Spaghetti Hi-Tech
di Pierfranco Pellizzetti, da il Fatto Quotidiano, 12 novembre
Da tempo il tema del declino industriale italiano è stato rimosso in quanto politicamente scorretto. Ma anche perché poneva tutta una serie di problemi a un ceto dirigente che – in media – avrebbe difficoltà a gestire un banchetto di frutta e verdura; altro che indirizzare un sistema produttivo complesso. Compreso il presunto “grande imprenditore” a capo del governo, che in effetti è soltanto un abilissimo impresario (di se stesso) e il cui successo ha evidenti matrici extraeconomiche.
Intanto, nell’assenza di un benché minimo accenno alla politica industriale (tema che – come detto – un po’ tutti si guardano bene dall’evocare), stiamo assistendo alla débâcle dei famosi distretti canonici, la presunta via italiana al nuovo modo di produrre che tanto interesse suscitò attorno agli anni Ottanta/Novanta. Che tanto interesse suscita ancora in Pierluigi Bersani ed Enrico Letta, ambasciatori del PD in un Nord Est inteso come l’inesausta fungaia della forma distrettuale: qualcuno spieghi loro che persino Luxottica, cuore del distretto bellunese degli occhiali, ha messo i dipendenti in cassa integrazione e buona parte delle imprese leader di un tempo hanno ormai delocalizzato le proprie produzioni.
Visto che nel nostro dibattito pubblico in materia di sviluppo/declino più delle competenza prevalgono le trovate, ogni tanto c’è qualcuno – generalmente Giulio Tremonti – che “butta là” l’idea fenomenale. Le nostre aziende perdono quote di mercato? I prodotti del Made in Italy con cui affrontiamo la sfida competitiva (beni per la casa e la persona) sono facilmente imitabili e dunque sistematicamente imitati? Niente paura, arriva la mossa vincente: l’Hi-Tech. Ossia l’idea velleitaria di saltare tutta una serie di passaggi (culturali, imprenditoriali, finanziari, ecc.) per creare artificiosamente qualche Silicon Valley in sedicesimo, qualche bostoniana Route 128 (il distretto tecnologico nato dagli spin-off dal MIT che – per dire – ha creato un milioncino di posti di lavoro): luoghi in cui le comunità del sapere interagiscono sistematicamente con quelle del business per dare vita all’innovazione competitiva.
Nel caso, spaghetti-hi-tech.
Il parto di Tremonti in materia si chiama IIT (Istituto Italiano delle Tecnologie), un palazzone alle porte di Genova, che da un quinquennio ospita 500 ricercatori provenienti da 38 paesi per progettare robotica. Giocattolo beneficiato di finanziamenti pubblici annui attorno ai quaranta milioni di euro ma che non produce effetti nel territorio (tanto che girava la battuta per cui gli unici start up di IIT sarebbero le tre trattorie sorte nei dintorni per rifocillarne i ricercatori). Ma da cui gli stessi ricercatori non vedono l’ora di scappare, visto che loro e le loro famiglie vivono avvolti in un vuoto pneumatico. In sostanza, si è affrontato il tema della competitività per lo sviluppo allo stesso modo con cui, negli anni Sessanta del secolo scorso, si prospettò l’industrializzazione del Mezzogiorno: creando “cattedrali nel deserto”. Mentre si è trascurata l’operazione necessaria (seppure difficile): annodare con un filo di coordinamento strategico le varie esperienze di territorio che stanno maturando anche qui tra noi – spontanee quanto abbandonate a se stesse – nella visione unitaria di una nuova distrettualità hi-tech nazionale (dal wireless e dall’automotive torinese alle nanotecnologie catanesi, passando per la meccatronica emiliana e – magari – arrivando alla domotica/robotica ligure).
Ossia, favorendo la maturazione di un sistema ad alta intensità tecnologica che assicuri il necessario habitat alle punte di eccellenza localizzate: la politica industriale in età postindustriale.
Chiacchiere, in un Paese dove – al 2007 – si destina un misero 0,55% del PIL per incentivare la Ricerca&Sviluppo d’impresa, a fronte dell’1,19 medio dell’area euro.
E intanto, nonostante la rimozione dell’argomento dalle mense del politicamente corretto, il declino dell’impresa-Italia continua indisturbato.
(15 novembre 2009)
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