Terre promesse, sogni e realtà
Gian Antonio Stella
, dal Corriere della Sera
«E tra loro un vescovo c’era / dando a tutti / la sua benedizion…». È probabile che Jorge Mario Bergoglio abbia nelle orecchie fin da bambino le note dolenti de «Il tragico naufragio del vapore Sirio», dedicato alla tragedia del bastimento affondato nel 1906 mentre navigava verso il «suo» Sudamerica. Canzone che sfuma narrando di José de Camargo Barros, il vescovo di São Paulo del Brasile che morì tra i flutti consolando gli altri poveretti. Scrisse il Corriere : «Il suo ultimo gesto, prima di incontrare la morte (…), fu di sacrificio, perché cedette il suo salvagente a un altro naufrago quando già erano in mare».
Sono anni che, sotto i nostri occhi, si ripetono quelle apocalissi vissute dai nostri nonni. Anni che siti come «fortresseurope» contano i morti ufficiali (poi ci sono quelli di cui non si sa nulla) inghiottiti dal Mediterraneo, saliti via via a 18.653. Anni che l’Onu, registrando 214 milioni di persone che vivono «altrove» rispetto al Paese natio («la patria è là dove si prospera», scrisse Aristofane) spiega come chi emigra in un Paese ricco incrementa mediamente di 15 volte il proprio reddito e abbatte di 16 la mortalità dei propri bambini. Anni che l’Alto Commissariato per i rifugiati denuncia che ogni giorno 23 mila uomini, donne, bambini sono costretti a lasciare la propria casa per mettersi in salvo da guerre, pulizie etniche, persecuzioni religiose o sessuali. Anni.
Ma ci voleva un Papa figlio di emigrati in Argentina, sulle cui rotte affondarono l’Utopia e il Sirio e il Principessa Mafalda e altri piroscafi carichi di italiani, per dare uno scossone all’indifferenza quotidiana non solo dell’Italia ma dell’Occidente. Certo, anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI («Quando si respingono profughi e immigrati non è forse Dio stesso a essere respinto da noi?») ci avevano provato. L’immagine di Francesco accanto a una croce fatta col legno colorato dei barconi degli immigrati, però, ha avuto ieri un impatto immenso. Deflagrante.
E quella immagine ha sottolineato parole dure come cazzotti. Contro i trafficanti di uomini «che sfruttano la povertà degli altri». Ma anche contro l’ipocrisia di chi, guardando un «fratello mezzo morto sul ciglio della strada» si gira dall’altra parte. Contro la «cultura del benessere» che «ci fa vivere in bolle di sapone» e ci ha portato alla «anestesia del cuore». Contro la «globalizzazione dell’indifferenza». Contro coloro che «nell’anonimato prendono decisioni socioeconomiche».
C’è chi dirà, come già è stato detto più volte in passato con parole spesso offensive, che è facile fare omelie ma governare un Paese e le sue paure è un’altra faccenda. Basti ricordare, al di là dei barriti di chi voleva sparare sui barconi o degli incitamenti a essere «più cattivi», una delle tante tesi: «Il principio dell’accoglienza è un principio cristiano, ma deve essere calato nella realtà». Traduzione: la politica deve fare altri conti.
È vero, perfino padre Enzo Bianchi ha ammesso il problema: «Occorre riconoscere che esistono dei limiti nell’accoglienza: non i limiti dettati dall’egoismo di chi si asserraglia nel proprio benessere e chiude gli occhi e il cuore davanti al proprio simile che soffre, ma i limiti imposti da una reale capacità di "fare spazio" agli altri, limiti oggettivi, magari dilatabili con un serio impegno e una precisa volontà, ma pur sempre limiti». E anche il Papa non ha invitato a spalancare le porte a tutti. Sa bene che certi generosissimi avventurismi potrebbero essere controproducenti. Il rispetto per le speranze, i sogni, i diritti, i lutti e i dolori degli altri, però, almeno quello è un dovere assoluto. Non solo dei cristiani.
(10 luglio 2013)
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