SPECIALE VENEZIA 68 – La famiglia secondo Friedkin
Barbara Sorrentini
Le mani di William Friedkin sulla famiglia pestano pesante. Il regista che dal 1973 ha traumatizzato più di una generazione con L’Esorcista, un film che già allora conteneva elementi palesemente anticlericali, con il suo Killer Joe in concorso a Venezia fa definitivamente a pezzi il concetto di famiglia tradizionale. E lo fa senza perdere di vista la sua filmografia passata, navigando tra i generi a lui cari: poliziesco, horror, splatter e in certi passaggi hard e commedia.
Un pessimismo senza luce aleggia per tutto il film, rielaborato in salsa di pomodoro e cosce di pollo. Chris Smith (l’attore Emile Hirsch) è un giovane spacciatore, pieno di debiti e perennemente inseguito da qualcuno che vuole menarlo; vive con il padre, la sorella autistica Dottie (Juno Temple) e la fidanzata del padre. La madre biologica se ne è andata, dopo aver tentato di soffocare con un cuscino Dottie da piccola, mai più ripresa dal trauma. Il piano di padre e figlio è quello di far fuori la donna per ereditarne l’assicurazione, restituire i debiti e tenersi il resto. E per questo affittano il killer Joe (Matthew McConaughey). Non potendo anticipare la quota richiesta per l’omicidio viene data in deposito Dottie.
Il resto è in parte prevedibile, ma inaspettata e sorprendente è la chiave con cui viene raccontato il seguito, cioè come Friedkin trasfigura l’ovvietà per inseguire, e restituire, il suo punto di vista. Prima di tutto con una violenza efferata, che il killer Joe introduce intorno alla tavola imbandita. Poi con situazioni surreali improvvise e con un estemporaneo romanticismo che avvolge l’incontro tra Joe e Dottie. In questo contesto c’è un figlio che insulta il padre e strattona la matrigna e che a sua volta viene lasciato steso al suolo quando torna a casa con il volto mascherato di sangue per le botte ricevute in strada. Per non dire quello che accade di peggio.
E’ chiaro che per William Friedkin l’idillio famigliare non esiste e sembrano impossibili anche le unioni durature cercate fuori dalle mura di casa. Anche qui è forte il “silenzio di Cristo”, lo stesso che nel film di Ermanno Olmi Il villaggio di cartone porta il prete a mettere in discussione la propria fede di fronte alla mancata accoglienza nei confronti di chi ha bisogno d’aiuto.
(9 settembre 2011)
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