Tony Judt, idee per un secolo
Simonetta Fiori
E’ in libreria "Novecento. Il secolo degli intellettuali e della politica" (Laterza), un saggio-conversazione con il grande studioso inglese scomparso nel 2010. Sono pagine che coniugano il vissuto, la politica e la riflessione intorno al passato recente. Ne pubblichiamo un’anticipazione.
, da Repubblica, 10 novembre 2012
Un libro può essere tanti libri insieme, e questo è il caso di Thinking the Twentieth Century di Tony Judt, tradotto ora in Italia con il titolo di Novecento. Il secolo degli intellettuali e della politica (Laterza, pagg. 414, euro 22). Un racconto “parlato” che mescola autoritratto anche intimo, vicende storiche, geografie ideali e acuta fenomenologia dei maîtres à penser. E lo fa con naturalezza, come se la storia intellettuale del Novecento fosse già tutta dentro Judt, dentro la sua testa e in parte dentro la sua vita. Ma come sia entrata, e come ne sia uscita, è una domanda a cui non sa rispondere neppure il suo interlocutore Tim Snyder.
Il fascino del libro, che coniuga vissuto e mestiere di storico in modo molto più strutturato rispetto al precedente Chalet della memoria, è anche nella sua costruzione. Judt progettava di realizzare una storia intellettuale e culturale del pensiero sociale nel XX secolo quando fu colpito dalla Sla, malattia degenerativa che paralizza le mani per scrivere, ma non la testa. Il volume era già tutto nella sua mente, le biblioteche ideali già tracciate dalle ricerche precedenti, e non fu difficile per Snyder – giovane cattedratico di Yale e autore di un lavoro importante come Terre di sangue – convincerlo ad accettare un libro di conversazioni. S’erano conosciuti e reciprocamente apprezzati grazie al comune interesse verso l’Europa orientale. Nell’arco di otto mesi, dal gennaio all’estate del 2009, ogni giovedì Snyder è andato a trovarlo nella sua casa di New York. Man mano che la conversazione procedeva, la malattia progrediva in un crescendo drammatico. Prima la ventilazione meccanica, poi la sedia a rotelle elettrica, infine l’immobilità assoluta ad esclusione degli occhi e delle corde vocali. Per il lavoro potevano bastare. Mentre il corpo moriva, il pensiero continuava a infiammarsi, ostinatamente aggrappato alla vita.
È un bellissimo viaggio dentro una vita che pensa, questo Novecento di Judt. Un libro un po’ strano come piuttosto bizzarro è il suo autore, storico tra i più brillanti e riconosciuti ma mai acquietato fino in fondo. Nato nel 1948 in Inghilterra ma mai completamente inglese. Figlio di famiglia ebrea ma estraneo a quella comunità. Per un periodo sionista ma poi critico del sogno realizzato. Marxista riluttante e poi liberale dissidente grazie agli amici dell’Est. Blasonato professore di Oxbridge ma anche studioso ribelle e in qualche caso irrispettoso di convenzioni codificate. Intellettuale pubblico molto ascoltato in America e però allergico al mainstream della Grande Mela. Outsider – se ci si pensa bene – anche nella malattia. E in fondo l’unica volta che si è sentito insider accadde nei primi anni Ottanta in una cerchia di amici polacchi e cechi, per i quali «riformare il socialismo era come friggere palle di neve». Quanto di più outsider potesse esserci.
L’indole da irregolare è il filo rosso che attraversa le conversazioni di Novecento. Come a dirci che solo un’inquieta estraneità permette uno sguardo più libero sul secolo breve. Un pluralismo interpretativo – esercitato nel suo celebre Dopoguerra – che non impedisce a Judt di essere uno storico opinionated, ossia segnato da una visione precisa, e anche influenzato pur in modo non meccanico da pezzi importanti del suo vissuto personale. «Uno storico senza opinioni non è molto interessante», si difende lui. Ed è anche la sapidità dei suoi giudizi a rendere viva la riflessione, lame dirette su se stesso e sui fenomeni culturali da lui studiati o personalmente vissuti. E al di là dei grandi profili intellettuali del Novecento – già analizzati in un saggio controcorrente come Past Imperfect o in The Burden of responsability: Blum, Camus, Aron and the French Twentieth Century –, e al di là delle potenti correnti ideali che attraversarono un secolo tumultuoso, quel che cattura il lettore di oggi è il disincanto ironico con cui Judt ritrae le convenzioni accademiche intercettate a Cambridge e a Oxford («per essere ben introdotti bisogna saper conversare senza aggressività, avere un’aria ben calibrata di noncuranza»), la spocchia dei savants francesi («petto incavato e ipertrofia dell’ego») e il conformismo progressista di Berkeley nel campo più distorto della storia sociale («ma come si fa a ridurre la Rivoluzione francese a una rivolta di genere?»), un “territorio intellettualmente disonesto” in cui però egli stesso era rotolato per colpa di un amore sbagliato. E certo non è sospettabile di prudenza quando liquida le star dell’opinionismo contemporaneo, dall’ubiquo Zizek («in realtà non esiste») al commentatore del New York Times David Brooks («non sa nulla») all’influente firma di Thomas Friedman («la sua posizione sulla guerra in Iraq fu spregevole»), tutti intellettuali globali di cui sospetta l’inconsistenza.
Ma qui siamo già scivolati nel nuovo secolo, e Judt sa bene che quelli come lui sono una razza minacciata dall’estinzione. «Affidiamo un messaggio alle onde nella tenue speranza che la bottiglia venga raccolta. Ma per gli intellettuali, scrivere e parlare in piena cognizione della propria influenza limitata, è un’impresa curiosamente sterile. Eppure è il meglio a cui possiamo aspirare». Intellettuali come naufraghi, che però nella tempesta resistono. Sfidano il cataclisma ricorrendo all’eredità più nobile del Novecento. E invocano una società più giusta, come fa l’autore di questo saggio nella pagina che qui sotto anticipiamo. È anche questo, in fondo, l’ultimo messaggio del guerriero Judt, lanciato con caparbia dalla maschera di un respiratore.
IL WELFARE CONTRO LA PAURA
di Tony Judt
Siamo ripiombati in un’epoca di paura. Svanita l’idea che le competenze grazie alle quali hai abbracciato una professione o hai intrapreso un’attività lavorativa siano quelle utili per l’intera vita professionale. Svanita la certezza di potersi ragionevolmente attendere una pensione soddisfacente in seguito a una carriera fortunata. Tutte queste inferenze dal presente al futuro, che caratterizzarono la vita americana ed europea nei decenni del dopoguerra, sono state spazzate via.
(…) Mi pare che la recrudescenza della paura, e le conseguenze politiche che evoca, offra gli argomenti più solidi che si possano addurre in favore della socialdemocrazia: sia come protezione degli individui contro minacce reali o immaginarie alla loro sicurezza, sia come protezione della società contro minacce molto probabili alla sua coesione da un lato, e alla democrazia dall’altro. Va ricordato che, soprattutto in Europa, coloro che riescono a sfruttare con maggior successo tali paure – la paura degli stranieri, degli immigrati, dell’incertezza economica o della violenza – sono in primis i politici tradizionali, vecchio stampo, demagogici, nazionalisti e xenofobi.
(…) Il ventesimo secolo non è stato necessariamente come ci hanno insegnato a vederlo. Non è stato, o non solamente, la grande battaglia tra la democrazia e il fascismo, o tra il comunismo e il fascismo, o tra la sinistra e la destra, o tra la libertà e il totalitarismo. La mia impressione è che per gran parte del secolo scorso ci siamo dedicati a dibattiti, espliciti o impliciti, sull’ascesa dello Stato. Che tipo di Stato volevano le genti libere? Che cosa erano disposte a sacrificare per averlo e quali finalità desideravano che perseguisse?
In questa prospettiva, i grandi vincitori del ventesimo secolo sono stati i liberali dell’Ottocento, i cui eredi hanno creato lo Stato sociale in tutte le sue mutevoli forme. Hanno realizzato qualcosa che, sino alla fine degli anni Trenta, pareva quasi inconcepibile: hanno forgiato Stati democratici e costituzionali forti, economicamente interventisti e con imposte elevate, capaci di includere società di massa complesse, senza fare ricorso alla violenza o alla repressione. Sarebbe avventato rinunciare a questa eredità con leggerezza.
La scelta con cui si confronterà la prossima generazione non sarà quindi tra il capitalismo e il comunismo, o tra la fine della storia e il ritorno della storia, ma tra la politica della coesione sociale basata sugli scopi collettivi e l’erosione della società per mezzo della politica della paura.
(10 novembre 2012)
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