Sette anni di carcere per aver manifestato contro la guerra. Firma l’appello

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Ci sono anche gli scrittori Sandro Veronesi e Folco Terzani, Enzo Mazzi della Comunità dell’Isolotto e il vignettista Sergio Staino, tra i quaranta firmatari di un appello per chiedere equità e giustizia per gli imputati del processo di appello che si terrà il prossimo 5 novembre in merito alla manifestazione contro la guerra svoltasi a Firenze il 13 maggio del 1999. Il primo grado si è concluso con una condanna, sproporzionata, di sette anni di carcere.

Giustizia ed equità per chi manifestò contro la guerra

Il 5 novembre comincerà il processo di appello per i fatti avvenuti oltre dieci anni fa, il 13 maggio 1999, nei pressi del consolato statunitense di Firenze. Quel giorno migliaia di persone parteciparono a una manifestazione contro la guerra in Jugoslavia, che si concluse appunto sotto il consolato. Vi fu un breve concitato contatto fra le forze dell’ordine e i manifestanti, per fortuna senza conseguenze troppo gravi, se non alcuni manifestanti contusi, fra cui una ragazza che dovette essere operata ad un occhio.

Nessuno, sul momento, fu fermato o arrestato, ma in seguito vi furono identificazioni e denunce. Si è arrivati così alle condanne di primo grado, molto pesanti per i 13 imputati: ben sette anni, per le accuse di resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Nel dibattimento si sono confrontate le tesi – molto divergenti – delle forze dell’ordine e dei manifestanti.

Non intendiamo sindacare le procedure legali, né esprimere giudizi tecnico-giuridici sulla sentenza, ma ci pare che le pene inflitte in primo grado e le loro conseguenze sulla vita delle persone imputate, siano del tutto sproporzionate rispetto alla reale portata dei fatti.

Non vi furono, il 13 maggio 1999, reali pericoli per l’ordine pubblico o per l’incolumità delle persone, e non è giusto – in nessun caso – infliggere pene pesanti, in grado di condizionare e stravolgere l’esistenza di una persona, per episodi minimi: perciò esprimiamo la nostra pubblica preoccupazione in vista del processo d’appello, convinti come siamo che la giustizia non possa mai essere sinonimo di vendetta e nemmeno strumento per mandare messaggi "esemplari" a chicchessia.

Seguiremo il processo e invitiamo la cittadinanza a fare altrettanto, perché questa non è una storia che riguarda solo 13 persone imputate, ma un passaggio significativo per la vita cittadina e per il senso di parole e concetti che ci sono cari, come democrazia, giustizia, equità.

FIRMA L’APPELLO

Alessandro Santoro, Comunità delle Piagge | Andrea Calò, consigliere provinciale | Andrea Satta, musicista, Tete de bois | Angela Staude Terzani, scrittrice | Beatrice Montini, Giornalisti contro il razzismo | Carlo Bartoli, giornalista | Catia di Sabato, rappresentante studenti universitari | Chiara Brilli, giornalista | Christian De Vito, ricercatore | Corrado Mauceri, Comitato per la difesa della Costituzione | Cristiano Lucchi, giornalista | Domenico Guarino, giornalista | Emiliano Gucci, scrittore | Enrico Fink, musicista | Enzo Mazzi, Comunità dell’Isolotto | Filippo Zolesi, Sinistra unita e plurale | Folco Terzani, scrittore | Francesca Chiavacci, consigliera comunale | Francesco di Giacomo, musicista Banco del Mutuo Soccorso | Francesco Pardi, senatore | Giuliano Giuliani e Haidi Gaggio Giuliani, genitori di Carlo Giuliani | John Gilbert, Statunitensi contro la guerra | Lisa Clark, Beati i costruttori di pace | Lorenzo Guadagnucci, Comitato verità e giustizia su Genova | Luigi Ciotti, prete | Mauro Banchini, giornalista | Mauro Socini, presidenza Anpi Firenze | Marcello Buiatti, biologo | Marco Vichi, scrittore | Maria Grazia Campus, Comitato bioetica Regione Toscana | Maurizio De Zordo, Lista di cittadinanza per Unaltracittà | Miriam Giovanzana, Terre di mezzo | Moreno Biagioni, Rete Antirazzista fiorentina | Ornella De Zordo, consigliera comunale | Paolo Ciampi, giornalista e scrittore | Paolo Solimeno, Giuristi democratici | Petra Magoni, musicista | Pietro Garlatti, rappresentante studenti universitari | Raffaele Palumbo, giornalista | Riccardo Torregiani Comitato fermiamo la guerra Firenze | Sandra Carpilapi, Sinistra unita e plurale | Sandro Targetti, Comitato No Tav | Sandro Veronesi, scrittore | Sara Vegni, Comitato 3 e 32 | Sergio Staino, vignettista | Simona Baldanzi, scrittrice | Ulderico Pesce, attore e regista | Vincenzo Striano, referente associazionismo.

5 novembre. Processo di appello per le cariche della polizia al consolato USA. Rischiano in 13

di Riccardo Cappucci, da l’Altracittà

Il 13 maggio del 1999 alcune migliaia di persone a Firenze scesero in piazza per dire no alla guerra, per rifiutare il coinvolgimento italiano nella mattanza jugoslava, per protestare contro il governo D’Alema e la sua sudditanza verso il bellicismo statunitense. Il corteo, del tutto pacifico, si concluse come da programma sotto il consolato americano. Slogan, bandiere, un clima da fine manifestazione, come si vede dai filmati. Poi tutto cambia, una carica delle Forze dell’ordine, improvvisa, rabbiosa, violenta. Fuggi fuggi generale, nello sconcerto e nella paura. Qualcuno pestato a caso, con i calci dei fucili, una ragazza rischiò di perdere un occhio, lacrimogeni ad altezza d’uomo.

Si potrebbe dire una manifestazione come tante, finita con una inutile violenza poliziesca, fortunatamente senza troppe conseguenze. E invece non era finito proprio niente. Vengono individuate 13 persone – a posteriori, non identificate in loco – denunciate e processate. Ipotesi di reato: resistenza aggravata a pubblico ufficiale. L’aggravante sta nel numero, più di dieci. La resistenza non si sa, nessun fatto specifico è stato contestato, se non un generico lancio di oggetti che invece tutti i presenti, anche in tribunale e sotto giuramento, smentiscono. Fa niente, il 28 gennaio 2008, 13 persone sono condannate a 7 anni di reclusione, praticamente per essere stati caricati dalla polizia. Sette anni sono una enormità, sono una fetta di vita. Sono lavoro che si perde, affetti che non si vivono, sono famiglie sconvolte. Poteva toccare a chiunque, di quei 3.000, è toccato a loro.

La lettura della sentenza lascia sgomenti. Il ragionamento – se così si può chiamare – segue questo filo: le prove a carico sono sostanzialmente solo le testimonianze, tutte concordi, dei funzionari di polizia, e “provenendo da Funzionari di Stato, per ciò solo resistono con maggior vigore alla verifica di eventuali condizionamenti”.

Anche i testimoni a discarico sono stati tutti concordi nel fornire una ricostruzione del tutto diversa, ma in questo caso queste testimonianze “sono invero unite da un sottile filo logico che le accomuna tutte ma le rende fragili ed inconsistenti proprio per la comunanza di
tale elemento”. Cioè se dieci funzionari di polizia dicono tutti la stessa cosa, diventa prova provata, se lo fanno dieci manifestanti (fra cui consiglieri regionali, comunali, e dirigenti sindacali) è la prova che si sono messi d’accordo per fornire una versione falsa. Ci sarebbe da sorridere, amaramente, anche ripensando alle tante “testimonianze” rese dalle forze dell’ordine. Alle molotov della Diaz, per fare solo un esempio. Ma anche l’ironia si spenge quando pensi a quei maledetti sette anni. Ottantaquattro mesi. Duemilacinquecentocinquantacinque giorni.

Il 5 novembre si svolgerà il processo d’appello. La speranza è che un barlume di civiltà e di equilibrio riformi sostanzialmente una sentenza che ha una intollerabile cifra politica che sopravanza ogni principio di diritto: reato di dissidenza, pena collettiva uguale per tutti, non una sola prova di responsabilità individuale in fatti specifici.

Ma la speranza non basta: segnatevi la data sul calendario, non lasciamo cadere nell’indifferenza questo giorno: il 5 novembre dovremo essere tutti in attesa di sapere se una qualche idea di giustizia ed equità è ancora possibile.

(3 novembre 2010)

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