SPECIALE VENEZIA 69 – Bella addormentata

Barbara Sorrentini



“Mi ha colpito molto il fine vita di Carlo Maria Martini, che senza mettere in discussione la propria fede ha chiesto una sedazione, per evitare accanimenti terapeutici e per paura di morire soffocato. E anche Papa Karol Wojtyla aveva pregato di lasciarlo tornare nella casa del Padre”. Sono alcuni dei commenti del regista Marco Bellocchio intorno al tema portante del suo film in concorso a Venezia 69 Bella addormentata.

Un’accoglienza calorosa e commossa, nonostante non mancassero una decina di fanatici del Movimento per la Vita fuori dal Palazzo del Cinema, per recitare un rosario di protesta contro Marco Bellocchio e Ulrich Seidl.
Un incrocio di storie drammatiche tra il dolore della malattia, il silenzio del coma vegetativo e il risveglio da torpori distruttivi e auto inflitti. Si snodano temporalmente in quei giorni di febbraio del 2008, quando Eluana Englaro fu trasferita alla Quiete di Udine, prima che le venisse definitivamente staccata la spina per porre fine alla sua immobilità fisica e cerebrale.

“Il film nasce da una fortissima emozione e stupore per la morte di Eluana, soprattutto per come è stata vissuta dagli italiani, la gente, la politica, la chiesa. E sentivo un’immensa solidarietà e ammirazione per il padre, Beppino Englaro”. Due anni dopo sono nate le storie e i personaggi, non estranei alla vicenda di Eluana, ma indipendenti e “che pescavano in un tempo più lontano, il tempo di tutta la mia vita, l’infanzia, l’adolescenza, la famiglia, l’educazione cattolica, il compromesso della politica, i principi morali, l’importanza della coerenza delle proprie idee”. Lo dice e lo mostra nel suo film, su uno sfondo tra cronaca e politica che imprime un segno forte e inequivocabile su quest’opera necessaria e intelligente.

Si vedono politici disperati e smarriti, definiti “malati di mente in Parlamento” dallo psichiatra (Roberto Herlitzka) che li ascolta, mentre si rilassano alle terme come antichi romani in peplum. Storie che colgono lo smarrimento anche di chi insegue la libertà di scelta e di chi si trova ad assistere un parente in coma, come il Senatore Beffardi (Toni Servillo) del Pdl, che ha aiutato la moglie (Federica Fracassi) a porre fine alle sue sofferenze. Nonostante la figlia (Alba Rohrwacher) andasse a pregare sotto le finestre della Quiete per “non far uccidere Eluana”. Una crisi profonda, tra l’individuo e il pensare comune dei seguaci di un partito comandato da una sorta di the Master.

O la storia drammatica di una madre (Isabelle Huppert) che rinuncia alla sua vita, al suo lavoro da attrice per osservare giorno dopo giorno la figlia addormentata. E ancora, un medico (Piergiorgio Bellocchio) che si intestardisce nel voler salvare una donna tossica (Maya Sansa) in preda ad istinti suicidi. Storie comuni, tra la vita, la morte e l’amore. Il regista non mette in scena i suoi pregiudizi, e non vuole convincere nessuno. Ma la sua posizione è chiara, non isolata. “Non volevamo affermare una tesi, ma credo che il film sveli il mio pensiero, in modo complesso, non ecumenico. Non tutti i miei personaggi hanno ragione, per ognuno di loro non ho avuto atteggiamenti di disprezzo o di odio. In tutti ritrovo qualcosa e ho evitato le ideologie”.

(6 settembre 2012)



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