TABUCCHI | Nelle fauci del Caimano

Antonio Tabucchi

, da MicroMega, aprile 2006

Il degrado, l’aria minacciosa, la volgarità, la paura, il buio che incombono su un paese si misurano soprattutto da come la sua classe politica e il sistema di comunicazione che la rappresenta reagiscono a un’opera dello spirito, a un’opera d’arte. A un romanzo, a un film. Nell’Italia democristiana, che pure non era – culturalmente parlando – l’America di Kennedy o la Francia di Pompidou, sebbene certi libri o certi film possano avere infastidito o irritato i poteri politici, mai tanto odio è stato riservato alla cultura come nell’Italia di oggi. Lo stesso odio del ventennio fascista, quello becero, canagliesco, triviale che ha accolto l’ultimo film di Nanni Moretti, Il Caimano. E un fiume di idiozie è traboccato da certa stampa e dal tubo catodico, accompagnato da lazzi, scomuniche, ingiurie, parole in libertà vetero-futuriste.

Ma quello che è singolare è che a questo fiume si è accompagnato un interrogativo dell’opposizione, a metà fra Amleto e Totò: il film di Moretti gioverà o nuocerà alle elezioni? Che è come dire: gioverà o nuocerà al mio partito? Questo film è opportuno?, si chiedevano smarriti certi funzionari di partito mentre la palpebra batteva rapida sull’occhio opaco. Quale angosciosa e fondamentale domanda!

Una domanda del genere non dovrebbe restare rinchiusa fra le pareti italiane, e non solo per il film di Moretti, ma per tutto quel cinema che ha fatto grande l’Italia nel mondo. Citando a caso: per Roma città aperta, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano, La dolce vita, Amarcord, Uccellacci e uccellini, Rocco e i suoi fratelli, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Le mani sulla città, Una vita difficile, I pugni in tasca, Tutti a casa, La battaglia di Algeri, Il conformista, Una giornata particolare, e la lista non finisce certo qui.

Ma come fare, come chiedere ai milioni di persone che grazie al nostro grande cinema si sono emozionate, hanno riso e pianto, hanno capito meglio se stessi e la vita, hanno ingrandito le loro menti e le loro coscienze, hanno arricchito il loro ingegno grazie a un «prodotto dell’ingegno» del nostro ingegno italiano, come chiedere una cosa del genere?
Ecco, i segretari dei partiti italiani, queste anime in pena, avrebbero gli strumenti per farlo. Potrebbero incaricare il portavoce italiano all’Onu o il nostro commissario europeo di porre al mondo la solenne domanda che li tormenta.
Potrebbero dire così: «Mondo, l’Italia (la classe politica italiana chiama se stessa Italia) è in preda a un grande tormento.

L’Italia, in questo storico momento, vuole sapere una cosa fondamentale. Se il cinema italiano, da Rossellini in poi, ha fatto del bene o ha fatto del male alle nostre elezioni. Insomma, questi film che ci hanno resi celebri nel mondo, nocquero o giovarono a Pella, a Fanfani, a Pacciardi, a Rumor, a Forlani, a Saragat, a Craxi, a Natta, a Macaluso? Perché, gentili cittadini del mondo, noi siamo convinti che quanto di italiano resterà nel mondo, nella storia, nella memoria dei popoli, non sono De Sica, Rossellini, Zavattini, Pasolini, Visconti, Petri, Monicelli, Rosi, Bertolucci, Risi, Pontecorvo e le loro storie pessimiste e disfattiste; ma sono Pella, Fanfani, Pacciardi, Rumor, Forlani, Saragat, Craxi, Natta, Macaluso. È grazie alle storie edificanti che ci hanno raccontato questi uomini che l’Italia merita di essere ricordata».

Intanto, si fanno i conti di cassa. Perché l’economia va male. Ma l’economia non è la contabilità, non è la partita doppia del libro di ragioneria. L’economia è profondamente legata alla società, fa parte dell’antropologia, del costume, del comportamento e dell’etica. È una scienza umana, non una tecnica. E se non si capisce questo non si capisce perché un paese nel quale da trent’anni i vertici, le istituzioni, il Potere inoculano nei cittadini l’idea che lo scopo supremo della vita è fare i soldi, e farli comecchessìa, perché con i soldi si compra tutto, sia diventato un paese di briganti, di spie, di sterminatori di famiglie, di nazisti in libera uscita, di mercenari decorati, di assassini di bambini. Questo è quanto ci fa capire il film di Moretti.

È il ritratto di un paese cattivo e suicida, un paese bacato, di «avvelenatori di pozzi» (Moretti), di desertificatori di coscienze, un paese dove il brutto è osannato e la volgarità resa obbligatoria per legge. Una radiografia che ha fatto imbestialire chi ha appestato l’Italia e che ha suscitato le perplessità dei prudenti medici che la vorrebbero curare e che disapprovano «perché demonizzando l’avversario lo si rende vittima» o che andranno a vedere il film solo dopo le elezioni (per timore di esserne influenzati nel voto?).

Intanto, nell’attesa di far «ripartire l’economia italiana», costoro possono godersi i culi siliconati delle televisioni del Caimano, le grinze liftate delle televisioni del Caimano, le parole dei servi del Caimano che ogni sera, per far del bene alle elezioni, organizzano i loro talk-show dove i dirigenti politici che temono il cinema sono stati ospiti per tutti questi anni, adeguandosi a un linguaggio imbalsamato fatto di cifre innocenti, mentre le nefandezze del Caimano erano graziosamente evitate, perché non bisogna demonizzare i caimani, altrimenti piangono.

Non hanno capito che la crisi dell’economia italiana sta proprio in quella roba lì, è prima di tutto una crisi culturale e morale. Come fa un’economia a funzionare se è l’espressione di una società malata, di una democrazia moribonda?

(25 marzo 2012)



MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.