SPECIALE CANNES 67 – The Homesman e Maps to the stars

Barbara Sorrentini

Che Tommy Lee Jones, oltre ad essere un grande attore, fosse anche un regista capace lo si era già capito quando realizzò “Le tre sepolture”, in concorso al Festival di Cannes nel 2006. La sua seconda regia “The Homesman” non abbandona l’idea della frontiera, anche se declinata in senso più umano e psicologico che territoriale. Il confine è anche la linea dell’orizzonte che separa il cielo dalla terra, in un paesaggio essenziale e minimalista, in cui l’evoluzione emotiva è suggerita dai grandi spazi. Siamo nel 1854, nella zone brulle del Nebraska. Paesaggi e ambientazioni western, per descrivere il viaggio di una donna (Ilary Swank) con la missione di recuperare tre donne che hanno perduto la ragione: ognuna di loro per motivi drammatici ha subito una sorta di black-out del senno e della memoria. Durante il viaggio, in una carrozza trainata da stanchi cavalli, la donna salva la vita a un uomo con il cappio al collo legato a un albero. E’ George Briggs, un vagabondo, predatore, scontroso e poco affidabile interpretato dallo stesso Tommy Lee Jones. Il film racconta il seguito del viaggio, durato settimane per raggiungere in tre luoghi diversi le tre donne sventurate. In questo road movie, che dura molte miglia affrontando freddo, neve e varie avventure, tra l’uomo e la donna si crea uno strano rapporto di sudditanza e complicità. Ilary Swank, un po’ come in “Million dollar baby” di Clint Eastwood, interpreta un ruolo che da stereotipo conservatore americano (e non solo) ci si immagina maschile. E il film gioca su questa relazione, in modo molto ironico facendo emergere le caratteristiche forti, coraggiose e determinate della protagonista femminile, ancora una volta molto efficace.

“Maps to the stars” di David Cronenberg è un film sui fantasmi, strane figure che si presentano all’improvviso per regolare i conti irrisolti del passato, anche recente. E’ quello che succede dalle parti di Hollywood, ad Havana Segrand (Julianne Moore) un’attrice, figlia d’arte di una madre ingombrante morta in un incendio, che viene perseguitata fino alla follia, da repentine apparizioni. Ed è quello che succede anche Benjie, un ragazzino tredicenne, star televisiva, dopo la morte di una sua piccola fan gravemente ammalata. Questi due personaggi sono uniti da Agatha (Mia Wasikowska), sorella di Benjie e aiutante di Havana e da Sanford Weiss (John Cusack), padre di Benjie e personal trainer “scientology” di Havana. Scritto da Bruce Wagner, il film di Cronenberg prende di mira le eccentricità, morbose e vicine alla psicopatia degli abitanti di Hollywood, di quel mondo a parte in cui trionfano un lusso e uno spreco assurdamente sfrenati, in mezzo a star vere o presunte, a crisi depressivi, alcool e tranquillanti. Tra questi, c’è anche l’autista di una limousine, Robert Pattinson, che nel precedente film di Cronenberg “Cosmopolis” era un controler dell’alta finanza che si faceva trasportare in giro per Manhattan in una limousine bianca. Nonostante l’intento, non originalissimo, ma che in mano al regista di “Inseparabili” poteva diventare materia nuova, il film scivola in una serie di trovate paranormali poco credibili e che svuotano l’argomento di profondità.

(19 maggio 2014)



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