SPECIALE VENEZIA 68 – L’immigrazione al Lido fa piangere e ridere

Barbara Sorrentini

VENEZIA 68 – Quando la legge del mare è più forte di quella anti immigrazione può accadere che un pescatore accolga sulla propria barca qualche clandestino in difficoltà tra le onde. Malgrado la legge punisca chi salva la vita ai clandestini, senza prima avvertire la Polizia. Se poi questi stranieri vengono ospitati nella propria casa la pena può essere altissima: per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, dice il Codice.

Due bei film (Welcome e Le Havre) avevano già spiegato efficacemente come funziona questo meccanismo perverso in Francia; Philip Garrel non si risparmia una battuta contro Sarkozy durante una retata ai danni di un gruppo di beurs, nel suo film in competizione Une été brulant, già passato alla storia soltanto per il nudo della Bellucci e non per la sua intensa portata “poeticamente politica”. Emanuele Crialese lo spiega agli italiani con il suo film in concorso Terraferma. “La risposta dello stato al problema dell’immigrazione è totalmente inadeguata. Anche i media, che ci bombardano di notizie e imbrigliano la realtà nella rete del linguaggio, hanno gravi responsabilità. Siamo tra i pochi paesi europei ad avere adottato in materia d’immigrazione una legislazione improntata sulla paura e sulla chiusura. Dovremmo aprirci alla contaminazione. E invece siamo vecchi.”

Le prime e le ultime immagini del film di Crialese sono liquide. Si aprono con la chiglia di un barcone carico di migranti, visto da sott’acqua mentre solca il mare e si chiude su un fondale marino pieno di oggetti umani, rotti e spaiati. L’intento di Crialese funziona quando la lunga introduzione da stereotipata novella verghiana, lascia spazio alla ricerca della verità. Su un’isola (Lampedusa?) siciliana vive Filippo con la mamma (Donatella Finocchiaro), lo zio (Beppe Fiorello) e il nonno Ernesto (Mimmo Cuticchio); ogni giorno escono in mare in cerca di pesci e una mattina incrociano un gommone carico di immigrati urlanti e in cerca di aiuto.

L’istinto è quello di tentare di metterli in salvo, riuscendo a caricarne quattro sul barcone. Tra questi c’è Sara, incinta e con un figlio, che vorrebbe raggiungere il marito a Torino (è interpretata da Timnit T. che ha avuto un’esperienza simile). La donna viene ospitata nel garage, perché la casa è occupata da tre giovani turisti del nord. Qui si stabilisce un rapporto di solidarietà con la famiglia ospitante, soprattutto di fronte all’arroganza della Polizia locale che sequestra la barca al nonno, per aver agito di sua spontanea volontà.

Naturalmente quello che accade nel buio del garage è in totale contrasto con ciò che si vede sulle spiagge, affollate da turisti assatanati e tranquillizzati dallo zio di Filippo, gestore di un bagno, che spiega loro che quella degli sbarchi è una menzogna per fare cattiva pubblicità al luogo. Una storia italiana all’ordine del giorno. Così come quella di Li, raccontata da Andrea Segre in , ragazza cinese, trasferita da un laboratorio tessile della periferia romana in un’osteria di Chioggia, dove cerca di mettere insieme i soldi per far arrivare il figlio di otto anni in Italia, ma deve scontrarsi con i pregiudizi del luogo.

O quella di La-bas di Guido Lombardi, terrificante e drammatica ispirata alla strage di Castel Volturno, nel 2008, ambientata in quella che Roberto Saviano definisce “la più africana tra le città europee”. Un film che sorprende anche per lo sguardo e la formalità stilistica “molto poco italiana” e la luce che illumina i volti di tutti questi ragazzi africani. E poi, cambiando registro, Cose dell’altro mondo di Francesco Patierno e con Diego Abatantuono, autocritica in chiave comica sugli atteggiamenti razzisti e terribilmente scorretti di un industriale del nord est, fino alla sparizione di tutti gli immigrati della zona. Una sorta di riscatto, per ora, solo nella finzione di un film.

(4 settembre 2011)

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