SPECIALE VENEZIA 69 – Pietà
Barbara Sorrentini
Scandali costruiti ad arte dai media, come per il crocifisso di "Paradiso-Fede", la truculenza di Kitano o le adolescenti perverse e violente di Harmony Korine in "Springbreak". I veri scandali però in realtà sono altri, come la reazione ottusa e inospitale con repressione violenta, ordinata dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, quando migliaia di albanesi sbarcarono nel 1991 sulle coste italiane. Lo spiega con dovizia di dettagli e racconti in prima persona di chi era su quella nave Daniele Vicari nel documentario "La nave dolce". O lo sfruttamento verso la criminalità da parte della camorra nel film "L’Intervallo" di Leonardo Di Costanzo, o l’assenza d’istruzione e informazione in alcune frange sociali, suggerito dal documentario girato in un carcere da Vincenzo Marra ne "Il gemello". Così com’era scandalosa la sete di colonialismo, con morti e popolazioni umiliate, nell’affresco raffinato, corale ed epico di Teresa Sarmiento, nell’opera iniziata prima di morire dal marito Raul Ruiz, sull’invasione da parte delle truppe francesi di Napoleone in Portogallo. Il suo "Le linee di Wellington" è arricchito anche dagli eccellenti volti di Michel Piccoli, Catherine Deneuve, Chiara Mastroianni, Isabelle Huppert, John Malkovich, Vincent Perez, Mathieu Amalric.
Ma visto che di scandali, veri o fittizi, stiamo parlando ora è il turno di "Pietà" di Kim Ki Duk. Il regista coreano di film che vanno dall’estasi poetica di "Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera" alla violenza auto inflitta e da voltastomaco di opere come "L’isola", è tornato dopo un periodo di "crisi creativa". La sua trasfigurazione del rapporto madre-figlio è di una potenza assoluta e di una crudeltà che si porta dietro sensi di colpa insanabili. Non è giusto raccontare troppo da vicino l’incontro a distanza di trent’anni tra una madre e un figlio abbandonato, ma si può dire che la sorpresa di questo avvicinamento che contiene una gamma di sentimenti sterminata, è dirompente. La forza di questo film sta nella ricerca continua di pulizia estetica, di luci e ombre commoventi che nell’orrore a cui si viene sottoposti fa capolino, pregando lo spettatore di resistere. L’esperienza è forte ma vale la pena.
(5 settembre 2012)
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