Tabucchi: Il mio tram attraverso il ‘900
Antonio Tabucchi
È in libreria “Parole per Antonio Tabucchi” (edito da Artemide, www.artemide-edizioni.com), a cura di Roberto Francavilla. Il volume si compone di due parti. La prima include gli interventi di amici e colleghi dell’Università di Siena che hanno voluto ricordare il professore in una giornata del maggio scorso, a poche settimane dalla sua scomparsa. La seconda comprende materiali inediti, come il testo di questa conferenza sulla letteratura (tenuta da Tabucchi nel 1997 nell’Aula Magna della Facoltà di Lettere a Siena), che abbiamo il piacere di anticipare ai lettori.
, da Il Fatto Quotidiano, 16 novembre 2012
Supponiamo che oggi abbia affittato un tram, di cui sono stato nominato guidatore, per fare un percorso attraverso la Letteratura del nostro secolo. In questo percorso farò delle fermate a mio piacimento, imbarcando solo i passeggeri che mi vanno a genio. Altre volte, spesso, tirerò diritto, senza curarmi di chi sta aspettando alla fermata. Riceverò improperi e maledizioni, me ne rendo conto, però la compagnia dei trasporti che mi ha consegnato il tram mi ha dato anche un berretto con una tesa di plastica che porta la dicitura “Scrittore”, e a questo punto, forte di questo privilegio, fingo di essere convinto che possa avere un certo interesse, per voi che siete i miei passeggeri, sapere come uno scrittore giudica il secolo in cui vive. Partenza Se io fossi uno scrittore come Georges Perec potrei tranquillamente esaurire il mio discorso con una lunga lista. Perec ha scritto effettivamente un bellissimo testo che è una semplice lista, si chiama J’aime, je n’aime pas (Mi piace, non mi piace), e in questa lista ha rivelato la sua estetica. Però, pensandoci bene, forse risulterebbe difficile liquidare il XX secolo con una lista a base di mi piace e non mi piace. Si tratta di un secolo troppo complesso che insieme piace e dispiace. È il secolo delle contraddizioni, dei contrasti, degli entusiasmi e delle disillusioni. È anche il secolo delle grandi utopie sociali e delle grandi ideologie umanitarie e allo stesso tempo è il secolo dei grandi disastri.
I fermata: manifesto parigino
Il XX secolo, per quanto riguarda la Letteratura, comincia con un manifesto, un manifesto che fu pubblicato nel 1909 su Le Figaro di Parigi, firmato da Filippo Tommaso Marinetti. Si tratta del manifesto del Futurismo. Potrei dire subito che è un manifesto che non mi piace, però preferisco fare altre osservazioni. La prima osservazione che si impone, a mio avviso, è che il Futurismo nasce come teoria, però dietro questa sua teoria si intravede in trasparenza il desiderio di imporsi come attività pratica, come effettivamente successe. Voglio dire che nel Futurismo si verifica un processo di estetizzazione che si riferisce ad ambiti che non appartengono all’arte ma che appartengono piuttosto alla vita, e per meglio dire alla vita di tutti i giorni: alla politica, alla moda e perfino alla cucina. Detto in breve: il Futurismo si conforma e si presenta non solo come un’ideologia onnicomprensiva, non solo come una forma di vedere il mondo, ma anche come una forma di viverlo. Vale a dire: per la prima volta un’avanguardia artistica realizza uno slittamento dalla teoria alla praxis e pretende di intervenire sulla realtà. Però, allo stesso tempo, e mi sembra un aspetto molto importante, il Futurismo si presenta come un’ideologia che non offre punti di divergenza con l’epoca in cui attua. Al contrario, realizza una celebrazione della civiltà industriale, magnifica gli aspetti della modernità e li dilata fino ad assumerli come nuovi miti. Fra i molti aspetti della realtà che il Futurismo mette in risalto in maniera da farli diventare nuovi miti, direi che la Macchina gode di uno statuto privilegiato: si potrebbe fare una piccola storia del XX secolo basata sull’approvazione della Macchina da parte di alcuni e sulla sua condanna da parte di altri. E questi altri sono coloro per i quali essa significa un nuovo e terribile Moloch sui cui altari si immola l’uomo contemporaneo e che vedono in questa Macchina un nuovo mostro. E vorrei citare per lo meno Italo Svevo, il Pirandello di Serafino Gubbio e il Kafka della Colonia penale, tenendo fuori una gran parte dell’Espressionismo tedesco.
II fermata: un altro manifesto
Però non è stato il Futurismo l’unica avanguardia che si è imposta l’obiettivo di passare dalla teoria alla pratica, cioè di intervenire nel mondo sociale e nella vita. Abbiamo anche il Surrealismo. Certo, con ideologia diversa e con un segno politico diverso. Vorrei citare Edoardo Sanguineti, che ha affermato che il Surrealismo non solo tende a una estetizzazione del mondo, ma persino alla distruzione della categoria dell’estetica in nome di un cambio della relazione dell’uomo con se stesso, dell’uomo con il mondo, attraverso una prassi surrealista la cui ambizione è effettivamente essere rivoluzionaria. Però, se come dicevo prima, il progetto surrealista ha un segno diverso e politicamente differente dal Futurismo, in cambio è identica l’intenzione o l’illusione; vale a dire: passare dalla teoria alla pratica. Cioè abbandonare i confini dell’arte e della letteratura e intervenire nella vita. Ometto per essere breve altri movimenti di avanguardia che hanno segnato la prima metà di questo secolo e che come il Futurismo e il Surrealismo hanno avuto la pretesa di attuare nella praxis. Mi interessa soltanto mettere in risalto che il nostro secolo è nato con questa grande utopia delle avanguardie storiche: la convinzione di poter intervenire direttamente sulla realtà.
III fermata: Auschwitz
Ebbene, a mio avviso questa utopia crollerà miseramente con un evento che determina un taglio storico e che mi sembra una linea divisoria alla metà del XX secolo: la Seconda guerra mondiale. La Seconda guerra mondiale cancella nelle avanguardie l’illusione dell’artista di poter intervenire nella realtà, uccide la grande utopia degli intellettuali e degli scrittori, allontana in maniera radicale l’idea che l’artista possegga non solo una incidenza sulla prassi, ma direi un ruolo e una legittimità propria. La domanda che sorge dopo la Seconda guerra mondiale è la seguente: è possibile scrivere ancora dopo Auschwitz? Tuttavia, ponendo a questo punto della mia conversazione una simile domanda, un simile interrogativo, rischierei di lasciare da parte tutta una letteratura che perfino nei momenti più drammatici del XX secolo si è espressa senza farsi domande e senza porsi il problema di intervenire sulla realtà, ma direi con il preciso intento di fornire una serie di testimonianze, di cronache, di descrizioni e di evocazioni: le grandi pagine degli scrittori isolati che hanno osservato i grandi avvenimenti del nostro secolo: Bulgakov, Malraux, Babel, Pasternak, Orwell. E direi che ponendomi questa domanda rischierei anche di lasciare da parte quella letteratura di testimonianza che alla domanda che ponevo prima, e che pone Adorno, “È possibile scrivere ancora dopo Auschwitz?”, ha optato giustamente di scrivere su Auschwitz. Mi riferisco soprattutto a un grande scrittore italiano, Primo Levi, e alla sua grande e dolorosa prova: guardare con occhi lucidi l’epoca in cui viviamo, testimoniare, usare la letteratura come memoria, una memoria che perduri ostinatamente, una memoria lunga che si opponga alla memoria breve dei mezzi di comunicazione
di massa che caratterizzano l’epoca in cui viviamo.
IV fermata: gli scrittori isolati
Tuttavia, ponendo a questo punto della mia conversazione una simile domanda, un simile interrogativo, rischierei di lasciare da parte tutta una letteratura che perfino nei momenti più drammatici del XX secolo si è espressa senza farsi domande e senza porsi il problema di intervenire sulla realtà, ma direi con il preciso intento di fornire una serie di testimonianze, di cronache, di descrizioni e di evocazioni: le grandi pagine degli scrittori isolati che hanno osservato i grandi avvenimenti del nostro secolo: Bulgakov, Malraux, Babel, Pasternak, Orwell. E direi che ponendomi questa domanda rischierei anche di lasciare da parte quella letteratura di testimonianza che alla domanda che ponevo prima, e che pone Adorno, “È possibile scrivere ancora dopo Auschwitz?”, ha optato giustamente di scrivere su Auschwitz. Mi riferisco soprattutto a un grande scrittore italiano, Primo Levi, e alla sua grande e dolorosa prova: guardare con occhi lucidi l’epoca in cui viviamo, testimoniare, usare la letteratura come memoria, una memoria che perduri ostinatamente, una memoria lunga che si opponga alla memoria breve dei mezzi di comunicazione di massa che caratterizzano l’epoca in cui viviamo.
V fermata: l’assurdo
In questo mio breve percorso attraverso il XX secolo non posso dimenticare gli scrittori che sono dominati dal sentimento e dall’idea che la nostra epoca sia un’epoca assurda. Si tratta di un sentimento abbastanza nuovo, tipico del nostro secolo, perché mai prima, a mio avviso, si era manifestato nella storia della letteratura. L’assurdo e l’incomprensibile, l’indicibile, è ciò che passa davanti ai nostri occhi, che si svolge davanti ai nostri occhi e che possiede una logica formale, però è carente di logica sostanziale, vale a dire è incapace di dare una risposta alle domande che noi ci poniamo. Garcia Lorca alimentava questo sentimento quando scrisse le sue furibonde Odi newyorkesi. Questo stesso sentimento lo nutrì durante tutta la sua breve vita Kafka, l’ebreo di Praga, che scriveva in tedesco, e questo sentimento diventato qualcosa di balbuziente, un disperato monologo, lo nutre in tutta la sua opera Samuel Beckett: un mondo assurdo, una vita assurda, perché, come recita l’epigrafe di Piazza del Diamante di Mercé Rodoreda, la grande scrittrice catalana, My dear, these things are life. Certo, queste cose sono la vita. E la vita, con tutta la sua logica feroce, risulta incomprensibile.
VI fermata: o vivere o scrivere
Però, a questo punto, mi chiedo: che relazione c’è tra i libri che scriviamo e la vita che viviamo? In altre parole: che nesso esiste fra la letteratura e la vita per uno scrittore oggi, o per meglio dire per uno scrittore come me? Molti anni fa, quando ero un giovane che tentava di diventare uno scrittore, lessi una frase di Eugenio Montale che dice più o meno così, cito a memoria: “Alcuni possono pensare che l’arte è la forma di vita di coloro che in verità non vivono. Però il poeta non deve rinunciare alla vita, è la vita che si incarica di schivarlo”. In quell’epoca, in Italia, ma forse anche in altri paesi, esisteva uno spinoso dilemma. Soltanto adesso mi rendo conto che forse era un falso dilemma, un problema sofistico, però a quell’epoca poteva sembrare un’autentica dicotomia. Questa dicotomia, in una formula molto semplificata, si può riassumere così: “O vivere, o scrivere”. Mi dispiace non essere uno storico della cultura o un sociologo della letteratura che in generale capiscono bene i perché, dato che non sono capace di identificare le cause che insinuarono nel mio fragile spirito questo tormentoso dilemma. Da dove proveniva il binomio inconciliabile, o ritenuto tale, fra letteratura e vita? E inoltre: esso produceva un senso di colpa o era il prodotto di un senso di colpa? Sia come sia, in quel momento, in quell’epoca, i sensi di colpa erano molto numerosi, provenivano da tutte le parti, provenivano da chi combatteva per la prima parte del binomio e da chi sosteneva ferocemente la seconda parte, da chi diceva “la vita come letteratura” o da chi diceva “la letteratura come vita”. Però forse tutte queste asserzioni erano guidate da un senso di colpa.
VII fermata: le storie che ci cercano
Per ciò che mi concerne devo dire che sebbene io sia vulnerabile a numerosi sensi di colpa, non lo sono a questo, perché non temo la letteratura e non mi fa paura. D’altra parte non sarebbe possibile. La letteratura fa parte della mia vita, mi accompagna, abita dentro di me: non è la vita, ma non è neanche il suo contrario. Fa semplicemente parte di essa come tante altre cose di questo mondo. Mi piacciono le storie, mi piace raccontarle e ascoltarle. Sono due forme opposte e complementari della mia maniera di essere scrittore. Un mio amico ha scritto che sono disponibile alle storie, e sono sicuro che si riferisce a una doppia disponibilità, perché anche le storie sono disponibili nei miei confronti. Molte volte le storie mi hanno cercato, mi hanno seguito e mi hanno trovato. Io le ho accolte.
VIII fermata: la formulazione narrativa
E allora, a questo punto, in realtà mi chiedo: perché si scrive? O perché si scrive in un certo modo che nel mio caso è la narrativa? Non lo so. Forse se lo sapessi non scriverei, dato che lo saprei. Chiedo scusa se ripeto qualcosa che ho già detto ma credo che la vita sia comprensibile solo in termini narrativi, nella maniera in cui cerchiamo di formularla attraverso uno svolgimento, raccontandola a noi stessi. La vita in se stessa manca di formulazione narrativa. Nonostante si cerchi di riempire i vuoti che esistono all’interno degli svolgimenti e di ciò che succede, la vita non è capace di saturare le incongruenze effettive, è capace solo di fare delle suture, di organizzare in termini logici quello che è l’ufficio del nostro vivere. La vita mi sembra equivoca e surrettizia. La mia narrazione, sebbene sia dotata di volontà di completarla, assume inevitabilmente la fisionomia dell’oggetto narrato, diventa equivoca e surrettizia. In un mio libro, Piccoli equivoci senza importanza, ho raccontato undici storie, seppure a ben vedere si tratti di una storia unica. Quale sia questa storia è un problema che lascio all’immaginazione del lettore, perché è giusto che il lettore partecipi con l’autore a completare con le sue supposizioni le supposizioni di chi l’ha scritta. Inoltre, un libro è anche questo: un desiderio di complicità, una richiesta di aiuto da parte di chi scrive: “Aiutami a finire, aiutatemi a finire, a riempire i vuoti, per favore, da solo non sono capace”. Uno scrittore che sa già tutto, che conosce tutto, non dovrebbe pubblicare nessun libro.
IX fermata: l’impegno
Mi sto rendendo conto che parlando della mia letteratura rischio di deviare dal tema che mi ero proposto che è quello di fare un percorso, seppur breve, zoppicante e personale, attraverso il tipo di letteratura prodotta nel nostro secolo e che io amo. E perciò non vorrei lasciare da parte un tema che ha costituito negli ultimi anni una vera querelle: l’impegno dello scrittore. Si tratta di un tema che ha appassionato profondamente la letteratura degli ultimi decenni, ha avuto un promotore di grande prestigio come Sartre, ha dato i suoi frutti, buoni o cattivi che possano essere da un punto di vista letterario e forse oggi, probabilmente, ha esaurito la sua
funzione. Dico che ha esaurito la sua funzione perché credo che oggi il problema non sia tanto se la letteratura debba avere una funzione “strettamente” politica, quanto di vedere se può avere una funzione “latamente” politica. Gli scrittori italiani che si sono posti questo problema sono molti, però vorrei ricordarne almeno tre: Moravia, Pasolini e Scia-scia. Moravia che ha descritto nei suoi impassibili e terribili romanzi la mercantilizzazione del sesso e dei sentimenti. Pasolini, che con la sua furia civile ha denunciato l’omologazione e il consumismo. Sciascia, che con i suoi apologhi ha indagato nei misteri, nelle aberrazioni e nei delitti della società contemporanea prendendo come metafora la Sicilia. Nel ‘ 68, in un’intervista, Pier Paolo Pasolini fece la seguente previsione: “Il futuro non sarà un atroce limbo ma piuttosto un girone infernale”. Pasolini aveva certamente una visione apocalittica della realtà, però credo che la sua previsione in qualche modo si sia confermata. È successo qualcosa di questo genere soprattutto grazie all’imposizione dei mezzi tecnologici di comunicazione, attraverso quello che io chiamerei l’ “informazione indifferenziata”. Con l’ “informazione indifferenziata” è cambiata la percezione del mondo perché l’ “informazione indifferenziata” mette tutto sullo stesso livello: la guerra, i disastri, la morte, i grandi premi automobilistici. Credo di poter dire che con l’ “informazione indifferenziata” si è persa una scala di valori etici che costituisce l’anima della letteratura ed è precisamente con questa “informazione indifferenziata” che la letteratura deve fare i conti. La letteratura, se vuole sopravvivere al caos, al girone infernale di cui parlava Pasolini, deve configurarsi proprio come informazione differenziata, non deve dunque competere con i mass media ma deve proporre delle questioni, deve porre delle domande. Rivendico per la letteratura il dovere di porre delle domande, di esser dunque una letteratura interrogativa, una letteratura che funziona come coscienza critica, come oggetto di inquietudine, che propone meditazioni e riflessioni. Ci si chiede: c’è ancora posto oggi per la parola scritta nel mondo della parola parlata, nel mondo dei media? Ebbene, mi fa piacere citare una pagina di un grande scrittore americano del secolo passato, Henry David Thoreau, che mi pare abbia interpretato con grande precisione i pericoli dell’età moderna, dell’età in cui sembra che non ci sia più posto per la parola scritta. Cito, e chiedo scusa se la traduzione è molto improvvisata: “Leggere bene è un nobile esercizio che terrà il lettore occupato più di certe persone esaltate dalla moda del giorno. È necessario un allenamento uguale a quello a cui si sottopongono gli atleti, un’attenzione che duri quasi come tutta la vita. I libri bisogna leggerli con la prudenza e la riserva con la quale sono stati scritti, perché c’è un salto considerevole tra la lingua parlata e la lingua scritta, tra la lingua ascoltata e la lingua letta”.
X fermata: la stupidità
Ebbene, augurare un rinascimento alla parola costituisce certamente una professione di ottimismo da parte mia, specialmente in questi anni che stiamo vivendo e che abbiamo vissuto. Qualche tempo fa, un settimanale italiano di cui non farò il nome ha fatto un processo al decennio trascorso e lo ha intitolato Gli stupidi anni Ottanta. A questo dibattito hanno preso parte giornalisti, filosofi, scrittori e il ritratto che viene fuori di questi anni è veramente scoraggiante. Il filosofo Gianni Vattimo è arrivato ad affermare che gli anni Ottanta sono stati gli anni della distruzione della ragione, del soggettivismo patologico e individualista, un decennio nel quale la regola è stata quella di nascondersi dietro l’immagine. Tuttavia, prescindendo da questi dibattiti giornalistici, basta dare un’occhiata intorno a noi per comprendere che l’epoca che stiamo vivendo è diventata il regno della stupidità. Tutto è diventato spettacolo. L’informazione è diventata spettacolo, la politica è diventata spettacolo e la cultura, purtroppo, è diventata spettacolo. Perfino la guerra e la morte sono diventate spettacolo. Però vorrei pormi questa domanda: in quale misura i mass media, che poi organizzano i dibattiti sulla stupidità, hanno contribuito a diffondere questa stupidità? Secondo la mia opinione, hanno contribuito in maniera rilevante, perché sono esattamente i mass media che tentano di trasformare la vita in spettacolo – quello che dicevo prima dell’informazione indifferenziata – e contribuiscono a rendere più stupido il mondo. Con i mass media il mondo viene sminuito, livellato e svuotato di senso, diventa l’immagine del mondo.
XI fermata: le poetiche
Dicevo prima che prefigurare o augurare un rinascimento della parola scritta mi sembra una professione di ottimismo, però devo anche chiedermi: in che misura si può essere ottimisti nella nostra epoca?, o meglio: può la letteratura essere ottimista in un’epoca come la nostra? Per quello che mi concerne personalmente devo dire che preferisco lo scetticismo, però non posso affermare con sicurezza quello che deve fare la letteratura, posso dire semplicemente che tipo di letteratura ho scritto io. Intendiamoci: la mia non vuole essere una dichiarazione di poetica ma semplicemente una breve riflessione. Diceva Joseph Conrad che prima si crea l’opera e solo dopo si riflette su di essa, e che questa è un’attività divertente e egoista che non serve a nessuno e che conduce a false conclusioni. Per questo, lasciando da parte le intenzioni di poetica cercherò di riflettere sul tipo di storie che ho narrato fino ad oggi. Credo di avere dato preferenza, nelle mie storie, alle persone che hanno difficoltà a esistere. Non amo le persone che conducono una vita piena, soddisfacente e che vincono. Amo piuttosto coloro che perdono, gli incerti, quelli che hanno sbagliato strada, e coloro che stanno cercando. Mi chiedo: che cosa stanno cercando questi miei personaggi che stanno cercando? È’ difficile affermarlo, però forse cercano se stessi. Cercano se stessi attraverso gli altri, perché sono convinto che cercarsi attraverso gli altri è la migliore maniera di cercarsi. Questo tipo di ricerca è in fondo quello che porta il protagonista di Notturno indiano in un’India incomprensibile e impenetrabile attraverso le evanescenti orme di un amico scomparso. E una ricerca simile la conduce Spino, il protagonista de Il filo dell’orizzonte, che cerca di dare un’identità a un cadavere anonimo. Non so se questi personaggi nella loro ricerca siano riusciti o riescano a trovare se stessi, però senza dubbio in questo loro cammino esistenziale non hanno altro rimedio che confrontarsi con l’immagine che gli altri hanno di loro, sono obbligati a guardarsi come in uno specchio e forse riescono a intravedere qualcosa.
XII fermata: la perdita della fiducia.
Credo che l’uomo di oggi sia un uomo insicuro, privo di certezze. In questo labirinto che è l’epoca contemporanea, in questo caos o in questo “girone infernale”, come diceva Pasolini, si sono andati riducendo a niente la fiducia nei grandi ideali, che purtroppo si sono rivelati un fallimento, la fiducia nei valori religiosi, la fiducia nel progresso, che ha finito per mostrare il suo volto più minaccioso e preoccupante. Credo che la letteratura non possa evitare di occuparsi di quest’uomo ince
rto e titubante, così disorientato che non è neppure capace di riconoscersi, fino al punto di aver perfino perduto la propria identità.
XIII fermata: l’identità
Identità: un concetto chiave e una preoccupazione costante nella letteratura del Novecento. Si pensi a La coscienza di Zeno di Svevo, ai Sei personaggi di Pirandello, ai Finnegan’s Wake di Joyce o al Juan de Mairena di Machado e si pensi soprattutto a questa grande opera sull’identità che ci ha lasciato Fernando Pessoa. Con Pessoa il discorso si sposta radicalmente sulla finzione che presiede al fatto letterario. Nelle finzione letteraria, cioè nella creazione di personaggi inesistenti, in questa stravagante partita a tennis, nella quale la palla è lanciata solo dall’autore mentre il personaggio si trova dall’altra parte della rete, Pessoa ha accettato di giocare fino in fondo. Con lui la partita si è mossa nei due sensi. A un determinato momento, il personaggio, o per dire meglio, i personaggi che si trovavano dall’altra parte della rete, hanno risposto. E Pessoa, con lealtà, ha giocato la partita fino in fondo.
Capolinea: diritto di sognare
In conclusione, questo è l’uomo che la letteratura del Novecento e della nostra epoca ci affidano: un uomo solo e diviso, un uomo che sta solo con se stesso e che non conosce più se stesso, che è diventato irriconoscibile. Però, se è vero che la letteratura è una forma di ricerca, come io credo che sia, deve andare incontro all’uomo di oggi e cercarlo, deve seguirlo nel suo labirinto, deve accompagnarlo. E se la letteratura è una forma di conoscenza deve cercare di conoscere quest’uomo e di penetrare nel suo cuore di tenebra, scoprire i suoi desideri e i suoi sogni. Forse sarà una ricerca senza fine, perché forse la letteratura non è altro che un’illusione e forse ci offre solo l’illusione.
(16 novembre 2012)
MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.