Sviluppo, fermi ai preliminari
di Pierfranco Pellizzetti, da "Il Fatto Quotidiano", 3 dicembre 2009
Nel corso della trasmissione Annozero di giovedì scorso, Pier Luigi Bersani si esibiva nell’abituale “numero” del politico di sinistra propugnatore delle ragioni confindustriali reclamando dal governo risorse da immettere nel sistema produttivo. E il suo contraddittore Giulio Tremonti gli replicava immediatamente: «sì, ma dove?».
Si resta tuttora in attesa della risposta.
Uno spettacolo scoraggiante. Non solo perché si è consentito a un fumista della finanza creativa – quale il commercialista di Sondrio, oggi ministro – di apparire la quintessenza della concretezza e del pragmatismo. Soprattutto in quanto forniva ennesima conferma della cronica incapacità dell’intero ceto politico di andare oltre la “cultura dei preliminari” nel campo delle prospettive nazionali di sviluppo; di fornire qualcosa che assomigli vagamente a una scelta di indirizzo.
Il problema è questo: i paradigmi economici novecenteschi dell’Italia sono evaporati o in rapido esaurimento. Pensiamo – in prima battuta – alla grande industria partecipata dallo Stato, che certamente qualche merito lo ha conseguito, almeno nella ricostruzione industriale e nella riqualificazione del tessuto produttivo; poi, al modello distrettuale, che negli anni Ottanta sembrava il sentiero per uscire dalla “afflizione fordista” grazie alla flessibilità competitiva dei clusters di piccola impresa.
Il tema odierno è quello di come entrare nel XXI secolo individuando una prospettiva di specializzazione per il sistema-Paese, coerente con i saperi e il saper fare interiorizzati nel mondo del lavoro; ma anche in grado di cogliere le opportunità che maturano nelle trasformazioni in atto, nelle mutazioni del Capitalismo.
Insomma, operare scelte, come altri già fecero da quel dì.
Tanto per dire, la Francia ha puntato ormai decenni fa sull’infrastrutturazione della mobilità. Dal tempo in cui realizzava – con il Caravelle (anni sessanta) – il primo aereo a reazione a corto raggio, inventava a Lille il prototipo di metropolitana totalmente automatizzata, progettava l’Alta Velocità con il TGV (risale al 1981 la prima tratta, Lione-Parigi). Una strategia, da qualcuno definita “bonapartista”, che ha generato primazia. È forse un caso se il piano trasportistico europeo si irradia da un epicentro situato nella capitale d’oltralpe?
Sempre per dire, la Germania si concentra nelle produzioni ad alto valore aggiunto che consentono di supportare un generoso sistema di welfare e le alte retribuzioni delle proprie maestranze specializzate.
Dunque, scelte. E cose, da produrre e con cui competere sui mercati. Un tempo lo sapevamo fare anche noi italiani, visto che il Miracolo Economico si chiama anche Seicento Fiat, Moplen Montedison, Divisumma Olivetti, Vespa Piaggio… Una specificità nazionale che diventava modello competitivo. Lo facevamo anche grazie a politiche che – tutto sommato – facevano la loro parte, accompagnavano. Perché il progresso attraverso lo sviluppo era considerato questione nazionale.
Certo, gli imprenditori privati del tempo esprimevano ben altra vis propulsiva. Ma il management pubblico – sempre guidato dalla politica, ma prima di essere sommerso dal clientelarismo – dava contributi importanti. Vedi la grande rete autostradale (con tutti i limiti di un programma che – guarda caso, siamo nel Paese della Fiat – privilegiava il trasporto privato su gomma, a scapito di quello pubblico su rotaia) e il ruolo dell’industria partecipata in settori di base come la siderurgia, nella cantieristica e nell’engineering (si pensi a quel gioiello dell’Italimpianti, che realizzava grandi opere in giro per il mondo; poi svenduta “per tre cocomeri e un peperone”).
Oggi invece si balbetta, oppure ci si aggrappa a buoni propositi generici. Hi-Tech? Andrebbe deciso in che ambito. Visto che un Paese a risorse limitate come l’Italia non può operare a 360°. Valga per tutti il caso della Finlandia; di certo eccellente nell’alta tecnologia, ma con una precisa specializzazione: il wireless, non altro.
Vogliamo scegliere il turismo culturale? Basterebbe promuovere l’esistente contrastando il degrado (Bondi permettendo). Riteniamo che per un Paese con 8mila chilometri di costa e 140 porti la prospettiva sia diventare la grande piattaforma logistica del Sud Europa? Anche in questo caso occorrerebbe finalizzare risorse a tale opzione (con un problemino supplementare: gli spagnoli ci hanno anticipato da almeno trent’anni).
È davvero singolare che una Sinistra, la cui Missione potrebbe riassumersi nella formula “Democrazia e Lavoro”, sia così disattenta a tali questioni. Senza dubbio la programmazione strategica dello sviluppo (sia chiaro, non le screditate pianificazioni) in Europa è materia bipartisan: se il piano di Barcellona fu promosso dal sindaco socialista Pasqual Maragall, quello di Lione porta il nome di un antico conservatore quale l’ex primo ministro giscardiano Raymond Barre.
Oltre confine le cose sono un po’ diverse; soprattutto in materia di Destre, presentabili o meno. Qui da noi, uscire dalla cultura dei preliminari in politica economica sarebbe un punto qualificante per una Sinistra in cerca di identità. E non consentirebbe a Tremonti di fare belle figure immeritate.
(3 dicembre 2009)
MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.