Troppo di destra, troppo di sinistra
Marco d'Eramo
, da "il manifesto", 21 gennaio 2010
Per Barack Obama non c’era modo peggiore di festeggiare il primo anniversario del suo insediamento (il 20 gennaio 2009) come 44° presidente degli Stati uniti. Solo dodici mesi sono trascorsi, e sembra un secolo. Obama è oggi vittima delle esagerate, persino messianiche attese di cui era stato investito. «Non posso risolvere da solo il problema della fame nel mondo», ha scherzato un giorno Obama. Ma resta il fatto che le aspettative c’erano, e fortissime. E sono andate deluse. La prova più chiara ne è la bruciante sconfitta in Massachusetts, dove i democratici hanno perso il seggio vacante che era stato di Ted Kennedy per più di quarant’anni, e ancora prima di suo fratello John.
L’ultima volta che i cittadini del Massachusetts avevano inviato un repubblicano al Senato di Washington era stato nel 1972, quando avevano eletto Ed Brooke, un afro-americano liberal che si opponeva a un democratico conservatore. Martedì invece il repubblicano Scott Brown ha battuto la democratica Martha Coakley per 52 a 47%: nel novembre 2008 il Massachusetts aveva votato per Obama al 62%! Peggio ancora: fino a un mese fa Brown era uno sconosciuto, l’elezione suppletiva sembrava una formalità e nei sondaggi la candidata democratica aveva 20 punti di vantaggio.
Che è successo? Come è potuto avvenire che il Massachusetts abbia votato per un repubblicano che nega che l’affogamento simulato sia una tortura? Nel rispondere, ognuno tira a sé la sua coperta: la sinistra sostiene che Obama non è stato abbastanza di sinistra; la destra dice che è stato troppo di sinistra e non abbastanza moderato; e gli «osservatori imparziali» notano che l’onda antipolitica che nel 2008 aveva giocato a favore di Obama, ora gli si è rivoltata contro. Il furore anti-establishment aveva colpito Bush, ora sono i democratici a detenere (quasi) tutte le leve del potere e diventano loro i bersagli dell’ira popolare. Paradossalmente, hanno ragione tutti: sinistra, destra e «imparziali».
Sui tre più importanti dossier del suo primo anno di presidenza – la politica economica per far fronte alla crisi, la guerra e la riforma sanitaria -, Obama si è situato in un «centro» teorico, immaginario, in realtà ugualmente equidistante ed equi-aborrito da tutti.
Versante economia, Obama ha fatto infuriare i repubblicani perché con il piano di stimolo ha dilatato a dismisura la spesa pubblica (anche se non poteva far altro, e se a far esplodere per primo la spesa pubblica era stato George W. Bush). Ma ha irritato anche i progressisti perché ha dato ai banchieri tutto quel che volevano, mentre quasi nulla ha fatto per rilanciare l’occupazione (ma ha limitato i licenziamenti, soprattutto da parte degli stati e degli enti locali).
Sulla guerra, ha tradito la sua base pacifista per aver scambiato una guerra (in Iraq) con un’altra (in Afghanistan). Ma, ancora una volta, non ha convinto i repubblicani perché ha posto un limite temporale molto ristretto al dispiegamento di nuove truppe.
Infine, sul tasto più dolente, sulla riforma sanitaria, Obama è addivenuto ai compromessi più indecenti per attirare qualche transfuga repubblicano: invano. I repubblicani hanno continuato a dipingerlo come un discendente di Stalin (quando non di Hitler), come un «socialista», o «nazionalsocialista», mentre la sua base è stata alienata dall’abbandono di qualunque misura progressista: la riforma approvata dal Senato è più a destra non solo di quella proposta da Bill Clinton nel 1993, ma anche di quella sostenuta dal repubblicano Richard Nixon nel 1971.
Per inciso, il Massachusetts è uno dei pochi stati ad avere già ora una copertura sanitaria universale (fu approvata dal governatore repubblicano Mitt Romney) e il vincitore di martedì, Scott Brown, fiero oppositore della riforma di Obama, aveva votato nel 2006 a favore della sanità per tutti nel suo stato (questa è anche la ragione per cui tanti democratici del Massachusetts non sentono nessun bisogno della riforma di Obama).
A questi tre dossier dolenti si sono aggiunti altri segnali, come la composizione dell’équipe di governo, sintetizzata dal capo dello staff della Casa bianca, Rahm Emanuel, il cui motto emblematico è: «In politica di non negoziabile vi è solo una cosa, ed è il successo». Quindi in politica si può cedere tutto, svendere tutto, pur di riuscire. Ma questa è anche un’ottima ricetta per fallire.
Così, agli occhi dell’opinione pubblica la figura di Obama ha subìto una progressiva metamorfosi, da geniale politico innovatore a politicante consumato ma prudenzio. E già si discetta sul prosieguo. Ora che i democratici non hanno più i 60 senatori che li pongono al riparo dall’ostruzionismo repubblicano, riuscirà la pasticciatissima riforma sanitaria ad andare in porto oppure no?
Le scommesse sono aperte. Più prosaicamente, se la stanno facendo sotto tutti i deputati e il terzo dei senatori democratici che fra dieci mesi dovranno affrontare la rielezione. Ma, da qui a novembre, per Obama l’essenziale non è l’Afghanistan, e neanche la riforma sanitaria. È il mercato del lavoro. Se le assunzioni ripartono, se i disoccupati calano, allora miracolosamente i sondaggi risaliranno per i democratici. In caso contrario, sarà la débacle, al cui confronto impallidirà l’ondata repubblicana del 1994 che legò per sempre mani e piedi a Clinton.
(21 gennaio 2010)
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