Senza innovazione non si esce dalla crisi
Pierfranco Pellizzetti
, Il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2010
Almeno di questo possiamo stare certi: l’unica ricetta anti crisi economica dell’attuale governo si riduce all’attesa fideistica che la domanda mondiale riparta, trascinando con sé le nostre produzioni industriali. E l’opposizione non sa aggiungere null’altro che la generica richiesta di interventi, di cui si astiene dal precisare contenuti ed obiettivi.
È possibile che la lunga siccità, dopo aver prosciugato la domanda mondiale, volga al termine; e che tornino a riempirsi i bacini dove i vari natanti erano finiti in secca. Ma non sta scritto da nessuna parte che tutti quegli scafi siano ancora in grado di navigare, ridando le vele all’eventuale vento favorevole.
Al riguardo si possono fare ragionamenti complicati e variamente esoterici, magari analizzando le vicende dell’ultimo, terribile, biennio come “asimmetria tra players finanziari globali e istituti di regolazione a scartamento nazionale”. Noi italiani possiamo puntare il dito contro le inefficienze strutturali del sistema-Italia.
È anche possibile farne anche altri, di ragionamenti; più terra terra, eppure funzionali allo scopo di uscire dallo stallo competitivo in cui dalle nostre parti si languiva ben prima del fatidico biennio. Puro buon senso: ad esempio che, nella rimaterializzazione dell’economia, il successo o il suo contrario sono strettamente dipendenti dalla capacità di offrire al mercato beni (prodotti e servizi) in grado di intercettare la domanda.
Dunque, “cose”. Partendo dalla memoria storica di antichi successi; la banale constatazione che il “Miracolo economico italiano” fu trainato dalla capacità di produrre oggetti diventati star del mercato: Seicento Fiat, Divisumma Olivetti, Vespa Piaggio, Moplen Montedison e così via.
Poi questa vocazione innovativa di prodotto si è inaridita, surrogata dall’innovazione di processo: il cosiddetto modello distrettuale canonico, dei cluster di micro imprese contigue, in larga misura specializzate in beni per la casa e la persona. Ossia prodotti che incorporavano tecnologie medio/basse e – per questo – facilmente imitabili.
Un modello ferito a morte dal progressivo spostamento dell’attività industriale nei Paesi emergenti, tanto che la Cina è diventata la vera “officina mondiale” del XXI secolo. Mentre i sistemi economici vincenti nell’area cosiddetta “avanzata” riconvertivano il proprio mix grazie all’innovazione come scelta strategica di specializzazione. Tanto tecnologica come organizzativa, ma sempre finalizzata a immettere sul mercato beni e servizi con un quid distintivo, che li renda desiderabili. E chi non opera in questo modo finisce inesorabilmente ai margini, si condanna al declino.
Quale lo stato dell’arte nell’impresa-Italia? Sul piano dell’innovazione tecnologica siamo molto mal messi. Anche perché la ricerca nazionale non brilla per qualità e – fatto ancora più grave – nessuno sembra prestare la benché minima attenzione al rapporto di interdipendenza tra questa attività e lo sviluppo; comunità scientifico-tecnologiche e business community locali restano soggetti sostanzialmente non comunicanti. In assoluta controtendenza rispetto non solo agli Stati Uniti ma anche alle nazioni europee più competitive.
Conclusione: da decenni non sforniamo più un prodotto originale.
Ma la situazione è altrettanto pessima sul fronte organizzativo.
Prendiamo tre settori in cui pure saremmo vocati: turismo, alimentare e logistica. Anche in questi casi si perdono colpi su colpi.
Infatti il “Bel Paese” è stato superato persino dalla Grecia nelle classifiche dell’accoglienza. La spiegazione è semplicissima: si continua a ragionare in termini di rendita e non di impresa. Magari ci si illude che siano sufficienti un po’ di slogan per qualche campagna di promozione pubblicitaria e neppure si colgono le opportunità a portata di mano, le possibili sinergie. Tanto per dire, l’intercettamento dei flussi crocieristici (i milioni di potenziali acquirenti che si imbarcano dai nostri porti).
Lo stesso vale per il food, nella totale indifferenza ai problemi distributivi degli innumerevoli prodotti “di nicchia” della nostra gastronomia o – soprattutto per quelli “fresco” (da consumarsi sul posto) – dell’importanza di spettacolarizzarne la degustazione; come insegnano i francesi, che, ad esempio, con il modello “Cave” hanno trasformato la promozione dello champagne sui luoghi di produzione in una esperienza che attira turismo enogastronomico.
Idem per la logistica marittima, nel Paese dai 140 porti che non riesce a fare uno straccio di sistema. Sicché perdiamo il confronto rispetto ai concorrenti spagnoli mediterranei, alleati perfino con Marsiglia.
Insomma, persi tra gli alambicchi dell’elucubrazione accademica e il fatalismo della politica, smarriamo la concreta materialità dell’agire economico; l’elementare principio che qui si tratta di piazzare sul mercato prodotti e ricavarne ricchezza sociale. Come si comporterebbe l’oculato padre di famiglia.
Del resto l’etimo di economia è “oikos”, gestione della casa.
(8 aprile 2010)
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