Tutti in piazza! Il ritorno dell’Agorà

Angelo d’Orsi

Anticipiamo il testo della relazione di Angelo d’Orsi che aprirà la IV Edizione delle Settimane della Politica, da oggi al 25 maggio all’Università di Torino, dedicata al tema "Agorà. Il ritorno della Piazza". Qui il programma della manifestazione, trasmessa anche in diretta streaming. Alle 15 di oggi l’intervento del direttore di MicroMega Paolo Flores d’Arcais su "Democrazia e domanda di partecipazione".



"Una immensa tristezza invade i nostri animi, se riflettiamo sull’orrore di questa situazione italiana e sull’avvenire che si prepara al popolo. Il popolo italiano è destinato dalla storia a soffrire più degli altri per la sua emancipazione, è destinato a imparare soffrendo, e ad arrivare fino alla giustizia attraverso gli episodi più mostruosi e sanguinosi di ferocia e di crudeltà. Ma questa persuasione, materiata di tristezza e di amarezza, non determina in noi un qualsiasi avvilimento o un qualsiasi ripiegamento della volontà: sta in noi, è nostro dovere, è nostra missione storica rivelare e organizzare le energie sane e robuste del nostro popolo, e noi compiremo questo nostro dovere fino in fondo, fino all’ultimo respiro. Tanto meglio e tanto più tenacemente lo compiremo in quanto, nel disorientamento e nella confusione universale, riusciamo, perché comprendiamo, a mantenere intatta la nostra serenità e la nostra fede".

Così Antonio Gramsci, ne «l’Ordine Nuovo», il 25 marzo 1921, commentando il terribile attentato al Teatro Diana di Milano, che fece 21 morti e un centinaio di feriti: l’articolo di Gramsci si intitola Terrore e orrore, e ritengo che sia difficile trovare parole più precise per riferirsi ai fatti di Brindisi di sabato 19 maggio. Terrore e orrore è quello che noi, con tutti gli italiani e le italiane per bene (che sono la grande maggioranza di questo Paese), abbiamo provato davanti alle immagini e alle parole e alle notizie da Brindisi, anche se non abbiamo avuto la strage, ma l’intento di chi ha messo la bomba e azionato il suo comando era quello. E poi, andiamolo a dire ai genitori di quelle fanciulle, che “per fortuna” le vittime sono poche…

Ma, accanto alla pietà per quelle fanciulle ignare e innocenti, insieme alla solidarietà alle loro famiglie, alla scuola Morvillo Falcone, e a tutto il sistema formativo italiano – dalle Materne alle scuole di specializzazione universitaria – da troppo tempo sotto attacco, purtroppo sovente anche da parte dello stesso potere che dovrebbe valorizzarlo e proteggerlo, vogliamo esprimere fermezza e impegno, e, raccogliendo l’insegnamento gramsciano, intendiamo «nel disorientamento e nella confusione universale […] mantenere intatta la nostra serenità e la nostra fede».

E passo, per il vero incipit della mia Prolusione, ad un’altra citazione, scusandomi per la lunghezza, ma meglio dare la parola al suo autore che farvi intrattenere dal modesto chiosatore:

"Il pericolo della libertà moderna è che, assorbiti nel godimento della nostra indipendenza privata e nel perseguimento dei nostri interessi particolari, noi possiamo rinunciare troppo facilmente al nostro diritto a partecipare al potere politico.
I depositari dell’autorità non mancano di esortarci a ciò. Sono tanto disposti a risparmiarci ogni sorta di pena, eccettuata quella di obbedire e di pagare! Essi ci diranno: quale è in fondo lo scopo dei vostri sforzi, il motivo dei vostri lavori, l’oggetto di tutte le vostre speranze? Non è la felicità? Ebbene lasciateci fare e ve la daremo. No, Signori, non lasciamo fare; per quanto commovente sia un così tenero interessamento, preghiamo l’autorità di restare nei suoi confini: si limiti a essere giusta, noi ci incaricheremo di essere felici.
Potremmo essere felici se i nostri godimenti fossero separati dalle garanzie? E dove troveremmo queste garanzie se rinunciassimo alla libertà politica? […]
D’altronde, Signori, è dunque vero che la felicità, quale che possa essere, sia il fine unico del genere umano?In questo caso il nostro cammino sarebbe davvero ristretto e il nostro destino ben poco elevato.[…]
No, Signori, chiamo a testimone la parte migliore della nostra natura, questa nobile inquietudine che ci perseguita e ci tormenta, questa brama di estendere le nostre conoscenze e di sviluppare le nostre facoltà; non alla sola felicità, ma al perfezionamento ci chiama il nostro destino; e la libertà politica è il mezzo più energico e possente di perfezionamento che il cielo ci abbia dato.
[…] I nostri concittadini di tutte le classi, di tutte le professioni, uscendo dalla sfera dei loro lavori abituali e della loro industria privata si trovano subito al livello delle importanti funzioni che la Costituzione affida loro e scelgono con discernimento, resistono con energia, scoraggiano l’astuzia, sfidano la minaccia, resistono nobilmente alla seduzione. […]
L’opera del legislatore non è affatto completa quando ha soltanto reso tranquillo il popolo. Anche quando il popolo è contento, resta ancora molto da fare. Occorre che le istituzioni completino l’educazione morale dei cittadini. Mentre rispettano i loro diritti individuali e tutelano la loro indipendenza esse debbono tuttavia consacrare la loro influenza sulla cosa pubblica, chiamarli a concorrere con le loro deliberazioni e con i loro suffragi all’esercizio del potere, debbono garantir loro un diritto di controllo e di sorveglianza tramite la manifestazione delle loro opinioni […]".

Qualcuno, forse molti, in questo nostro contesto accademico e di appassionati alla nobile arte, la politica, avranno riconosciuto il celebre discorso tenuto nel 1819 da Benjamin Constant a Parigi. Constant, uno dei padri del moderno liberalismo, accanito teorico della libertà degli individui, e fervido sostenitore del sistema rappresentativo, ci invita non solo a non dimenticare, l’importanza della dimensione politica nella nostra esistenza, ma direttamente a esercitare funzioni di controllo dell’operato della classe politica, partecipando all’agorà. Insomma, aggiungendo, non sostituendo, alla “libertà degli antichi” – la libertà politica, quella della partecipazione all’agorà, per l’appunto, e dunque alle deliberazioni comuni sulla vita della città – la libertà dei moderni, quella somma di possibilità di “farci i fatti nostri”, di scegliere un vestito o una fede, un programma tv o un giornale, di viaggiare, di decidere i nostri comportamenti privati su ogni piano… Tutto ciò, disinteressandoci della dimensione collettiva, della proiezione pubblica delle nostre persone individuali. Insomma, il gentiluomo Constant, questo liberale svizzero, due secoli fa ci invita a non dimenticare quanto sia essenziale dare un fine più nobile al nostro passaggio sulla Terra; un fine che non può essere il mero soddisfacimento delle pulsioni e passioni, anche se lo chiamiamo con l’altisonante nome di felicità. Il fine rimane comunque il bene comune, l’interesse generale, lo stare il meglio possibile insieme nei confini della polis, che sia la città, la regione, lo Stato nazione, lo Stato sovranazionale…

Un secolo e mezzo più tardi, un ragazzo, alla vigilia della fucilazione, dopo esser stato torturato dai suoi carcerieri, nazifascisti, scriveva:

Tutti i giorni ci hanno detto che la poli
tica è lavoro di “specialisti” […]. Credetemi: la cosa pubblica è noi stessi. […]. Appunto per questo dobbiamo curarla direttamente, personalmente, come il nostro lavoro più delicato e importante.

Si chiamava Giacomo Ulivi, quel giovane – che disse addio alla vita a 19 anni – e ce lo richiama oggi, uno dei nostri relatori, Paolo Flores d’Arcais, nel primo capitolo di un piccolo libro appena edito (Democrazia!), in una felice coincidenza con la nostra manifestazione. Forse non tutti condivideranno la sua apologia della democrazia, una democrazia autentica, senza se e senza ma, una democrazia che sia la coniugazione perfetta di uguaglianza e libertà (a cominciare dal sottoscritto, il quale ritiene che il vero motore propulsivo della democrazia sia non la libertà, bensì precisamente la democrazia: e del resto questo lo osservava già, nel 1835, un conservatore aristocratico come Tocqueville, che al grande fiume della democrazia, anzi della rivoluzione democratica, riteneva inevitabile arrendersi, onde – questo forse il suo retropensiero – evitare di peggio: le rivoluzioni egualitarie vere e proprie). La democrazia, peraltro, non è senza ragione che nasca, termine e concetto, nel momento stesso in cui nasce la politica. E nascono come si sa (ma come a quanto pare stiamo dimenticando), nella Grecia dei nostri progenitori, a cui oggi stiamo voltando le spalle. In quella civiltà che ha generato l’Europa fin dal suo nome, e dal mito che ce lo consegna. Non è casuale che in questa Edizione abbiamo ben due ospiti provenienti da quella terra che è la madrepatria ideale di noi tutti, quanto meno della gran parte di noi europei, quelli che si riconoscono in certi valori.

Naturalmente sappiamo bene che la democrazia ateniese era una falsa democrazia, ma anche in negativo di là, da quei progenitori lontani, ci giunge un insegnamento: non è la democrazia dei pochi, che ci interessa, ma il modello di un potere che nasca dal popolo, di una forma di governo basata sull’uguaglianza di coloro che vi sottostanno, in quanto hanno contribuito a definirne il sistema delle leggi, secondo una definizione che Jean Jacques Rousseau, non a caso grande ammiratore delle antiche repubbliche, ci ha consegnato. Un sistema democratico come sistema nel quale ciascuno unendosi ai suoi concittadini, e rinunciando in linea di principio a una fetta di libertà, in vero non obbedisca che a se stesso e resti perciò libero. Lo stesso Rousseau, peraltro, consapevole dell’inganno della democrazia di una polis in cui un pugno di persone gestiva la cosa pubblica, godendo della piena libertà, mentre agli altri – semicittadini o schiavi o donne… – non rimaneva che la libertà dell’obbedienza, e la stessa agorà, anche nello spazio minimo della polis, vedeva una partecipazione in vero limitata dei cittadini che ne avevano diritto. Ma il modello rimane formidabile. E suggestivo.

Democrazia diretta, quella della piazza, dunque, democrazia che tutti ci dicono oggi essere impraticabile e non soltanto per ragioni logistiche: siamo condannati dunque alla rappresentanza? Anche quando i meccanismi siano inaccettabili, come l’attuale legge elettorale nazionale, o come la pure osannata da tanti legge per l’elezione dei sindaci (che ha cancellato in pratica il potere dei Consigli comunali e ridotto fortemente anche quelli delle Giunte, accentrando enormemente il potere nelle mani di uno solo). Siamo quindi condannati a cedere il nostro diritto di partecipare, di dire la nostra, di proporre soluzioni ai problemi collettivi, di denunciare disfunzioni, errori, corruzione, crimini dei governanti? Non sarebbe tragica, questa rinuncia, se nelle nostre democrazie funzionassero perfettamente due istituti, uno formale – l’Ordine giudiziario, la Magistratura – e uno sostanziale, l’opinione pubblica, ossia la stampa e i media in genere, e oggi, il gigantesco strumento della Rete, in particolari delle Reti Sociali.

Come dire, davanti ai rischi di un Legislativo inefficiente e corrotto (il potere Primo), di un Esecutivo che ne è espressione (il Potere secondo), devono funzionare perfettamente il Terzo e il Quarto potere. Funzionare significa essere assolutamente indipendenti e liberi. Ma oggi non è così o è così solo talvolta e lo è poco qui da noi, specie per quanto riguarda l’indipendenza dei media. E i tentativi di ingabbiare l’uno, il potere giudiziario, e di controllare l’altro, il potere dell’informazione, sono sotto i nostri occhi: certo non solo in Italia, anche se siamo all’avanguardia su questa strada pericolosa.

Perciò, la riemersione della Piazza, il ritorno dell’agorà, distinta e magari anche distante, dalle istituzioni, talora contrapposta ad esse, è un fatto che appare rilevante da ogni punto di vista. Di piazza e di popolo, spesso intesi a torto o ragione come sinonimi, si parla molto negli ultimi tempi: è stata proprio la Piazza a risvegliare il Palazzo, suscitando inquietudine in esso, e talora costringendo il ceto politico a cambi di rotta, o quanto meno a tener conto delle istanze che dalla piazza appunto provenivano. I referendum di giugno 2011, le primarie del Centrosinistra sempre del 2011, e le successive elezioni amministrative, nonché quelle ancora in corso nei ballottaggi, le grandi manifestazioni di massa – le donne del “Se non ora, quando?”, in primis; e non casualmente abbiamo dedicato una intera sessione al nuovo protagonismo femminile, a quella che abbiamo chiamato “la piazza rosa” –, le azioni diffuse del Movimento No Tav, forse il primo vero movimento glocal italiano, che ha mostrato il significato generale e non solo nazionale, della battaglia considerata da tanti commentatori disinformati e politici distratti, l’emergere di nuovi movimenti di protesta, il consolidarsi, attraverso la piazza fisica e quella virtuale di un fenomeno che può piacere o meno, come il Movimento 5 Stelle, la crescita esponenziale delle reti sociali e il proliferare di programmi radiotelevisivi di infotainment, o di talk show di contenuto sociale e politico, ed altro ancora: tutto ciò ci ha indotto ad accendere i riflettori sulla piazza. Fisica e virtuale, urbana e televisiva, e metteremo sotto la nostra specola osservativa l’una e l’altra.

Il potere istituzionale, e i media corrivi ad esso, stanno ripetendo, con semplicismo o con un po’ di malafede, che quella della piazza non è politica, che è altro. E che quell’altro è pericoloso, o nella migliore delle ipotesi, è cosa da porre sotto osservazione, con la dovuta diffidenza, tenendola però alla larga, pronti ad abbattere il braccio violento della legge, magari sostenuto da quello immateriale dei media.

Ci diranno, e ci hanno detto: “la piazza c’è sempre stata”. E anche nel dibattito politico e giornalistico non da oggi, né da ieri, sentiamo parlare, sovente citando Pasolini, di Piazza versus Palazzo; e il richiamo “Tutti in piazza!” è sicuramente vecchio, e ci ricorda che esiste un popolo, sovrano e signore della città, e che quel popolo può fare la differenza, può far non solo cadere governi locali e nazionali – basti ricordare il caso di Parma, degno di finire non solo nelle cronache politiche, ma nelle ricostruzioni storiche come esempio di una Piazza che si riprende il potere, e detronizza un capo. Del resto, ben altri esempi ci offre la piazza: esempi di partecipazione diretta alla vita della polis, esempi di azione di pressione sulle istituzioni affinché si avvicinino alla cittadinanza, o si pongano almeno all’ascolto delle sue esigenze; ma sono esempi anche di moti di popolo, che possono sfoci
are in insurrezioni e sommosse. Scriveva qualcuno nel 1930:

"Basterebbe che una sera, all’uscita, la maestranza di un solo grosso stabilimento si incolonnasse e muovesse verso il centro cittadino, decisa a farla finita, perché la rapida liquidazione del fascismo si avverasse. Perché ciò non avviene? | Perché gli operai si sentono isolati, dispersi, sfiduciati. Sono stati quasi tutti colpiti singolarmente e vivono ormai sotto l’impero del terrore o nella più supina delle rassegnazioni. Se avessero un istante solo coscienza della forza che rappresentano uniti, la vittoria sarebbe già nelle loro mani".

Era, quel qualcuno, Carlo Rosselli. Si era in pieno fascismo. Situazione assai diversa quella del nostro tempo presente, anche se le analogie non ci sfuggono. E anche oggi vediamo tante e tante persone, non solo operai e operaie, sfiduciate, disperse, isolate. Oggi ci si può e deve chiedere: la piazza può essere ancora il luogo della rinascita della cittadinanza autentica? E può essere il mezzo che cancella i tiranni? O comunque il motore del cambiamento sociale? A quanto pare, sì. Sono e restano le piazze le sole autentiche protagoniste delle rivoluzioni. E in tal senso il potere della piazza è enorme, e lo abbiamo visto, nelle sue vittorie e nelle sue sconfitte (come quella clamorosa mondiale contro la guerra che si annunciava in Iraq da parte di GWB, malgrado oltre cento milioni di persone in ogni Paese della Terra avessero urlato il loro no, nel febbraio 2003). Potere, forse piuttosto una potenzialità latente, quella della piazza, che di tanto in tanto si manifesta esprimendosi in molte forme, e sotto ogni forma di regime politico, dall’autocrazia alla democazia, con una creatività sbalorditiva.

I flash mob, che a loro volta si esprimono all’insegna della più larga inventiva, le occupazioni volanti e quelle permanenti, i blocchi stradali e ferroviari, le irruzioni nelle sedi del potere finanziario e politico, i girotondi, i caroselli, le scalate alle ciminiere delle fabbriche o alla torri di controllo, gli autoincatenamenti ai cancelli di aziende, le lezioni di docenti sotto gli occhi di cittadini prima stupefatti poi incuriositi infine interessati… Azioni talora al limite della legalità, altre volte oltre quei limiti, ma di regola nonviolente , spesso colorate, spettacolari, sorridenti. I muscoli che la piazza mostra non sono sempre bicipiti e tricipiti, ma l’orbicolare, il risorio, il massetere, ossia quei muscoli che regolano il movimento delle labbra che chiamiamo sorriso; un sorriso che talora rompe anche la maschera di durezza dello “sbirro”, come dimostra una straordinaria istantanea di un sorriso scambiato fra un carabiniere e un manifestante in Val di Susa, una fotografia che ha avuto un incredibile successo sulla Rete, il che già di per sé significa molto: significa che in fondo c’è volontà diffusa proprio nel popolo che abita le piazze virtuali e che sovente è quel medesimo popolo che troviamo negli spazi urbani, di incontro più che di scontro, di confronto più che di conflitto militare.

Una volontà che, va anche precisato subito, non sembra molto sentita dal ceto politico: basti l’esempio TAV, rispetto a cui la capacità di ascolto della classe politica, locale e nazionale, è vicina allo zero assoluto: a Torino è in corso una mobilitazione che ha scelto una denominazione efficace e significativa: Ascoltateli! La piazza, in primo luogo, è il momento della richiesta di ascolto. E scendere in piazza, diciamolo una volta per tutte, non significa, se non per taluno, in determinate circostanze, andare in guerra. Significa fare politica, significa una riappropriazione della politica genuina, dal basso, di quella che chiamiamo politica partecipata, con una ridondanza che la dice lunga sulla perdita ormai acquisita del senso primo della politica stessa, intesa come partecipazione alla vita collettiva, per affrontare e risolvere insieme i problemi della comunità.
Le piazze sono le masse, dunque, ma sono anche i piccoli gruppi diffusi. Le piazze sono le moltitudini possenti e sono le folle anonime. Ma le piazze sono le tante infinite agorà in cui gli abitanti delle polis decidono di diventare cittadini nel senso alto e pieno del termine. Sono dunque le piazze i luoghi della cittadinanza per antonomasia.

Naturalmente, sappiamo che nella piazza – in seno alle sue moltitudini feconde – possono annidarsi nuclei di violenza organizzata, che tuttavia non solo costituiscono fenomeni marginali in termini numerici, ma sono assolutamente irrilevanti sul piano politico, eppure sono in grado di attirare l’attenzione mediatica più di ogni altro elemento, anche quelli più qualificanti. La tentazione della violenza serpeggia, oggi più che mai, in fasce non piccole del popolo degli indignati, i quali peraltro rappresentano la maggiore novità della piazza che si fa politica degli ultimi anni. Il fenomeno a catena delle occupazioni dei luoghi simbolo del potere – economico, finanziario, politico, mediatico – è direttamente legato al movimento internazionale degli indignati, che qui sono rappresentati da alcuni protagonisti e raccontati da studiosi-testimoni greci e spagnoli.

Anche su di loro, gli indignati, ci sono forse equivoci e semplificazioni. Indignati non sono semplicemente coloro che vanno in piazza, appunto, a gridare la loro indignazione, ma anche a portare le loro richieste concrete, ad avanzare coralmente proposte; le piazze a ben vedere, tranne che quando esplodono nell’azione devastante e creativa della rivoluzione, sono un usbergo contro la violenza dei singoli. Non è casuale che le grandi organizzazioni di massa come i sindacati abbiano svolto sempre un ruolo importante per disciplinare le masse, evitando le derive e le azioni sconsiderate. Perciò non si poteva non dare nella nostra rassegna uno spazio adeguato alla Piazza del Sindacato. La piazza sindacale, rappresenta d’altronde, tradizionalmente, lo spazio quasi riservato dei lavoratori, i quali, difendendo i propri interessi, in realtà individuano un interesse generale e lo perseguono, a beneficio della collettività.

Le rivoluzioni, ricordiamolo, sono cose serie e non si scimmiottano: si fanno. E si fanno quando le situazioni storiche le impongono e quando sussistano soggetti sociali collettivi formati ed avanguardie politiche adeguate. Il resto è sfogo, è parodia, è cieca violenza distruggitrice, è gioco pericoloso. Alla violenza, tema oggi di nuovo attualissimo, purtroppo, dedichiamo uno specifico incontro, che vede la presenza di un magistrato, fine giurista come Livio Pepino.

Tutto questo, violenza compresa, ha a che fare con una realtà tale da tempo immemorabile; eppure oggi la piazza esercita un ruolo nuovo, la sua forza attrattiva e insieme espansiva appare in crescita, in parallelo col venir meno della forza delle istituzioni. Le quali, semplicisticamente, per bocca dei loro rappresentanti e soprattutto con la penna di commentatori facili alla sentenza, quanto esitanti nelle analisi serie, hanno bollato col marchio che vorrebbe essere infamante di “antipolitica” tutto quanto nasce non nel Palazzo, ma appunto nella Piazza. Ossia di quelle azioni, di quelle parole, di quelle iniziative che non siano parto di una segreteria di partito, di una intervista di un leader, di una riunione dei “vertici”. La piazza, in fondo, è la base: certo, esiste la piazza manipolata, la piazza corriva, la piazza del demagogo e quella del tiranno. La romana piazza Venezia brulicante di corpi, con braccia tese nel cosiddetto “saluto romano” è una delle più inquietanti icone del nostro tempo.

Ma ancor pi&ugr
ave; numerosi sono coloro che in piazza non vanno, e che coltivano la loro rabbia in silenzio, in una esistenza che la crisi sta rendendo giorno dopo giorno più dolorosa e priva di dignità: sono loro, i veri indignados, coloro che tra poco, di questo passo, se la crisi continuerà a colpire selettivamente – colpire gli strati subalterni e risparmiare quando addirittura non arricchire ulteriormente gli strati dominanti – , e se non troveranno forme organizzate, che siano i movimenti o i partiti rinnovati, in grado di convogliare questa rabbia in azioni politiche, anziché assalendo i municipi, e le prefetture, bruciando gli archivi, le secondo le tradizioni canoniche della sommossa popolare. La politica serve anche a impedire queste derive: la politica che, non dimentichiamolo, nasce, in quella antica Grecia fin qui evocata, coma arte della convivenza nella città. E dove non c’è politica, sorge il conflitto, c’è polemos: o politica o guerra, insomma. Certo il conflitto è anche politica, ne fa parte, ma non il conflitto armato, la guerra che vuole «spegnere» per usare il tremendo, efficacissimo termine di Machiavelli, l’avversario trasformato in nemico. L’imbarbarimento cui assistiamo nella nostra vita politica è anche questo.

Perciò riteniamo importante non solo “parlarsi”, come si suol dire, ma fornire elementi di conoscenza, che facciano alzare il livello dell’analisi dalla chiacchiera allo studio. Perciò le nostre Settimane della Politica, luogo e momento in cui l’Università – ossia il luogo e il motore per eccellenza del sapere critico, della libertà della ricerca, dell’indipendenza della cultura – si apre alla società per dare e ricevere.

E le piazze di cui parleremo sono quelle di casa nostra, ma sono anche quelle spagnole e greche, sono le piazze del Nordafrica e del Vicino Oriente (ne parleremo tra gli altri con un esperto come Angelo Del Boca); sono le tante persone che si “agitano”, studiano, si organizzano (un trittico gramsciano, per chi non l’avesse colto), per battaglie a breve e medio e lungo termine: sottolineo, tanto più in un momento in cui una nuova tragedia ha colpito il Paese, devastando borghi dell’Emilia, la sessione sulla difesa dell’ambiente e del territorio (con la partecipazione di un grande urbanista come Vezio De Lucia); le persone che “scendono in piazza”, dicono spesso dei “no”, ma sanno anche proporre soluzioni, indicare alternative alle scelte di governanti e amministratori…

Inventano, insomma, un’altra politica: e non posso non ricordare l’attenzione che dedichiamo agli elementi positivi e propositivi, in specie nella sessione “Dalla protesta alla proposta”, dove si toccherà il tema affascinante e nuovo delle occupazioni creative dei luoghi di cultura condannati e ricuperati contro gli intendimenti distruttivi del potere politico o economico. Ad essa, alla politica “altra” che sgorga dalla Piazza, in definitiva, questa IV Edizione delle Settimane della Politica, mira a dare udienza, ritenendo che sarebbe un errore condannare la Politica a causa dei politici e politicanti squalificati, corrotti, o peggio, in un processo di decadenza che ormai si manifesta in forme grottesche; ma, anche se è difficile resistere alla tentazione di ridere clamorosamente davanti alle notizie di una cronaca che oscilla tra dramma e pochade, non possiamo smettere di fare politica, e di lavorare per un’altra politica, una politica adeguata alla necessità di un tempo difficile. Se lo facessimo, sarebbe un’abdicazione al nostro ruolo di cittadini e cittadine in senso proprio e in senso pieno, che non intendono fare a lor signori il favore di lasciarli soli a governare le nostre vite, le nostre anime, e i nostri corpi, persino dopo la morte.

La politica, per noi, rimane necessaria in quanto insostituibile, come ebbe a dire un maestro scomparso troppo presto del nostro Ateneo, Paolo Farneti. Noi vogliamo scommettere sulla necessità della Politica, ma scommettere altresì sulla sua riqualificazione, a partire da noi stessi, dai nostri luoghi di studio e di ricerca, e in particolare proprio dall’Università, ancora, malgrado tutto, sede di elaborazione critica, di confronto civile, di dialogo intellettuale; ma, sempre, in primo luogo di studio. Perché la morale è sempre, per dirla con Rosa Luxemburg, che «c’è tanto da fare, ma soprattutto tanto da studiare».
Ma anche l’università, accanto ai laboratori, alle biblioteche, alle aule, ha le sue agorà. E questa dove ci troviamo oggi, è la più alta e nobile delle piazze universitarie del nostro Ateneo, e di qui diamo il via alla IV Edizione delle Settimane della Politica. Da stamani, e per i prossimi cinque giorni, dunque, il grido «Tutti in piazza!» significherà l’appuntamento per ritrovarsi qui a discorrere di politica, la nobile arte.

(21 maggio 2012)



MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.