prospettato fin da gennaio, la quota consolidabile 2009 passa infatti da 1.982.242 a 3.132.127 euro, con un incremento di oltre il cinquanta per cento.
Ora, non solo non avviene niente di lontanamente paragonabile per i più antichi, affidabili, e davvero eccellenti, istituti di alta formazione, ma neanche per quelli che condividono la recente fondazione, e dunque i problemi di bilancio, del SUM: il quale appare, dunque, godere di un inspiegabile trattamento di favore.
Si potrebbe a ragione obiettare che nel mare dei finanziamenti pubblici al sistema universitario si tratta comunque di cifre modeste. Ma che nel momento in cui i soldi cominciano finalmente ‘a seguire la qualità’ – seppur in modi ancora decisamente imperfetti e in qualche caso controproducenti – venga clamorosamente premiato un istituto che proprio nell’amministrazione dei fondi ha mostrato così plateali e dolorosi punti deboli sembra davvero un fatto singolare.
A ben pensarci, tuttavia, non è che l’ennesima dimostrazione che il modello universitario italiano, e il SUM che lo rappresenta così bene, sono davvero «unici in Europa».
* professore associato di storia dell’arte moderna, Univerità di Napoli ‘Federico II’
(6 dicembre 2009)
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