SPECIALE VENEZIA 69 – The Master
Barbara Sorrentini
Sta passando alla storia come il film ispirato a Scientology e può anche essere che per un pubblico americano mediamente preparato "The Master" di Paul Thomas Anderson abbia questo significato. Ma qui in Italia, o altrove in Europa, il paragone è meno ovvio. A meno che non si conoscano i libri e i manuali sulla setta più frequentata dalle star di Hollywood. Dimenticando per un attimo le fonti ispiratrici, siano Scientology, Dianetics o quant’altro, sarebbe meglio guardare il film senza sapere niente.
Siamo negli anni ’50 quando già imperavano i diversi metodi di psicoanalisi, anche ardita, che includevano l’ipnosi come terapia. E naturalmente non mancavano, come in ogni epoca, le sette religiose. "The Master" è un film su un rapporto tra due persone, nato in modo bizzarro e continuato sotto forma di maestro allievo. Philip Seymour Hoffman è il leader di un gruppo convinto nella Causa, una sorta di terapia ipnotica per ripercorrere a ritroso le proprie vite passate e ritrovare le origini dei propri traumi. Il percorso è costellato da domande, frenetiche e ripetute, volte a far dubitare chi si sottopone al metodo.
L’allievo è un reduce dalla Seconda Guerra Mondiale, evidentemente scosso e al limite della psicopatia (Joaquin Phoenix), che viene invitato ad unirsi ai seguaci del Maestro. Ribelle e senza causa, resiste alle terapie brusche e indagatrici con violenza fisica e verbale. Sembrerebbe un film sulla resistenza al potere di plasmare la gente, sulla malattia mentale come effetto collaterale di una guerra e soprattutto su un rapporto necessario, un amore tra un padre e un figlio. Anche se il Maestro apparentemente non è mai solo, ha figli e seguaci ma quello che gli manca davvero è qualcuno che lo metta in discussione senza assecondare ogni sua convinzione.
"The Master" non ha la potenza visiva, quasi apocalittica di "Il Petroliere", si sfilaccia troppo nella presentazione del contesto storico e dei personaggi. Già in "Magnolia" c’era una sorta di leader in stile Scientology, poco paragonabile però a questo signorotto tipicamente americano, educato e responsabile padre di famiglia e di un gruppo di seguaci.
Infine, una nota a margine: in "At any Prince", uno dei film americani in concorso, diretto dal regista di origine iraniane Ramin Baharani viene mostrata un’America bieca, disposta a qualsiasi cosa per il denaro, anche a compromessi morali inaccettabili. Sembra un ritorno a quell’America conservatrice, bigotta e ipocrita che rischia di tornare in luce con l’attuale proposta politica all’opposizione con Obama.
Mi viene in mente un bellissimo film, che spiegava bene tutto questo, era "Mystic River" di Clint Eastwood; ma anche "Million dollar baby", con quell’apertura contro l’accanimento terapeutico; o ancora "Lettere da Iwo Jima", "Gran Torino" con quel chiaro fastidio espresso attraverso grande cinema nei confronti di alcuni aspetti stantii degli Stati Uniti. Ma allora perché Clint Eastwood è andato alla convention di Romney? Se lo stanno chiedendo in molti.
(1 settembre 2012)
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