SPECIALE CANNES 67 – Due giorni e una notte / Still the water
Barbara Sorrentini
Presenza costante al Festival di Cannes e con due Palme d’Oro alle spalle per "Rosetta" e "L’Enfant", Jean-Pierre e Luc Dardenne presentano in concorso un film attualissimo. "Deux jours, une nuit" si svolge nel contesto della crisi economica e sociale che l’Europa sta vivendo da qualche anno. Sempre attenti alla realtà che li circonda, talvolta con sguardo cupo e drammatico e altre con più leggerezza, i due registi belgi raccontano la storia di Sandra, madre e moglie (l’attrice francese già Premio Oscar Marion Cotillard) a rischio licenziamento, in seguito a una lunga assenza per depressione. L’azienda, per reintegrarla, propone un referendum ai dipendenti: votare per il suo reintegro o guadagnare un bonus di 1000 euro. Una nuova forma finto democratica, e che prende sempre più piede, di risolvere gli esuberi. A Sandra non resta che tentare di convincere almeno nove colleghi a rinunciare alla somma di denaro, in una sorta di contratto di solidarietà fatto in casa e non controllato da regole sindacali. Con l’aiuto del marito Manu (Fabrizio Rongione) solidale, tenero e determinato, Sandra inizia il fine settimana a disposizione per l’impresa bussando alle porte dei compagni di lavoro, alla disperata ricerca di supporto. Un bel film, come sempre di una sottile intelligenza nel descrivere le dinamiche psicologiche di una simile vicenda. Da una parte c’è una gara di solidarietà, dall’altra un egoismo necessario per portare avanti la baracca. La dignità calpestata della donna, che comprende le ragioni dei rifiuti ma non può fare a meno di chiedere, mentre il mondo del lavoro diventa sempre più competitivo e crudele nella conservazione del proprio posto di lavoro. L’opera dei Dardenne rappresenta l’Europa di oggi e sotto traccia chiede soluzioni rapide e democratiche, nell’unico senso possibile della parola. "Deux jours, une nuit" è stato il film più applaudito fino ad ora.
Ma di Palma d’Oro si comincia a parlare anche per il film di Naomi Kawase "Still the water". La regista giapponese lo racconta così: "Sull’isola d’Amami gli abitanti vivono in armonia con la natura pensando che un dio abiti ogni albero, ogni pietra e ogni pianta. Una sera d’estate Kaito scopre il cadavere di un uomo nel mare e la sua amica Kyoko lo aiuta a decifrare questo mistero. Insieme imparano a diventare adulti e a scoprire i cicli della vita, della morte e dell’amore". L’apparente semplicità di questa trama, porta con se immagini soprannaturali, marine e celesti che accompagnano il fine vita di una donna malata, di fronte ai parenti, agli amici e allo sguardo meravigliato e interrogativo della figlia adolescente Kyoko. La madre, diventa un simbolo, anche l’amico Kaito ha un legame fortissimo e in perenne conflitto con chi l’ha tenuto in grembo. Naomi Kawase spiega che questo film è nato in seguito alla morte della propria madre adottiva, gettandola in uno stato di solitudine, inquietudine ma anche di molta tenerezza. La scoperta, ovvia ma non scontata, che i cicli della natura continuino oltre la morte delle persone, è stato lo spunto della storia e della grandezza del suo contesto imperscrutabile. Struggente e ancestrale.
(20 maggio 2014)
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