SPECIALE VENEZIA 68 – Corpi a perdere

Barbara Sorrentini

Il film più umano di questa Mostra del Cinema si intitola Una storia semplice ed è firmato da una regista di Hong Kong: Ann Hui. Semplice anche nei mezzi, nelle inquadrature, nei movimenti di macchina. E soprattutto semplice nel raccontare il rapporto di affetto e gratitudine da parte di un ragazzo per la sua tata, ricoverata in una casa per anziani. Il film è scandito dalla quotidianità di Ka-On (Juno Leung), fatta di riunioni per la produzione di un film, incontri con gli amici e costanti visite all’anziana Ann Hui (Paw Yeh Ching), che lo ha cresciuto per molti anni, anche in assenza della madre. La relazione tra i due è costruita intorno ai ricordi e alla praticità della nuova vita della ex governante del ragazzo. L’esplorazione del luogo, di questo ospizio scialbo e fatiscente, accompagna lo spettatore tra palazzoni vicini e pieni di panni stesi per poi entrare in una sorta di consultorio, che ricorda lo scantinato di un vecchio ospedale. La regista si sofferma sui volti depressi, sui corpi deformati, sugli sguardi persi nel vuoto di chi vive là dentro, in parallelo all’energia di quei pochi in salute, ma senza alternative. Ann Hui è tra questi, un po’ zoppicante dopo un infarto, ma con la lucidità per capire che l’abbandono e la solitudine farebbero ammalare chiunque.

Il film più disumano è Shame di Steve Mc Queen, londinese di origini afro, proveniente dalla video arte e conosciuto per il suo film precedente Hunger, sul periodo in carcere di Bobby Sands e lo sciopero della fame che lo consumò fino alla morte. In entrambi i film il protagonista è Michael Fassbender (già Jung per Cronenberg) che dopo aver mostrato il proprio corpo dimagrito e ferito in una cella, qui si presta come vittima sacrificale per descrivere l’impossibilità di relazioni umane in una società sempre più individualistica e perduta in relazioni virtuali e anestetizzanti. E lo fa attraverso una dipendenza dalla sessualità consumata attraverso i siti e, se con altri corpi, esclusivamente a pagamento. Cupo e psicologicamente violento, Shame riflette in modo efficace un nervo scoperto. Con una rappresentazione del sesso come addiction, come terapia contro la paura e la solitudine; ma che sortisce il risultato opposto. Pessimista, rabbioso e totalmente privo di comprensione per la sorella depressa che ha bisogno del suo il suo aiuto il protagonista Brandon, vaga per la città affamato, per poi rinchiudersi tra le sue quattro mura senza libertà e con molta disperazione.

L’attrice Paw Yeh Ching e l’attore Michael Fassbender sono entrambi da Coppa Volpi per la miglior interpretazione. Almeno fino ad ora.

(6 settembre 2011)

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