SPECIALE CANNES 67 – Sils Maria e Leviathan
Barbara Sorrentini
Con "Sils Maria" di Olivier Assayas si chiude il concorso di Cannes 67. Un film sulle differenze generazionali mentre il tempo avanza e sulla mutevolezza/immobilità degli esseri umani. Per affrontare questo tema, di cui sia il regista che la protagonista Juliette Binoche sentivano l’urgenza di trattare, Assayas ricorre alla storia di un’attrice che a distanza di vent’anni deve interpretare la pièce "Maloja Snake" di Wilhelm Melchior nella parte del personaggio che la prima volta fu opposto a lei. Maria Enders (Juliette Binoche) arriva al successo diciottenne nella parte di Sigrid una ragazza ambiziosa e sfrontata che con le sue provocazioni e cinismo giovanile, spinge al suicidio la più matura Helena. Parecchi anni dopo Maria deve interpretare Helena, trovandosi di fronte una ragazza giovane e moderna, pronta a tutto pur di fare carriera e già protagonista di un cinema di serie B (Chloe Grace Moretz). Ma prima dell’incontro fatidico, che porterà le due attrici in scena, Maria passa il suo tempo tra le Alpi Svizzere con un’assistente, Valentine (Kristen Stewart) anche lei giovane e moderna, ma decisamente più intelligente, colta e meno sfacciata dell’altra.
Tra passeggiate in montagna, alla ricerca del fenomeno naturale delle nubi stese sulle vette chiamato "serpente del Maloj" e serate in casa o in giro, le due studiano insieme la parte, analizzando la profondità e le differenze tra i due personaggi del dramma. Non si può andare oltre nel raccontare la trama, l’occhio di Assayas si sofferma su un aspetto importante, in cui è facile cadere durante l’aumentare degli anni: non è il tempo che passa a cambiare e stravolgere le persone, ma sono le persone a qualsiasi età ad essere più mutevoli o immobili di altre. Meno graffiante e disturbante del solito, si pensi a film come "Carlos", "Clean", al "Desordre" degli esordi, ma anche al più recente "Qualcosa nell’aria", Olivier Assayas deve aver riflettuto parecchio su questo tema, giungendo a conclusioni consolatorie, mostrate con grande libertà narrativa.
"Leviathan" del regista russo Andrei Zvyaginstev, Leone d’Oro alla Mostra del cinema di Venezia nel 2003 con il bellissimo film "Il Ritorno". Un esordio sorprendente a cui seguì "Elena" selezionato nel 2011a Cannes, nella sezione Un Certain Regard, dove vinse il Premio della Giuria. "Leviathan" descrive con durezza la prepotenza di alcuni meccanismi politici. Si svolge in un villaggio sul mare della Russia del nord, in cui vive Kolia con la nuova compagna e il figlio del matrimonio precedente. Il sindaco della cittadina gli propone di acquistare la casa in cui vivono, ma Kolia si rifiuta, attirando su di sé le aggressioni del sindaco e del suo clan di mafiosi. Un bell’affresco della Russia di oggi, vista dalla periferia, dove la giustizia è sempre più distaccata dalla realtà. Scorre vodka a fiumi e in una scena vengono mostrati foto e ritratti dei presidenti russi, per il tiro al bersaglio.
(23 maggio 2014)
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