SPECIALE CANNES 67 – Jimmy’s Hall
Barbara Sorrentini
Ken Loach torna in Irlanda. Dopo la Palma d’Oro per “Il vento che accarezza l’erba”, ambientato tra la guerra civile e la successiva guerra d’indipendenza, dal 1919 al 1923, con “Jimmy’s Hall” il regista inglese costruisce un seguito, dieci anni dopo. Siamo nel 1932, l’anno in cui Jimmy Gralton esiliato negli Stati Uniti torna a casa nel suo villaggio chiuso e un po’ bigotto, per aiutare la madre a mandare avanti la fattoria. Con l’aiuto di alcune ragazze e ragazzi rimette a nuovo un locale abbandonato, in cui imparare le arti, ascoltare la musica, leggere libri, ballare e ritrovarsi. Una sorta di circolo culturale e di socializzazione. Che però non piace al parroco, unico pastore del villaggio, nell’unico luogo di ritrovo per i cittadini: la parrocchia. Il sostegno al prete arriva anche da parte di un gruppo di fascisti, contro cui Jimmy si scontrò nel conflitto precedente e con cui dovrà scontrarsi ancora, per difendersi dalle loro aggressioni. Come si poteva accettare, di perdere la supremazia religiosa e politica della contea, per lasciare spazio ad un manipolo di giovani istigati da un comunista e ateo a scoprire il piacere e il fascino della cultura?
Il seguito si può immaginare. Nonostante l’ambientazione datata di “Jimmy’s Hall”, il film è ancora molto attuale. Ken Loach, spiega, che la ricchezza di questa storia è dimostrare che la sinistra è moribonda, deprimente e ostile al divertimento. Non ha più in sé la forza di combattere facendo ricorso alla creatività e alla gioia di vivere. Nello stesso tempo, il film mostra la gerarchia della Chiesa e il suo rapporto con il potere economico. La danza, la musica, la pittura e tutto il resto, nel film rappresentano una manifestazione di libertà, pericolosa per chi vorrebbe esercitare il controllo su chi la pratica. In questo film, come in tutti quelli di Ken Loach e tra quelli in concorso al Festival di Cannes quelli dei Dardenne, di Mike Leigh, di Sissako, di Godard, si avverte la necessità di fare un cinema vero, in cui credere e a stretto contatto con la realtà. E Ken Loach ci crede molto: “Il cinema può produrre opere molto più audaci di quelle pensate solo per fare soldi. Può creare risonanze, sollevare questioni e smontare pregiudizi. Può valorizzare le storie della gente normale e attraverso i drammi quotidiani, i suoi conflitti, le gioie e i dolori, il cinema può farci intravedere le possibilità che ci offre il futuro”.
(22 maggio 2014)
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