SPECIALE VENEZIA 69 – To the wonder / All you need is love / Fill the void
Barbara Sorrentini
Giudicare "To the Wonder" di Terrence Malick in modo oggettivo non è cosa facile. I film del regista di "Three of life" e "La sottile linea rossa" provocano spesso reazioni spropositate, commenti che oscillano dal bene al male con cariche emotive esasperate. E questo è accaduto anche all’uscita dal cinema dopo la proiezione stampa del film in concorso. Il commento più comune è che Malick non abbia più niente da dire e che non sappia più come (non) dirlo.
Passiamo oltre. In italiano il titolo sarebbe "Verso la meraviglia", decisamente ambizioso, ma la meraviglia delle immagini, le atmosfere liriche e struggenti Malick le sa ancora creare, e bene. L’indagine qui è nella profondità dei sentimenti umani, sotto la pelle dell’amore per l’altro, alla ricerca di una solidità che non esiste o di cui non esiste espressione. Un uomo e una donna (Ben Affleck e Olga Kurylenko) si incontrano in Francia, lei ha una figlia e lui un vecchio amore negli Stati Uniti. La trama è solo questa, tra la Francia e l’America, tra separazioni e successive unioni. Non è molto, ma accanto a questo si compie un viaggio nella spiritualità attraverso le riflessioni ad alta voce di un prete (Javier Bardem), che nel pubblico hanno suscitato ilarità fin dalla prima apparizione. Terrence Malick sembra avere scelto ancora una volta una narrazione che vada oltre il visibile, alla ricerca di un verità meno apparente e che va accolta così, sospendendo il giudizio e lasciandosi prendere per mano.
Come storia d’amore è decisamente più lineare e convenzionale quella di "All you need is love" di Susanne Bier. Un abbandono dei toni drammatici e tragici che la regista danese ha impresso a film straordinari e da Oscar come "In un mondo migliore". Il film si sposta da Copenaghen a Sorrento, per il matrimonio tra due giovani. Le rispettive famiglie li raggiungono, con i loro drammi e problemi in valigia. Non è solo una commedia e lo sguardo di Susanne Bier è raffinato e profondo. Va detto, che un uomo dietro alla macchina da presa probabilmente non avrebbe raggiunto lo stesso risultato di mélange tra divertimento, pensiero e commozione. Un plauso ai protagonisti Trine Dyrholm e a Pierce Brosnan. Considerato che in Italia uscirà a Natale, l’effetto sarà catartico e liberatorio.
Amore o necessità negli ambienti ortodossi in Israele in "Fill the Void" di Rama Burshtein, in concorso. Qui l’amore per la giovane Esther non è previsto. Quando muore la sorella e il cognato resta solo con il bambino appena dato alla luce, la sorella viene proposta come sostituta. La ragazza accetta per un bisogno pratico richiesto dalla famiglia. La regista proviene da un contesto simile a quello descritto e racconta la realtà in cui ha vissuto. Con un’estetica che sembra evaporare sul nuovo matrimonio non previsto. Viene in mente "Kadosh" di Amos Gitai, ma con mano ancora giovane, soprattutto nella descrizione delle rigide norme della tradizione ortodossa.
(3 settembre 2012)
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