Senza giustizialismo nessuna riforma
Paolo Flores d’Arcais
Quando la legalità diventa una posta in gioco, anziché bene comune di tutte le forze politiche, la liberaldemocrazia è già in estinzione. È quanto sta avvenendo in Italia da oltre una generazione. Dove siamo all’emergenza legalità, visto che l’establishment vuole revocare questo principio di civiltà. Senza ripristinare il quale, però, non c’è possibilità di ripresa economica, di sviluppo, di modernizzazione ed efficienza: di ‘cambiare verso’.
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La legalità bene comune
La condivisione catafratta del principio di legalità è la precondizione del conflitto politico in ambito liberaldemocratico, poiché senza questo intransigente orizzonte comune si ricadrebbe nella diseguaglianza premoderna tra sudditi e privilegiati legibus soluti (anche se non più per nascita ma per potere e ricchezza). Il sovrano (nella liberaldemocrazia tutti i cittadini attraverso i loro parlamentari) decide le leggi, che sono tali perché erga omnes. Ogni concessione all’impunità di ricchi e potenti è un passo delle sette leghe in direzione del medioevo, con la sua legalità plurale secondo etnie, religioni, censo, sesso, status. Ogni vulnus inferto all’applicazione effettiva della legge eguale per tutti è uno smottamento ciclopico verso la prevaricazione come Costituzione, prodromo e legittimazione del bellum omnium contra omnes, poiché calpesta la comune condizione di cittadini in favore dell’homo homini lupus.
Uno scontro di civiltà
Da oltre una generazione (in realtà da quasi due, poiché fin dai tempi di Craxi e del Caf, sebbene in forma non ancora così dispiegata) in Italia è in corso non già uno scontro politico ma uno scontro di civiltà, visto che si tratta di decidere se il principio di legalità, di cui l’autonomia della magistratura è l’ineludibile corollario, debba essere vigente, o possa essere sostituito con la «legalità» materiale dell’impunità per l’establishment, crescente secondo la collocazione in esso per potere/ricchezza/clientela.
In Italia, la «legalità» del doppio binario ha stentato a morire con la caduta del fascismo, si è protratta con protervia per anni mettendo in mora la Costituzione e impedendone poi la realizzazione, o comunque ritardandola e castrandola con ogni mezzo e pretesto, anche dopo la grande stagione dei diritti, dei referendum, dell’irruzione della Carta nelle fabbriche, nelle caserme, negli ospedali, onda lunga del biennio operaio/studentesco 1968/69 ad alta intensità democratica.
Mani Pulite unisce la nazione
L’inchiesta Mani Pulite, che ha scoperchiato la cloaca di Tangentopoli (dopo che per anni inchieste analoghe erano state bloccate sul nascere a forza di insabbiamenti, avocazioni, porti delle nebbie e altre furfanterie di establishment), ha costituito il disvelamento clou: Italia omnis divisa est in partes tres, il partito della legalità, il partito delle impunità, la palude delle anime morte.
Per qualche mese, dimostrazione di una potenzialità di rigenerazione antropologica e morale della nazione, il partito della palude praticamente scompare: una schiacciante maggioranza di cittadini (nove su dieci, azzardano parecchi sondaggi) si riconosce nella semplice rivoluzione della legalità costituita da un’inchiesta che applica alla lettera quanto scritto in ogni aula di tribunale: «La legge è eguale per tutti». Anche per i padroni del vapore e per i padroni della politica. Gli uomini più potenti dell’intreccio corruttivo pluridecennale affaristico-politico finiscono in manette (qualcuno per fuggirle preferisce il suicidio). L’inchiesta milanese manifesta un tasso di garantismo da primato, visto che le accuse dei pm saranno accolte dalle sentenze dei tribunali con percentuali enormemente più alte della media. Questo rigoroso garantismo sarà tacciato di giustizialismo da chi per garantismo intende in realtà l’impunità per lorsignori. Da quel momento diventa sacrosanto assumere il termine giustizialismo come bandiera di legalità e di garantismo autentico, accettando la sfida degli eversori berlusconiani e del servo inciucio, anziché avvilirsi in difensive sottigliezze lessicali.
Mani Pulite per qualche mese ha davvero unito l’Italia, ha creato un momento di coesione nazionale straordinario, al limite dell’unanimità, nei media come nel sentire comune e diffuso, che trova il suo eguale solo nella brevissima stagione che segue la Liberazione e precede la guerra fredda. Due momenti magici per il radicamento della democrazia nel nostro paese, che l’establishment non poteva tollerare.
Aut aut
Le forze politiche compiono la scelta opposta, dimostrando di essere sempre più direttamente i comitati d’affari (spesso illeciti) dell’establishment. Una scelta inequivocabile sia nella nuova destra della società (in)civile che Berlusconi costruisce con Dell’Utri a partire dal nucleo duro di Publitalia, sia nella sinistra post-Pci, che pure si sdilinquisce nei rituali della fiducia nella magistratura e in ipocriti omaggi alla sua indipendenza 1. Che la destra di Berlusconi scegliesse l’impunità contro la legalità era scritto in re, nel dna di Forza Italia, costituiva anzi la ragione sociale di questa inedita azienda politica, la cosa poteva sfuggire solo agli intellettuali «liberali» di pronta beva (dove «liberale» è solo sinonimo di odio per tutto ciò che lontanamente suoni di sinistra, massime se di spartito «giustizia e libertà»), in preda a frenesia di autoinganno (per non fare nomi, vedi la conferenza stampa con Berlusconi dei professori Lucio Colletti, Piero Melograni, Vittorio Mathieu, Marcello Pera, Giorgio Rebuffa e Saverio Vertone del 10 aprile 1996 a Milano 2).
La stessa scelta fece invece anche la sinistra, contro ogni ragionevolezza, tradendo ogni suo valore, per quanto sbiadito nel tempo, mettendo con ciò fine alla sua ragion d’essere. L’ultima identità riconoscibile del Pci era stata la questione morale di Berlinguer. Con Mani Pulite il post-Pci di Occhetto ha l’occasione di diventare la forza politica egemone nel paese, di realizzare quel partito azionista di massa che è l’unica prospettiva per una forza libera dalle ipoteche e dalle eredità del «socialismo reale», del togliattismo, del compromesso storico, alternativa alla generale deriva partitocratica del sistema politico, capace di ritrovare sintonia con la società civile e anzi di farla irrompere nelle strutture del nuovo partito.
Le contraddizioni di Occhetto, la tragica farsa della «gioiosa macchina da guerra», spianano la strada alla vittoria di Berlusconi sul piano nazionale, di D’Alema sulla «sinistra», e agli amorosi sensi tra i due, che nell’ostilità (fino all’odio) per l’autonomia dei magistrati hanno il loro ininterrotto collante. Il post-Pci di D’Alema (e poi di Veltroni) sceglie l’establishment, diventa parte strutturale e organica di esso, non rappresenta più nessuna istanza riformatrice in direzione «giustizia e libertà», benché questa mutazione definitiva venga mascherata sotto la cosmesi di una continuità retorica a imbonimento dei militanti.
La scelta di non fare del giustizialismo il filo rosso della propria politica, e anzi di costituirlo a nemico principale, è la matrice di un precipitoso e irreversibile declino, che in una generazione porta all’estinzione della sinistra. Ma che nel trionfo di Renzi ha il suo certificato di morte. Questo però è un altro discorso (in realtà è un altro capitolo dello stesso discorso, che andrà scritto al più presto).
La grande rapina
Cifre che talvolta vengono contestate, poiché i fenomeni illegali per definizione sono occulti e analizzabili solo attraverso indicatori indiretti. Si tratta comunque, anche a voler essere minimalisti, di cifre da capogiro, che indicano come recuperando la ricchezza derubata in un solo anno si potrebbero evitare una decina di famose manovre finanziarie «lacrime e sangue».
In altri termini ogni ripristino o incremento di legalità ha effetti immediati sulla ricchezza nazionale, consente di ridurre il debito pubblico, aumentare le spese per il welfare (fino al salario di cittadinanza), investire nella scuola e nella giustizia, dare incentivi alla produzione. Tutte queste cose insieme, se il ripristino e l’incremento colpissero il maltolto in percentuali significative. È dunque possibile innescare un circolo virtuoso che si autoalimenterebbe in ragione geometrica, con l’accresciuta fiducia nelle istituzioni e il diffondersi dello spirito civico. Basta volerlo. E questa volontà si chiama giustizialismo, una politica di intransigente e inesausta repressione delle tre modalità criminali che dissanguano il paese: le mafie, la corruzione, l’evasione fiscale (cominciando dalla grande, ovviamente).
La questione della legalità è perciò la chiave per affrontare tanto la questione economica (e le pretese dell’Europa) quanto quella sociale.
Il renzismo, apoteosi del berlusconismo
Che Renzi abbia fatto propria sulla giustizia la politica di Berlusconi è ormai assodato al di là di ogni ragionevole dubbio. L’unica differenza è che nel gioco delle tre carte dell’illusionismo mediatico si è dimostrato più bravo del pregiudicato di Arcore, e riesce a portare a compimento la politica delle impunità tra proclami e nomine da crociata per la legalità. Offrire a Gratteri il ministero della Giustizia (e dopo il niet di Napolitano la presidenza di una commissione ad hoc), chiamare Cantone a vigilare sull’Expò, far giurare e spergiurare al ministro Orlandi rodomonterie sull’autoriciclaggio e altre misure antimafia, sperticarsi in gride manzoniane e rottamatorie contro corrotti, politicanti ed evasori, costituisce il presepe catodico e twittante con cui Renzi è riuscito a spacciare come «cambia verso» la continuità della politica berlusconiana sulla giustizia.
La grande sceneggiata e la quotidiana cosmesi mostrano però ormai la corda, malgrado il sempre più solerte impegno della quasi totalità dei giornalisti al servo encomio. Del resto, quando si è pronti a pugnalare la Corte costituzionale con due nomine come Violante e uno stretto compagno d’arme di Previti, anche il più sontuoso dei lifting farà la fine del ritratto di Dorian Gray. L’impunità votata per Antonio Azzolini, per salvare domani le coop è il colpo di gong che ufficializza Verdini come dominus della politica governativa.
Questo concentrato di oscenità, che avvelenerà un intero periodo storico italiano, non trova opposizioni. Risibile e anzi francamente miserabile quella dei «dissidenti» Pd (nel migliore dei casi si dimettono – lo promettono – dopo l’ennesimo bacio della pantofola del «sì» in aula), dissolto (con l’eccezione del Fatto Quotidiano) quello del giornalismo che pure era sceso in piazza nei giorni della legge bavaglio, la normalizzazione della magistratura procede col sicuro «passo del montanaro» grazie a buona parte della magistratura stessa. Custode di questo ventennio che non passa, e della politica dell’impunità ormai divenuta esondazione, l’uomo del Quirinale, che ha ormai preparato la successione del suo alter ego al femminile.
Un futuro aperto
Ma è proprio questa mitridatizzazione/rimozione che fa immaginare non più possibile il ricorso alla mobilitazione della società civile. Certo, un anno di errori lasciano il segno, poiché pervicaci e perseveranti. Eppure sul tema della giustizia uno scatto di orgoglio della società civile, il suo ritorno in piazza e sul web, non appartengono affatto al passato. Perché la politica dell’impunità spinge la pègre di regime a una sempre più cospicua sfrontatezza, come certi serial killer dei bestseller che devono sfidare la legge lasciando tracce sempre più evidenti.
E poiché qualche casamatta di magistrati soggetti solo alla legge e decisi ad applicare la legge eguale per tutti ancora resiste, è inevitabile che qualche altro scandalo clamoroso, tipo Expò milanese o Mose veneziano, finirà per esplodere. E l’opinione pubblica, fatta di persone in carne ed ossa e redditi in discesa e speranze anche, difficilmente resisterà alla tentazione di odiare chi, dentro la crisi, lucra a man bassa e ruba a man salva. Le condizioni oggettive per una grande ondata di indignazione di massa e di lotte giustizialiste, insomma, ci sono e vieppiù ci saranno, purtroppo. È la politica di Naporenzusconi che continuerà ad alimentarle. Mancano le condizioni soggettive, i gruppi dirigenti, i leader, i catalizzatori, di una protesta latente, di una rivolta sacrosanta, perché della legalità. Di questo, nel futuro prossimo, dovremo occuparci.
La situazione è incerta, dunque, non definitivamente pregiudicata. E, come è ovvio, dipende da ciascuno di noi, déprimé lecteur, mon semblable, mon frère.
NOTE
1 Per contrastare bugie e ipocrisie ho dovuto raccontare più volte l’allucinante cena a casa mia con Massimo D’Alema l’8 luglio 1996, cfr. M. Travaglio, G. Barbacetto, P. Gomez, Mani Pulite, chiarelettere, Milano 2012 (1a ed. 2002, pp. 581-582).
2 Per la registrazione integrale cfr. www.radioradicale.it/searchx/www?scope=1&query=piero+melograni&groups=22,21,24&sort_mode=0.
3 www.liberoquotidiano.it/news/economia/1398887/Evasione-fiscale-in-Italia—tutti-i-numeri.html it.wikipedia.org/wiki/Evasione_fiscale.
4 archivio.panorama.it/economia/Il-costo-della-corruzione-in-Italia-60-miliardi-di-euro-all-anno-
(20 aprile 2016)
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