SPECIALE VENEZIA 68 – La solitudine delle madri italiane
Barbara Sorrentini
“Perchè nessuno ci ha mai detto che era così dura”? E la sala della proiezione mattutina, quella per la stampa, esplode in una fragorosa risata. Eppure questo è il nodo centrale dell’analisi di Cristina Comencini nel film Quando la notte, tratto dal suo omonimo romanzo e in competizione per il Leone d’Oro.
Una madre (Claudia Pandolfi), sola in vacanza con il figlio di due anni, in una casa isolata ai piedi del Monta Rosa, abitata dal silenzioso e inquietante Manfred (Filippo Timi). E’ il proprietario della casa, abbandonata da moglie e figli, per il carattere instabile del padre che fa la guida alpina e ha due fratelli: uno tombeur des femmes, l’altro gestore di un rifugio in quota, a conduzione molto famigliare.
Il nucleo centrale della storia è la crisi, che un discreto numero di donne, madri da poco, sole o senza lavoro, finiscono per affrontare nel loro percorso di crescita. In certi casi con esiti drammatici. Nel caso della narrazione di Cristina Comencini, il tema sembra ridursi al forte pianto del bambino, che in alcuni casi può trascinare verso impulsi violenti e pericolosi per la vita stessa del piccolo, ma che evidentemente sono sfogo di qualche sintomo molto più grave e profondo. Che però nel film manca.
La frase di prima, viene detta in lacrime da Claudia Pandolfi a Michela Cescon, cuoca e governante efficiente, con tre figli e un quarto in arrivo, tra paioli fumanti di polenta nella cucina del rifugio sul Monte Rosa. Il dramma interiore che vive la madre protagonista, è reale, legato alla difficoltà di trovare una nuova identità mentre si è occupati a proteggere un’altra vita, sopraffatti da sonno e voglia di liberarsi. Ma il film sembra solo sfiorare questi sentimenti, per occuparsi d’altro. Non è ben chiaro di che cosa però. Ciò che è stato scritto dalla Comencini sulle pagine del suo romanzo, non arriva con la stessa forza al cinema. Anche se questo non toglie alle immagini il fascino e la potenza di una natura sempre poco rappresentata in Italia.
Il dolore immenso che sprofonda in un gesto folle e definitivo è al centro di un altro film, presentato a Venezia in Controcampo Italiano. Maternity Blues di Fabrizio Cattani prende spunto dal termine che si usa per definire quell’incontenibile depressione post partum che porta ad uccidere il proprio figlio. La traccia per il film anche qui è un libro, un testo teatrale: From Medea di Grazia Verasani.
Rina, Vincenza, Eloisa e Clara, rinchiuse all’interno di un ospedale psichiatrico giudiziario, espiano la loro colpa e soprattutto il dolore per una perdita scatenata in pochi secondi di follia e imperdonabile per se stesse. Il testo e il film nascono e si sviluppano non solo come riflessione sull’ambivalenza dell’istinto materno, ma anche come accusa nei confronti di una società sorda, che non facilita le donne in maternità e che finisce per buttare i mostri in prima pagina dopo averli creati. Neanche a queste madri nessuno aveva detto che sarebbe stata così dura.
(8 settembre 2011)
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