Stati Uniti: Black Lives Matter e la corsa alle presidenziali
Alberto Benvenuti
Accolto inizialmente sia da Sanders che da Clinton in maniera rigida e stizzita, il tentativo di Black Lives Matter di porre la questione razziale al centro delle primarie democratiche ha di fatto avuto un certo successo. Tematiche come l’incarcerazione di massa delle minoranze, gli omicidi e le violenze della polizia nei confronti degli afro-americani sono diventate familiari anche per un pubblico (per lo più bianco) che fino a pochi anni fa le ignorava.
Sono passati quasi due anni da quando l’omicidio del 18enne Michael Brown da parte di un agente della polizia di Ferguson scatenò un’ondata di proteste che hanno dato vita a Black Lives Matter (BLM). Un movimento orizzontale, fluido, imprevedibile e senza leader che durante le primarie, democratiche e repubblicane, sta riuscendo ad avere un impatto rilevante sul dibattito politico statunitense. Tematiche come l’incarcerazione di massa delle minoranze, gli omicidi e le violenze della polizia nei confronti degli afro-americani sono diventate familiari anche per un pubblico (per lo più bianco) che fino a pochi anni fa le ignorava.
Dall’inizio delle primarie, gli attivisti di BLM hanno sempre ribadito la loro intenzione di non voler sostenere nessun candidato e che la loro strategia (“power mapping”, ovvero prendi i candidati più vicini alle tue istanze – i democratici – poni loro domande dirette su questioni delicate, diffondi il più possibile le loro risposte) avrebbe mirato a spostare l’attenzione della corsa presidenziale sulle tematiche razziali. Una strategia che nel radicalizzato campo repubblicano non ha sortito grandi effetti (se non quello di far cancellare un raduno di Trump per paura di scontri), ma nel campo democratico è riuscita a spostare i candidati su posizioni decisamente più progressiste.
Non era un fatto scontato, dato che all’inizio delle primarie, sia Sanders che Clinton, probabilmente sottovalutando la portata del movimento, erano parsi a tratti stizziti, rigidi, impacciati nel confrontarsi con le accese proteste degli attivisti che chiedevano loro di proporre un’agenda che affrontasse seriamente la diminuzione della popolazione carceraria e che riformasse il codice di condotta della polizia. I candidati pensavano che il loro pedigree di attivisti per i diritti civili (Sanders) e la storica vicinanza alle comunità afro-americane (Clinton) avrebbe garantito loro una base solida dalla quale partire per dialogare con questi giovani.
Una strategia che si è da subito rivelata fallimentare e che ha costretto i due sulla difensiva. Le proteste, a dire il vero, hanno preso di mira con più forza Hillary Clinton, in parte perché sembra ormai certa la sua vittoria nelle primarie democratiche e in parte per il suo sostegno durante la presidenza del marito Bill, in piena paranoia sociale per l’aumento del consumo di droghe, al Violent Crime Control and Law Enforcement Act del 1994. Quell’enorme pacchetto di leggi che, tra le (moltissime) altre cose, prevedeva la costruzione di nuovi penitenziari, un sostanziale aumento delle forze di polizia e l’abolizione di molti servizi all’interno dei penitenziari (come per esempio la possibilità per i detenuti di conseguire una laurea), consacrò la cultura della punizione iniziata negli anni di Nixon e convalidata in quelli di Reagan.
Una politica repressiva che colpì fortemente gli afro-americani e le minoranze (il 90% delle persone in carcere per reati di droga alla fine del millennio era nero o ispanico) e che portò a un incremento della popolazione carceraria di 700 mila persone in cinque anni. Il Violent Crime Act, che fu votato anche da Sanders perché al suo interno conteneva un altro pacchetto contro la violenza domestica, fu caldamente sostenuto da Hillary, che fece attivamente campagna per il suo passaggio (tra l’altro contribuendo a criminalizzare i giovani neri con aggettivi e espressioni non scevre da pregiudizi razziali).
Nell’affrontare la questione della strategia di BLM in questa corsa alle presidenziali, Obama, sostenuto da buona parte dell’establishment afro-americano (che appoggia Clinton), ha ripetuto che l’ora delle rivendicazioni è finita e che gli attivisti dovrebbero mettersi seduti a un tavolo e lavorare a un compromesso, così come aveva già detto ad alcuni esponenti di punta del movimento in un incontro di qualche mese fa. A quell’incontro, tra l’altro, aveva partecipato anche DeRay Mckesson, attivista di Baltimora, che ha poi concorso alle primarie democratiche per diventare sindaco della sua città.
Ma la corsa elettorale di McKesson si è rivelata un fallimento e la speranza di vedere altri attivisti entrare nella scena politica tradizionale è per il momento rimandata. In molti infatti nel movimento vedono l’ingresso in politica come un’opportunità per l’establishment di assorbire e disperdere le istanze del movimento e di evitare di affrontare le riforme strutturali necessarie utilizzando, per esempio, gesti simbolici come quelli dello stesso Obama, che ha recentemente commutato le pene di 95 prigionieri, la maggioranza dei quali in carcere per reati di droga. Gesti che per il momento sembrano solo indicare una direzione, ma che certamente non scalfiscono un apparato complesso che continua a tenere in prigione circa 2.2 milioni di persone.
A pochi mesi dall’uscita del presidente afro-americano dalla Casa Bianca, BLM sembra più deciso che mai a continuare a fare pressioni cercando, tra le altre cose, di organizzare una struttura di base che vada oltre il networking, per coordinare azioni e gruppi. La sua continua ascesa segna al contempo il declino della favola liberal degli Stati uniti post-razziali e l’incapacità delle istituzioni di rispondere alle riforme strutturali di cui il sistema di giustizia necessiterebbe. La sfida del movimento sarà quella di tenere alta l’attenzione su queste tematiche fino a novembre e oltre, nella speranza che le sue rivendicazioni rientrino nell’agenda del prossimo presidente.
(2 maggio 2016)
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