Società senza Stato: domani? No, ieri l’altro…

Fabrizio Tassi



«Una società senza classi (senza ricchi che spossessano i poveri). Una società senza divisioni tra dominanti e dominati (senza organi separati di potere)». In cui il “capo” non comanda, ma è il portavoce del popolo (la tribù), e ogni decisione viene presa pubblicamente. Un luogo ideale in cui «il potere non è separato dalla società» e l’economia non è al servizio di entità astratte come il “mercato”, al contrario «è il sociale che regola il gioco economico».

Tutte cose che suonano familiari in questi tempi di messianismo politico (e riflusso partitocratico) e voglia di democrazia totale (digitale?). Temi e argomenti che hanno il sapore dell’utopia, dell’orizzonte ideale pressoché irraggiungibile, ma che paradossalmente non indicano un qualche futuro progressivo, ma il nostro passato più remoto.

Lo spiegava Pierre Clastres, etnologo, antropologo, allievo di Claude Lévi-Strauss, che sintetizzava così l’essenza di quelle “società primitive” a cui dedicava i suoi studi e le sue ricerche sul campo: «Mondo senza gerarchie, gente che non obbedisce a nessuno, società indifferente al possesso di ricchezze, capi che non comandano, culture senza morale perché ignorano il peccato, società senza Stato». La sostanza, in realtà, è tutta qui: «Le società primitive non hanno lo Stato perché lo rifiutano, perché non vogliono la divisione sociale tra dominanti e dominati». Per dirla con le parole dei cronisti europei del sedicesimo secolo alle prese con i nativi amerindi: «Gente senza fede, senza legge, senza re». Parole condivise da Clastres, che però ne ribaltava il pregiudizio ideologico negativo, vedendo in quella realtà un modello sociale alternativo al mondo occidentale, che pensa il potere politico in termini di gerarchie, autorità, relazioni di coercizione.

Il problema semmai è capire come, quando e perché queste “società senza Stato” (o “contro lo Stato”), queste tribù di “selvaggi”, si sono trasformate in quelle che noi chiamiamo “popolazioni civilizzate”. Lo scopo? Comprendere come nasce il potere politico, il potere dell’uomo sull’uomo, e tornare a immaginare una società in cui l’esercizio del potere non sia obbligatoriamente coercitivo.

Clastres citava Étienne de La Boétie (pensatore francese del ‘500, amico di Montaigne, genio precoce) e quello che lui chiamava il “malencontre”, il «tragico evento», il «malaugurato accidente», il momento in cui l’uomo rinunciò alla propria natura, «l’esser nato propriamente per vivere libero», scegliendo invece la servitù, la rassegnazione alla sottomissione. Il problema è che se «l’uomo è un essere-per-la-libertà» questa rinuncia significa sacrificare la propria umanità. Ebbene, la storia nasce proprio da quella rinuncia, da «quella rottura fatale, quell’evento irrazionale che noi chiamiamo “nascita dello Stato”» e che non ha nulla a che vedere con chissà quale necessità di tipo economico o politico o biologico.

Fa una strana impressione rileggere oggi gli argomenti utilizzati da Clastres negli anni ’70 in scritti come “La questione del potere nelle società primitive” oppure “Età della pietà, età dell’abbondanza”, che oggi elèuthera riedita in un libro intitolato “L’anarchia selvaggia”. Non pensate a chissà quale apologia del buon selvaggio. Basterebbero le pagine che Clastres dedicava all’importanza della guerra nelle società primitive per fugare ogni dubbio in proposito.
Di certo l’antropologo francese (morto a soli 43 anni in un incidente stradale nel 1977) era molto duro con le semplificazioni dei pensatori marxisti, che piegavano la realtà all’ideologia, e si trovavano obbligati a «postulare la miseria dell’economia primitiva», una sorta di grado zero delle forze produttive, necessario alla loro visione della storia. Mentre in realtà, scriveva Clastres, «le ricerche di antropologia economica più scrupolose dimostrano come l’economia dei selvaggi, ovvero il modo di produzione domestica, assicuri in realtà una completa soddisfazione dei bisogni materiali della società». Si trattava di un meccanismo di produzione pensato per soddisfare il principio “a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Ed ecco allora esempi diventati poi quasi dei luoghi comuni, come quello degli aborigeni australiani di Arnhem e i boscimani del Kalahari che dedicano tra le 3 e le 5 ore al giorno al lavoro, a turno: «Perché stancarsi a raccogliere quello che non si può consumare?». E’ quell’idea, esplicitata da Marshall Sahlins, secondo cui «le società primitive rifiutano l’economia». E’ la fortunata definizione paradossale delle società primitive come “società dell’abbondanza” e “del tempo libero”, destinata ad essere molto discussa e ampiamente sfruttata in termini polemici.

In questo corto circuito tra passato e presente, utopia e nostalgia, sviluppo economico e decrescita felice (oggi si dice così) è facile notare come certi temi continuino a scorrere sottotraccia, per poi emergere nei momenti di crisi, politica, sociale o economica, con gli opportuni aggiornamenti e gli inevitabili fraintendimenti. Scriveva Pierre Clastres, i cui testi vengono considerati dei “classici” del pensiero anarchico: «L’esempio delle società primitive ci insegna che la divisione non è insita nell’essere sociale o, in altri termini, che lo Stato non è eterno, che ha qui o lì una data di nascita… E la luce così gettata sul momento della nascita dello Stato renderà forse chiare anche le condizioni (realizzabili o no) della sua possibile morte». O magari anche solo (solo?) di un suo radicale ripensamento.



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