SPECIALE CANNES 67 – Le Meraviglie, Saint Laurent, Più buio di mezzanotte

Barbara Sorrentini

Le meraviglie si trovano in luogo del centro Italia, dove una volta c’era l’Etruria. Per identificarle tutte non basta la visione del film, perché sono tante, soprattutto quelle definite dai protagonisti di questa storia, senza età ma sicuramente accaduta dopo il 1968, come spiega la regista: "Non ho voluto definire l’epoca, potrebbero essere gli anni ’90 ma sicuramente dopo il ’68, perché prima una certa filosofia di vita non era possibile. Anche se in campagna, lavorando tra i campi e con gli animali". La famiglia di fronte all’obiettivo di Alice Rohrwacher vive in una cascina semi diroccata, vicino a boschi, a prati e ruscelli. L’attività per cui vivono è la produzione del miele, dalla cattura delle api seguendo tutto il processo di preparazione. È il loro lavoro, capitanato dal padre Wolfgang assistito da Gelsomina, la figlia dodicenne primogenita di altre tre sorelle, più un ragazzino che verrà dato loro in affido. Un lavoro faticoso che si mescola con la loro vita, senza sosta. Una vita apparentemente libera, in campagna, senza regole e che lascia fuori il mondo dei "normali". Forse è una storia vagamente autobiografica, ma la regista Alice Rohrwacher, che ha coinvolto nel film la sorella Alba, proprio per un senso di famigliarità con la storia, lascia aperte molte possibilità di interpretazione. In questo mondo staccato dalla comunità un giorno irrompe la televisione con un programma, tra il fiabesco, il surreale e trash come solo l’Italia sa fare. Un programma che fa vincere soldi a chi verrà scelto come bravo protettore della natura ed è condotto da Milly Catena, una fatina dai capelli color schiuma del mare, interpretata da Monica Bellucci. "Le meraviglie", unico film italiano in concorso a Cannes 67, è girato in modo semplice, apparentemente con pochi mezzi, tra il casale e la grotta-scatola del programma tv. Sono molto belle le scene della lavorazione del miele e i meccanismi della dinamica sociale interna alla famiglia. Le meraviglie della campagna, della natura e di quel numero infinito di api che vengono colte nel loro ronzare sugli alberi, in un paese in declino, culturale come racconta "La grande bellezza", e da un punto di vista ambientale come spiega bene questo film, in chiave quasi neorealista.

La domanda è se ci fosse bisogno di un altro biopic dedicato alla vita di Yves Saint Laurent, nel giro di una stagione. A pochi mesi dall’uscita del bel film di Jalil Lespert, che porta la sigla dello stilista francese, compare nel concorso di Cannes 67 l’opera quasi omonima di Bertrand Bonello. Due registi giovani, attore il primo e di culto in Francia il secondo per i suoi film scomodi sia da un punto di vista visivo che di narrazione. Abituato al festival di Cannes fin dalle prime opere, molto discutibili, Bonello si dedica finalmente a un film di impianto classico ed elegante. Contornato da un manipolo di attori, tra i più quotati della nuova generazione francese e non solo (ci sono anche Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi) "Saint Laurent" si concentra sugli inizi del successo dello stilista, soffermandosi sugli anni ’70, liberi e dissoluti, nonostante l’avvio di un tormento esistenziale accompagnato da droghe e pasticche, che segnerà per sempre la psiche di YSL. Alle creazioni di alta moda di SInt Laurent, che hanno modificato una certa figura femminile a livello mondiale, si alternano nottate scapigliate tra alcool, sesso e droga con le sue modelle e i suoi amanti. Soprattutto Jack, interpretato da Louis Garrel che sancì la rottura della storia d’amore con Pierre Bergé (Jèremie Renier, l’attore preferito dei Dardenne qui totalmente trasformato), che continuerà ad amministrare la Maison Laurent. Se con il film precedente sono imparagonabili le riprese delle sfilate e soprattutto i vestiti, quelli autentici autorizzati da Pierre Bergé, è molto simile la rappresentazione di quella società di giovani benestanti, con velleità artistiche, libersi di amarsi tra uomini e donne senza tabù e con YSL già celebre e con un’industria avviata già a 22 anni. Yves Saint Laurent è interpretato da Gaspard Ulliel, con un cameo di Helmut Berger che lo interpreta anziano.

In questo festival che propone diversi film in cui l’amore non ha distinzioni di genere, c’è un bel ritratto sociale anche in "Più buio di mezzanotte". Il film di Sebastiano Riso (Semaine de la Critique) si svolge a Catania tra la fine degli anni ’70 e inizi ’80. È la storia di Davide, un adolescente che sembra una ragazzina, in cerca della sua identità sessuale, fuori casa a Villa Bellini dove si trovavano omosessuali, travestiti e transgender. Una famiglia allargata, libera senza i ricatti morali imposti dal padre (Vincenzo Amato), nonostante la disponibilità della madre (Micaela Ramazzotti) ma con poca voce in capitolo. Un viaggio dentro di sè, doloroso con più angoscia che gioia. Il regista Sebastiano Riso ha voluto raccontare l’emancipazione e la formazione di un adolescente: "fin dall’inizio ero consapevole che nell’affrontare questo tema avrei dovuto confrontarmi con il mio passato, ponendo domande a me stesso su come avevo vissuto quell’età delicata e quale sarebbe stato il mio posto nel mondo". Per questo "Più buio di mezzanotte" è un film utile, che oltre a proporre con un’estetica nuova un tema ancora poco esplorato in Italia, descrive i turbamenti di molti ragazzi che ancora oggi non riescono a vivere in pace il proprio orientamento sessuale. In una società che invece di comprendere non fa nulla per rimuovere gli ostacoli e i pregiudizi accumulati negli anni.

(19 maggio 2014)



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